Nostalgia in diretta: la FOMO inversa del migrante digitale

Un tempo, emigrare significava recidere. Si partiva con una valigia di cartone e una fotografia in bianco e nero, consapevoli che la distanza sarebbe stata totale. Le lettere arrivavano dopo settimane, le telefonate erano rare e costose, le notizie giungevano frammentarie. La lontananza era netta, quasi brutale: costringeva a separarsi, a reinventarsi, a costruire una nuova identità.

Tornare a casa non era un gesto banale, ma un rito solenne, una sospensione del tempo che dava senso all’assenza. La nostalgia aveva radici profonde, ma, come tutte le ferite nette, poteva cicatrizzarsi: diventava racconto, memoria, persino mito famigliare.

Oggi tutto è cambiato. L’iperconnessione ha abolito la distanza fisica, ma non ha restituito vera vicinanza. Chi parte non smette mai di “abitare” il paese d’origine: un gruppo WhatsApp, una bacheca Facebook, un feed Instagram possono riportare ogni dettaglio della vita quotidiana lasciata alle spalle. Processioni, sagre, cene di amici, persino i pettegolezzi del bar arrivano in tempo reale sullo schermo. La nostalgia non è più un sentimento che scava e trasfigura: è un flusso costante che non concede tregua. La ferita non cicatrizza, perché ogni notifica la riapre.

Da qui nasce un fenomeno nuovo, che potremmo chiamare FOMO inversa. La “Fear of Missing Out” (FOMO) tradizionale riguarda il timore di perdersi ciò che accade intorno a noi, nel presente in cui siamo immersi. Per l’emigrato iperconnesso, invece, la paura riguarda il paese natale: la pizza del venerdì sera, la chiacchierata al bar, la foto di gruppo alla sagra. Non si tratta di grandi eventi, ma della trama minuta della quotidianità, quella che un tempo sfuggiva senza rimpianto perché semplicemente invisibile.

Paradossalmente, la connessione costante amplifica il dolore: ogni dettaglio diventa un’assenza vissuta in diretta. Un tempo, l’assenza si poteva idealizzare, sublimare nella memoria. Oggi la si sperimenta come spettatori esclusi, davanti a uno schermo che documenta la propria mancanza. È un’assenza che non si chiude mai.

La differenza storica è radicale. Il migrante di un secolo fa affrontava uno strappo violento, ma questo stesso strappo costituiva il presupposto per una nuova identità. L’operaio meridionale a Torino o il “gastarbeiter” in Germania erano costretti a diventare altro, a metabolizzare la distanza. La nostalgia si trasformava in canto popolare, in lettera, in ritorno periodico carico di simbolismo.

Il migrante contemporaneo, invece, resta sospeso. Non più cittadino pienamente parte della comunità d’origine, ma neppure radicato in quella di arrivo. Vive una doppia vita: il corpo inserito nel nuovo contesto (lavoro, studio, relazioni) e la mente immersa nella comunità digitale lasciata alle spalle. Ne nasce una condizione di identità pendolare: non si è né qui né là, ma in entrambi i luoghi in modo frammentario.

Bauman avrebbe parlato di “società liquida”: identità fluide, mai consolidate. Ma qui la liquidità è più simile a una sospensione: una forma di ubiquità sterile, che impedisce tanto il radicamento quanto il vero distacco. Non si costruisce più una vita nuova, ma non si lascia nemmeno davvero quella vecchia.

Dal punto di vista psicologico, questa condizione genera un cortocircuito della memoria e del desiderio. La nostalgia classica era legata alla rielaborazione: si prendeva un’assenza, la si trasformava in racconto, la si tramandava. Oggi, invece, il passato non diventa mai passato: continua a scorrere in tempo reale, sottraendosi alla rielaborazione.

È ciò che alcuni psichiatri definiscono ferita non elaborata: una sofferenza che resta cronica perché mai metabolizzata. In termini neuroscientifici, si potrebbe parlare di una “iperstimolazione mnestica”: il cervello riceve continuamente segnali che riattivano la rappresentazione di un luogo, ma senza permettere la costruzione di uno spazio sicuro alternativo.

Le conseguenze cliniche non sono trascurabili: ansia, senso di incompletezza, depressione lieve ma costante. Alcuni studi sulle comunità diasporiche hanno mostrato come l’iperconnessione aumenti il rischio di ruminazione nostalgica, cioè di pensieri ossessivi legati alla vita lasciata, che diventano ostacolo all’integrazione.

Nei gruppi social delle cittadelle o paesi italiani, spesso gli emigrati di lungo corso sono i più attivi. Commentano, discutono, rivendicano identità, a volte con più fervore di chi resta sul posto. È un paradosso: la comunità appare rafforzata, ma resta virtuale, priva di calore corporeo. Come direbbe Ernesto De Martino, è una “crisi della presenza”: si abita un luogo senza sentirsi davvero parte di esso, senza poterne “fare” la storia.

Antropologicamente, si tratta di una mutazione profonda. L’antico rito dell’emigrazione (il distacco netto, il ritorno rituale, il mito del sacrificio) si è dissolto. Al suo posto troviamo una diaspora permanente, in cui il ritorno non è più eccezione ma routine digitale. Non si torna con la valigia piena di regali, ma con un messaggio WhatsApp, un selfie condiviso, una chiamata video.

Appadurai parlerebbe di “modernità disgiuntiva”: flussi globali che ricollocano identità senza permettere sedimentazione. La condizione dell’emigrato non è più quella del lavoratore che costruisce altrove una vita nuova, ma quella del soggetto frammentato tra due temporalità: una nel presente fisico, l’altra nel passato in diretta sullo schermo.

La questione non è spegnere tutto o tornare indietro. Sarebbe irrealistico, e forse persino impoverente. La sfida è trasformare il cordone digitale da catena a ponte. In altre parole, passare dalla FOMO inversa alla JOMO: la “Joy of Missing Out”. Accettare che non si può essere ovunque, che perdersi qualcosa è condizione necessaria per dare senso a ciò che si vive nel qui e ora.

Solo così il cittadino sospeso può smettere di essere un fantasma diviso tra due mondi, e diventare un cittadino molteplice: capace di abitare più luoghi, ma senza restarne prigioniero. È un lavoro psicologico e culturale insieme: richiede consapevolezza, educazione digitale, nuove forme di comunità transnazionale che non sostituiscano la presenza, ma la accompagnino.

L’iperconnessione prometteva libertà. Senza uso consapevole, rischia di diventare una prigione fatta di assenze. La nuova sfida dell’emigrazione non è più solo economica o linguistica, ma psichica e culturale. Non si tratta di sopravvivere lontano, ma di imparare a vivere interi.

Il migrante del XXI secolo, quello italiano così come quello che arriva in Italia, non ha più la valigia di cartone, ma un cordone digitale che lo lega costantemente a casa. Se questo cordone diventa catena, l’identità si spezza. Se diventa ponte, invece, può aprire la strada a una nuova forma di appartenenza: meno nostalgica, più consapevole, capace di trasformare l’assenza in racconto, e non in ferita cronica.

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