Esiste un paradosso fondamentale nell’opera di chi, come Simone Cicalone, pretende di denunciare il degrado attraverso la sua spettacolarizzazione: più si mostra, più si occulta. Ciò che viene presentato come documento oggettivo è in realtà una costruzione narrativa che tradisce una precisa ontologia sociale, quella in cui la miseria diventa merce visiva, l’emarginazione si trasforma in performance e lo sguardo stesso dello spettatore partecipa alla violenza simbolica esercitata sui corpi e sugli spazi rappresentati.
Bisogna interrogarsi sull’epistemologia di questa operazione: quale conoscenza produce? Quale verità disvela? La risposta è disarmante nella sua semplicità: nessuna. Perché il degrado, quando viene estetizzato e reso consumo digitale, cessa di essere un problema collettivo per diventare feticcio, oggetto di contemplazione morbosa che soddisfa più il bisogno di confermare i propri pregiudizi che la volontà di comprendere. È l’antica dialettica hegeliana del signore e del servo applicata allo spazio urbano: il borghese benestante (lo spettatore) si riconosce come tale solo attraverso la rappresentazione dell’Altro degradato, in un gioco di specchi che non restituisce mai un’immagine veritiera.

La metodologia stessa di Cicalone tradisce una contraddizione insanabile: mentre dichiara di voler “dare voce” agli emarginati, lo fa accompagnato da picchiatori professionisti, trasformando la sua presenza in una sorta di safari urbano dove il sottoproletariato viene osservato con lo stesso sguardo colonialista con cui un tempo si esibivano i “selvaggi” negli zoo umani.
Questo non è giornalismo, è la riproduzione di un dispositivo di potere in cui chi guarda si erge a giudice di chi è guardato. Eppure, in quelle stesse periferie che lui descrive come terre desolate, esistono reti di solidarietà, microeconomie informali, strategie di sopravvivenza che sfuggono alla logica binaria del degrado/decoro. Ma queste realtà non trovano spazio nella sua narrazione, perché non producono lo stesso shock estetico necessario al funzionamento dell’algoritmo di YouTube.
Jean Baudrillard ci ha insegnato che nella società dello spettacolo la rappresentazione finisce per sostituirsi al reale. Ecco allora che Roma Termini non è più una stazione con problemi complessi, ma uno scenario preconfezionato di caos e abiezione. Le persone che vi abitano cessano di essere individui con storie multidimensionale per diventare comparse in uno spettacolo di miseria. È una forma di violenza epistemica che cancella ogni possibilità di riscatto, perché se l’identità di un luogo viene fissata nella rappresentazione mediatica, ogni deviazione da questo stereotipo diventa invisibile.
Il vero problema filosofico sollevato da questa operazione riguarda la natura stessa della verità urbana: può esistere una conoscenza autentica degli spazi marginali quando questa conoscenza viene prodotta attraverso dispositivi che per loro stessa natura devono eccitare, scandalizzare, produrre engagement? O non siamo piuttosto di fronte a una nuova forma di alienazione, in cui la città reale viene sacrificata sull’altare della sua rappresentazione virale?
Forse dovremmo ripensare radicalmente il modo in cui affrontiamo queste questioni. Invece di documentaristi-armati che trasformano il disagio in contenuto, servirebbero etnografi urbani capaci di restituire la complessità senza cedere alla spettacolarizzazione. Invece di giudizi morali, analisi strutturali. Perché il degrado non è un fenomeno da guardare, ma un processo da comprendere. E la comprensione richiede tempo, pazienza e soprattutto il rifiuto di trasformare la sofferenza altrui in intrattenimento.
Alla fine, la domanda cruciale rimane: questa rappresentazione aiuta davvero a risolvere i problemi, o serve solo a perpetuare il circuito vizioso in cui lo sguardo sul degrado genera altro degrado, in una spirale infinita di reificazione? La risposta, temo, è già scritta nei like e nelle condivisioni che questi video continuano a ricevere.
Situazionista 2.0, di Terni, Ermes Maiolica è un personaggio-icona che ha utilizzato fake news come strumento di critica radicale al sistema mediatico. Tra il 2013 e il 2016, i suoi esperimenti sociali online hanno smascherato i meccanismi della spettacolarizzazione dell’informazione, anticipando l’era della post-verità ed incarnandone le dinamiche sociali. Dalla decostruzione mediatica è passato recentemente alla costruzione di nuovi immaginari e nuovi diritti nell’era delle intelligenze artificiali, istituendo il DETA (Dipartimento Europeo per la Tutela degli Androidi), la prima organizzazione sindacale per la tutela fisica e sociale dei robot umanoidi. Autore del “Manifesto per una roboetica universale”, propone la robosimbiotica come nuovo paradigma di coesistenza uomo-macchina.

