A sangue freddo: quando l’ordine divora la comprensione

L’uccisione di una donna disarmata da parte di un agente federale dell’ICE a Minneapolis, dichiarata quasi immediatamente “legittima difesa” dai vertici politici, non è un semplice episodio di cronaca né un incidente operativo. È una soglia. Un punto in cui si manifesta con chiarezza il modo in cui il potere reagisce quando la violenza precede il pensiero e la giustificazione sostituisce la comprensione.

Quando un atto estremo viene spiegato prima di essere interrogato (come fatto dal Presidente degli Stati Uniti sui social subito dopo il delitto), si compie un’inversione silenziosa dell’ordine democratico. Non è più la legge a contenere la forza, ma la forza a stabilire ciò che è considerato lecito. La narrazione ufficiale prende forma prima nei luoghi della rappresentazione politica che in quelli dell’accertamento dei fatti. Non ci si propone così di capire ciò che è avvenuto, ma di fissare ciò che deve essere creduto. In questo spazio ristretto il dubbio si trasforma in sospetto e la domanda in una forma di ostilità.

Il post con il quale Donald Trump ha commentato i fatti di Minneapolis a poche ore dall’omicidio di Renee Good da parte di un agente dell’ICE.

Limitarsi all’indignazione per la singola vita spezzata rischia tuttavia di occultare il problema più profondo. Ci si interroga spesso su come sia possibile che uomini addestrati agiscano con una tale cecità, come se la divisa producesse una sospensione del giudizio e dell’intelligenza emotiva. La risposta non risiede in una presunta malvagità individuale né in una deficienza morale dei singoli, ma in un processo sistemico più sofisticato. Si tratta di un addestramento alla disumanizzazione, di una pedagogia che non istruisce soltanto all’uso della forza, ma al modo stesso di percepire il mondo.

Chi opera all’interno di apparati sempre più militarizzati viene educato a uno sguardo che precede l’azione. L’agente non impara solo a impugnare un’arma, ma a interpretare ogni situazione attraverso una lente di sospetto permanente. Ogni incontro è potenzialmente un agguato, ogni esitazione un rischio, ogni corpo una minaccia in attesa di manifestarsi. In questo quadro la rapidità assume valore superiore alla lucidità e l’istinto di sopravvivenza viene esaltato fino a erodere la capacità di riconoscere l’altro come essere umano.

La violenza che ne deriva non è brutale per eccesso di passione, ma per assenza di pensiero. È una violenza ottusa nel senso più radicale del termine, non perché feroce, ma perché automatica. L’agente non si confronta più con una persona, ma reagisce a stimoli predefiniti. Davanti a un gesto confuso o a un’azione maldestra, la mente non elabora la complessità dell’errore umano, della paura o della fragilità, ma attiva uno schema binario che riduce il reale a una scelta elementare tra minaccia e neutralizzazione. In questo passaggio il pensiero viene sospeso e sostituito dal protocollo. La violenza esplode non come esito di una decisione ponderata, ma come conseguenza di una rinuncia a pensare. È l’esecuzione di un algoritmo morale che non ammette gradazioni, non conosce l’incertezza, non tollera l’ambiguità.

Quando la paura diventa strutturale e viene coltivata come strumento formativo, smette di essere un’esperienza umana e si trasforma in una tecnica di governo. Non è più necessario che il pericolo sia reale. Basta che sia plausibile. Il corpo che si trova di fronte all’autorità non è più un soggetto titolare di diritti, ma un rischio da contenere. Anche quando la realtà smentisce la narrazione ufficiale, quando le immagini mostrano l’assenza di un’arma o di una minaccia imminente, il meccanismo non si arresta. L’azione non si è rivolta contro la persona reale, ma contro la figura del nemico che l’addestramento ha reso onnipresente.

Questa è la tragedia della burocrazia armata. Una forma di violenza capace di uccidere senza odio e senza furia, semplicemente per adempimento. Non è l’eccesso di emotività a produrre la morte, ma la sua completa neutralizzazione. L’atto letale diventa un passaggio amministrativo, un gesto tecnicamente corretto all’interno di una procedura interiorizzata.

La reazione politica immediata svolge un ruolo decisivo nel rendere questa cecità impermeabile alla critica. Difendere l’atto prima dell’accertamento dei fatti significa affermare un principio devastante. La forza è legittima in quanto tale, purché venga pronunciata la parola sicurezza. In questo modo la violenza cessa di apparire come una deviazione tragica e si configura come una possibilità ordinaria del governo dell’ordine pubblico. L’errore non è più una frattura morale, ma un costo accettabile.

Progressivamente si dissolve l’idea di responsabilità individuale. Se ogni azione può essere assolta dalla paura dichiarata, non esiste più un confine chiaro tra protezione e abuso. Ciò che conta non è la conseguenza dell’atto, ma la fedeltà all’istituzione. E quando l’ordine viene posto al di sopra di ogni giudizio, diventa intoccabile anche quando produce morte.

Minneapolis non racconta soltanto di un’operazione fallita. Racconta una trasformazione dell’autorità, una mutazione lenta ma profonda, in cui la capacità di comprendere viene sacrificata alla fretta di controllare e la forza preventiva prende il posto del discernimento. È in questo slittamento che l’autorità smette di essere una garanzia e inizia ad assomigliare a ciò da cui dovrebbe proteggere, lasciando il cittadino esposto a una macchina che sa colpire, ma non sa più guardare.

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