Il titolo non è un’iperbole. È la sintesi di un progetto politico che, dietro la facciata di una presunta difesa dei valori maschili, sta costruendo una generazione di uomini fragili, risentiti e soprattutto obbedienti. Un esercito di soldati convinti di essere liberi pensatori.
Fenomeni apparentemente slegati come la grind culture, che ci vuole perennemente “sul pezzo” fino al burnout, la gymbro culture, ossessionata da una fisicità dominante, e la manosfera – quella galassia online di misoginia e solitudine – non sono incidenti di percorso. Sono pilastri interconnessi di una fabbrica che mira a “semplificare” l’uomo, riducendolo a funzioni misurabili: produttività, forza fisica, performance sessuale. L’odio qui non è un effetto collaterale. È il motore. Odio per la debolezza, la vulnerabilità, la complessità emotiva. In definitiva, odio per la propria umanità.
Il risultato finale? Un essere competitivo, gerarchico, guidato da istinti primari e bisognoso di un leader forte. Un cittadino ideale per un regime illiberale.

L’ufficio come arena
La hustle culture ha trasformato il super-lavoro in una virtù e l’esaurimento in uno status symbol. “Essere stravolti è chic”, diceva un noto imprenditore. E questa frase ha catturato perfettamente lo spirito del tempo. In questo sistema il valore di un uomo si misura dal fatturato, dai traguardi di carriera, dalla produttività. Il riposo è pigrizia. La pausa è debolezza.

Le conseguenze sono devastanti. Il burnout, definito dall’OMS come sindrome da stress cronico, non è semplice stanchezza. È un esaurimento emotivo e fisico che svuota tutto di significato. A questo si aggiungono ansia, depressione, aumento del rischio di malattie cardiovascolari e indebolimento del sistema immunitario.
L’uomo che impara a trattare se stesso come una macchina da ottimizzare ha già interiorizzato la logica dello sfruttamento. Crede di lavorare per diventare ricco. Sta scegliendo una servitù volontaria.
La palestra come bunker identitario
Se la grind culture attacca la mente, la gymbro culture si accanisce sul corpo. Per una sua frangia estremista, la palestra non è più un luogo di benessere ma un’arena dove inscenare una mascolinità iper-competitiva. In un mondo precario, dove il ruolo tradizionale dell’uomo come “fornitore” è in crisi, il “protettore” – simboleggiato da un fisico iper-muscoloso – diventa un baluardo identitario.

Questa ossessione alimenta disturbi come la dismorfia muscolare (o bigoressia) – la preoccupazione cronica di non essere mai abbastanza grossi. Dietro la corazza di muscoli si nasconde spesso una fragilità profonda. E quando la natura non basta, si ricorre alla chimica. L’abuso di steroidi anabolizzanti è la logica conseguenza: ipertensione, danni al fegato, infertilità, atrofia testicolare, disturbi psichiatrici. Più tutta una serie di danni derivanti da diete assurde vendute come cure miracolose per alzare il testosterone. Non bevete latte crudo, fidatevi.
L’uomo-macchina produttivo diventa così anche l’uomo-corpo performante: perennemente insicuro, ossessionato da indicatori di status esterni, alla continua ricerca di validazione. E chi può validarti meglio di una leadership autoritaria?

La manosfera: dare un nome al nemico
Se la società della performance crea uomini insicuri, la manosfera offre loro un colpevole. Questa rete di comunità online – dai forum di Reddit e 4chan fino ai profili social di influencer come Andrew Tate – fornisce un’impalcatura ideologica per dare senso al disagio maschile, incanalandolo verso il risentimento e la misoginia.
Il concetto chiave è la “pillola rossa” (redpill), metafora presa da Matrix. “Risvegliarsi” significa comprendere la “vera” natura della realtà: una società dominata dal femminismo che opprime sistematicamente gli uomini. Da qui si diramano teorie pseudo-scientifiche sull’ipergamia (le donne cercherebero solo partner di status superiore) e la classificazione degli uomini in “alfa” e “beta”. Il tutto condito da una spruzzata di Jordan Peterson, che pur nella sua irrilevanza intellettuale fornisce un alibi accademico al fenomeno.

