Il giustiziere in saldo: Citizen Vigilante e l’anatomia di un format disonesto

Un film “vietato” che è in realtà il titolo più venduto della settimana su due piattaforme. Un regista che ricicla lo stesso stampo cambiandogli bandiera. Due attori cancellati per abusi su donne. Due produzioni filo-israeliane. Un pezzo di destra italiana che si offre di doppiarlo gratis. Non è un incidente. È una filiera e, come tutte le filiere, ha un magazzino, dei fornitori e un solo prodotto in vendita.

Il 25 giugno 2026 Elon Musk carica sul proprio profilo X un intero lungometraggio e lo lascia online quarantotto ore, davanti a 240 milioni di follower. Il film è Citizen Vigilante, di Uwe Boll: un ex ufficiale dell’esercito americano che, in un’imprecisata città europea, comincia a uccidere criminali migranti, giudici e poliziotti. La FSK, l’ente tedesco di autoregolamentazione dell’industria cinematografica, quindi non un tribunale, non un governo, gli nega la classificazione per età: incitamento alla violenza contro i migranti. Musk grida alla censura, cita l’effetto Streisand, si commuove sulla libertà d’espressione.

Cazzate. Non è stato vietato da nessuno Stato. È stato negato un bollino da un ente privato e, infatti, nella settimana successiva Citizen Vigilante è diventato il titolo più acquistato sia su Prime Video sia sull’Apple TV Store negli Stati Uniti, ha spodestato Project Hail Mary dal primo posto, e viaggia a un 94% di gradimento pubblico su Rotten Tomatoes. Un film soppresso non fa questi numeri. Un film soppresso non viene fatto vedere gratis a 240 milioni di persone. La “censura” qui non è un incidente da denunciare. È l’ufficio marketing.

Il film è brutto, ma questo non fa notizia. Boll gira brutti film da vent’anni, ed è considerato uno dei peggiori registi mainstream in attività. La notizia è un’altra. Perché lo stesso identico oggetto, un film con un attore “cancellato” per violenza sulle donne, una trama islamofoba ed una cornice filo-israeliana, esce quasi in parallelo da più fornitori diversi, con lo stesso megafono a spingerli tutti?

Il regista tedesco Uwe Boll. Photo credit: Espinof.

Negli anni 200, Boll costruisce la sua carriera su di una scappatoia fiscale tedesca che permette agli investitori di detrarre il 100% dei propri investimenti in un film. Il meccanismo premia il flop: anche a incassi zero, rientri comunque grazie al fisco. Lo ammette Boll stesso un un suo commento audio contenuto nel DVD di Alone in the Dark, una delle sue fatiche, spiegando che recuperava circa metà del capitale investito nei suoi film direttamente dallo Stato. Nel 2006, il governo tedesco però chiude la scappatoia, proprio perché l’uso che ne faceva Boll l’aveva resa troppo visibile. Finisce il denaro facile. Non finisce lo stampo.

Tra il 2009 e il 2016, gira la trilogia Rampage, la sua opera meglio accolta. La trama? Un ragazzo qualunque si costruisce un’armatura in kevlar, si arma, massacra gente nella sua città e lascia a terra novanta morti in una mattinata. E questo solo nel primo film. Manifesti video virali, una stazione TV sequestrata, l’invito al popolo a rovesciare con la violenza l’élite ricca e il governo. Sulla carta, il protagonista è un uomo di sinistra: anarchico, filo-socialdemocratico, anti-capitalista, favorevole al controllo delle armi. Sulla pratica, ammazza gente a caso e tradisce l’unico amico che ha, per coprirsi. Nessuno con vere convinzioni di sinistra scrive il proprio alter ego come un macellaio indiscriminato.

Quella non è militanza. È una posa appiccicata sopra un massacro. E infatti, quindici anni dopo, Boll appiccica la stessa posa capovolta: in Citizen Vigilante il giustiziere non è più chi vuole colpire il ricco. È il ricco. Stesso stampo, bandiera diversa. Chi indossa prima la sinistra e poi la destra sopra la stessa carneficina non ha una politica. Ha uno scaffale.

Una parentesi, perché sarei disonesto a fingere distacco totale. Io a Uwe gli volevo bene. Era un freak senza talento, ma era il “mio” freak senza talento. Amava i videogiochi come me, spesso proprio gli stessi. Ha fatto lavorare il mio buddy Christian Slater quando non lo voleva neanche più sua madre. Ha praticamente scoperto quella prova dell’esistenza di Dio che è Kristanna Loken, e la sua versione di Postal era l’unica cinematograficamente possibile. Ma in un mondo in cui Frank Miller scrive Holy Terror e ha pure il coraggio di proporlo alla DC come storia di Batman, forse non ci si può permettere troppa simpatia per nessuno, nemmeno a titolo precauzionale.

In Citizen Vigilante, Sanders (Armie Hammer) è un ex ufficiale dell’esercito americano diventato uomo d’affari in Europa: eredità immobiliare, rendita da landlord, un bordello di proprietà. In riunione con l’amministratore, ordina lo sfratto dei morosi e giura battaglia contro i piani del governo per requisire gli sfitti destinati ai migranti. Come hanno commentato su Slate, Sanders sfratterebbe tutti i suoi inquilini dopo un solo mese di morosità, se la legge glielo permettesse. Interrompe un rapporto con una sex worker per la muffa sul soffitto di casa sua, salvo rivelarsi lui stesso il proprietario dell’immobile. Paga il biglietto a dei ragazzi sull’autobus, ma li costringe a una lezioncina sull’impatto sociale del non pagarlo. E’ unricco che spiega ai poveri come si comportano bene i poveri.