Stabilita la premessa di una società ostile, il passo successivo è costruire un nemico. L’antifemminismo viscerale, la denuncia di una presunta “misandria” dilagante, la lotta contro un fantomatico “sessismo al contrario” non sono analisi sociali. Sono armi narrative. Servono a ribaltare la realtà: trasformare il privilegio in vittimismo. In questa narrazione distorta, l’uomo non è più parte di un gruppo storicamente dominante, ma di una minoranza assediata, perseguitata da un’onnipotente cospirazione femminista che controlla media, università e tribunali.
È la classica sindrome d’accerchiamento. Un gruppo che si percepisce sotto assedio è più coeso, più aggressivo, disperatamente bisognoso di un leader che lo difenda. La creazione di un nemico immaginario – la femminista castratrice, il sistema “ginecocentrico” – è essenziale per militarizzare il pubblico. Non si cerca dialogo o soluzioni. Si reclutano soldati per una guerra culturale.
Non è un caso che Giorgia Meloni implementi sistematicamente azioni para-eversive che vengono smontate da Cassazione, Consulta o Corte Europea. Ogni bocciatura serve a puntare il dito contro un nuovo nemico. Ogni critica è frutto di un complotto, non della propria incompetenza. Si affida la comunicazione con l’elettorato solo a video dichiarazioni unilaterali, evitando le conferenze stampa – dove c’è il rischio che ti facciano domande. E la popolarità di FdI nonostante l’azione politica fallimentare dimostra quanto questa strategia paghi.
Le community coinvolte agiscono come potenti camere dell’eco. Uomini vulnerabili, spesso afflitti da solitudine e fobia sociale, trovano un gruppo che non li aiuta a risolvere i propri problemi, ma offre una spiegazione semplice e deresponsabilizzante: la colpa non è il risultato delle loro azioni o di meccanismi sociali complessi. È colpa delle donne e del femminismo. È il meccanismo classico delle sette: comunità basata sull’odio condiviso, identità fondata sull’esistenza di un nemico ben riconoscibile. Questo percorso di radicalizzazione ha già avuto conseguenze tragiche nel mondo reale, con attentati motivati dall’odio misogino come quelli di Elliot Rodger e Alek Minassian.
Il mito del maschio alfa (e perché è falso)
Un uomo complesso, critico verso se stesso e verso il potere, empatico e consapevole delle proprie fragilità, è un pessimo soldato. Un uomo “semplificato” è il cittadino perfetto per un regime. E il mito del “maschio alfa” – leader aggressivo e dominante – è il pilastro di questa visione del mondo.
Peccato che sia basato su un errore scientifico. Il concetto nacque dall’osservazione di lupi in cattività, in un ambiente stressante e artificiale. In natura, i branchi di lupi sono semplicemente famiglie. Lo stesso ricercatore che rese popolare il termine, L. David Mech, ha passato decenni a cercare di smentirlo. Detto questo, gli uomini non sono canidi. Anche tra i primati, però, come ha dimostrato Frans de Waal, il leader non è il più forte ma il più abile politicamente: crea alleanze, mostra empatia. Una delle poche specie in natura che esibisce i comportamenti “alpha” predicati dai bro-podcast sono, non scherzo, i babbuini. Non è un paragone lusinghiero.
Il “maschio alfa” è una fantasia usata per giustificare un’idea: che le gerarchie sociali siano naturali e immutabili. Un modo per mascherare strutture di potere create ad arte come se fossero la “legge della giungla”. Smontare questo mito è un atto politico.

La solitudine maschile non è colpa del femminismo
Si parla molto di un'”epidemia di solitudine maschile”. La manosfera dà la colpa al femminismo. La realtà è l’opposto: quella solitudine è un prodotto diretto della mascolinità tossica stessa. L’addestramento a reprimere le emozioni, a rifiutare la vulnerabilità, a vedere gli altri uomini come rivali crea un sistematico analfabetismo emotivo che impedisce connessioni autentiche. Un individuo isolato è psicologicamente più debole, più suggestionabile, più facilmente preda della propaganda. La solitudine non è un problema che la destra reazionaria vuole risolvere. È una condizione che ha tutto l’interesse a coltivare per reclutare seguaci.
Lo aveva capito già Steve Bannon nel 2005, quando reclutò Milo Yiannopoulos per Breitbart News. Nove anni dopo avvenne quel colossale esperimento sociale noto come Gamergate: centinaia di migliaia di ragazzi socialmente isolati vennero militarizzati in una campagna d’odio mai vista prima. Il mondo dei gamer maschi, bianchi e soli era solo la punta dell’iceberg.

Bannon era allora lo spin doctor di Donald Trump, e non è una coincidenza. In periodi di crisi e incertezza, la figura dell'”uomo forte” al comando acquista fascino. Come ha dimostrato la storica Ruth Ben-Ghiat, gli autocrati usano sistematicamente la performance di una virilità tossica come strumento di governo. Hanno bisogno di un elettorato con un alto “bisogno di chiusura cognitiva”: risposte semplici, definitive, senza ambiguità.
Le sottoculture che abbiamo analizzato sono palestre perfette per questo. Insegnano a pensare in termini binari: successo/fallimento, forte/debole, alfa/beta, noi/loro. Producono un cittadino emotivamente immaturo, affascinato dalle gerarchie, avverso alla complessità. La distruzione della salute mentale maschile diventa funzionale alla distruzione della salute democratica. Negli USA, Trump ci sta scrivendo sotto gli occhi un manuale sull’argomento – il suo legame con la galassia dei podcast vicini al suprematismo bianco e con personaggi come Tate è un canovaccio fin troppo facile da identificare.

Schiavi che amano la propria servitù
Aldous Huxley scrisse che uno stato totalitario veramente efficiente sarebbe quello abitato da schiavi che non devono essere costretti a esserlo, perché amano la loro servitù. Se si volesse costruire una propaganda pensata apposta per far sì che i giovani amino servire la struttura di potere odierna, l’intera ideologia della manosfera, dell’hustler, del grindset – “sacrificati volontariamente sull’altare del capitalismo consumistico”, “schiavizzati per ottenere quel malloppo” – sarebbe un’invenzione perfetta.
Non è necessariamente un’azione coordinata come quella di Bannon, Yiannopoulos e altre figure come Charlie Kirk e Nick Fuentes. È un processo organico, che serve anche quella marea di guru il cui unico reddito è la vendita di “corsi per il successo” – negli affari, nel trading, nell’ecommerce, con le donne – per fidelizzare uomini psicologicamente vulnerabili.
“Ti insegno a diventare ricco perché così le donne smetteranno di evitarti”, “Ti mostro come essere vincente”, “Trasformerò la tua vita cambiando il tuo mindset”, “Devi solo comprare il mio corso.”
Questi non sono slogan che attraggono persone emotivamente mature. Attraggono uomini che hanno bisogno di compensare, che cercano un’aura di ribellione – “tu contro il mondo”, “fuggi da Matrix”, “fotti il sistema” – ma la pratica che promuovono è di completa obbedienza: sacrificati alla macchina del capitalismo, segui un set di regole, annulla te stesso per lo status e il potere, taglia fuori le persone negative (che spesso diventano la stessa famiglia). È la crescita fine a se stessa. L’ideologia di una cellula tumorale. Parlano di pillola rossa ma quella che prendono davvero è la pillola blu.
“Se c’è un personaggio nel film [Matrix] la cui priorità è la ricchezza, lo status e l’auto-esaltazione, è Cypher, il traditore. È lui che baratta la libertà per il comfort. Se c’è una mascotte che si allinea con l’ideologia della manosfera, è proprio lui: l’uomo per cui ‘l’ignoranza è beatitudine’.”

La scelta
La vera sfida per gli uomini oggi non è riprendersi un potere anacronistico. È liberarsi dalle sue catene. Rifiutare il modello di Cypher – disposto a servire il sistema per i soldi e un benessere simulato – e riscoprire la forza non nel dominio e nell’ignoranza, ma nella complessità, nell’empatia, nella connessione con la comunità.
Mi sembra folle dover ribadire nel 2025 che la vera forza non è regredire a un modello primitivo e semplificato. Ma in queste fasi finali del capitalismo, in cui le classi dominanti finanziano guerre culturali tra poveri per mantenere il proprio privilegio, ci troviamo a dover rimettere insieme i pezzi di questo universo di propagande conservatrici.
La scelta è tra obbedienza e libertà. Se siete arrivati fino in fondo a questo pezzo, forse avete capito che la prima ci viene venduta in modo molto efficace. Una volta smascherata l’illusione, però, la seconda diventa più semplice da inseguire. Oppure potrete continuare a fare gli interessi dei padroni, convinti che il nemico siano le femministe.
Storicamente, però, l’obbedienza alle élite, per noialtri, non è mai finita benissimo.

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