“I nostri ragazzi”. Una scena tratta da “Citizen Vigilante”. Photo credit: Event Film.

Un film venduto come crociata anti-migranti dove il protagonista, per gran parte del minutaggio, ammazza soprattutto poliziotti. Al punto che una fetta del pubblico di destra se ne infastidisce, e li ribattezza traditori al servizio del “Sistema” per digerire la scena. La sequenza più violenta è lo sterminio di venti, trenta agenti dell’Interpol venuti ad arrestarlo: lui si barrica, avvisa, massacra, lascia una trappola esplosiva per i superstiti. Colpevoli di una sola cosa: fare il loro lavoro, dare la caccia a uno psicopatico.

Mettete in fila gli elementi del ritratto. Un possidente che vuole sfratti più rapidi. Che si oppone a requisire gli sfitti. Che sta sopra la legge. Che considera lo Stato un nemico quando applica norme che non gli piacciono. Che si nomina da sé giudice e boia. Non è un supereroe, è la proprietà privata portata al capolinea logico: la violenza personale che sostituisce l’autorità pubblica, il landlord come sovrano, gli inquilini come intralcio. Talmente caricaturale da sembrare quasi satira, se Boll non la trattasse invece da manifesto: dedica il film alle vittime di stupro tradite dai tribunali, lo presenta come atto coraggioso di parola politica, ne annuncia già il sequel. Non è così che si tratta un testo decostruttivo, questo non è il nuovo Starihsp Troopers frainteso da tutti.

E sulle vittime che andrebbero vendicate, un ultimo dato che dice più di tutto il resto. Nel film ce ne sono due. La prima, la donna adulta che Sanders visita in ospedale offrendole la scelta tra i tribunali e la sua vendetta, si chiama Elsa. La seconda, la ragazzina il cui caso (ispirato a uno stupro di gruppo reale avvenuto ad Amburgo nel 2016) scatena lo sterminio finale della famiglia del suo aggressore, non ha neppure un nome. Nei titoli di coda è accreditata come “Raped Girl”. Il film chiude su di un video-monologo di Sanders che chiama alle armi, mentre lei guarda lo schermo e sorride. La vittima che dà al film la sua ragion d’essere dichiarata è, letteralmente, una funzione senza nome. Qui le vittime non sono soggetti da difendere. Sono inneschi. Sono scuse.

Guardate tre scene del film per capire di cosa si parla davvero. La prima è la scena finale, la più citata: l’esecuzione della famiglia dello stupratore minorenne, padre, madre e sorella maggiore compresi. Nessuno di loro impugna un’arma. Nessuno attacca. Non c’è battaglia da invocare come legittima difesa, non c’è complotto da sventare che renda l’esecuzione un male necessario. Sanders uccide quella famiglia perché, per lui e per il film, essa è sbagliata nella sua origine e nella sua fede. La sua non è vendetta, non è giustizia sommaria, non è nemmeno la solita scusa del “non aveva scelta”. È un’eliminazione per appartenenza: si spegne un intero nucleo familiare perché rientra in una categoria, non perché ha fatto qualcosa.

La seconda l’abbiamo già incontrata, nell’ufficio con lo sfratto facile. Lì c’è un dettaglio che completa il quadro. Il manager rivela a Sanders di essere indagato dal fisco. Sanders, americano, vive in Europa senza documenti in regola e rifiuta la strada breve verso la cittadinanza, quella che lo obbligherebbe a pagare più tasse (la solita storia: il capitalismo va bene finché il conto lo paga qualcun altro). Il giustiziere che il film ci chiede di tifare è, lui per primo, un immigrato irregolare che sfrutta il sistema in cui vive. Il film non lo nasconde per un errore di sceneggiatura: lo mostra perché la contraddizione è il punto. Un ricco che evade le tasse è un’irregolarità amministrativa, se ne occupa un commercialista. Un povero senza documenti in regola è una minaccia da eliminare. Stessa identica condotta, due giudizi opposti: a cambiare è solo il conto in banca di chi la mette in pratica.

La terza scena è quella del rapimento del giudice che aveva scarcerato gli stupratori. Prima di ucciderlo, Sanders manda fuori strada un automobilista qualunque, che con la sentenza non c’entra nulla, solo per impartire una lezione a un uomo che ha già deciso di ammazzare comunque. “La gente è un gregge,” dice. Il suo disprezzo non è riservato ai colpevoli: è la cifra stilistica del personaggio. Chiunque non sia lui è materiale sacrificabile, comprese le vittime che dice di voler proteggere (la ragazzina senza nome dei titoli di coda insegna).

Armie Hammer, il controverso interprete di Sanders in “Citizen Vigilante”. Photo credit: Vanity Fair.

Prese insieme, queste tre scene disegnano lo stesso identikit: disprezzo per i deboli e culto della forza, un nemico che deve sembrare insieme fragile e onnipotente (il migrante povero e, allo stesso tempo, il sistema giudiziario che lo protegge), una cospirazione di toghe, media e governo da smascherare, una comunità da eliminare non per quello che fa ma per quello che è, e un’esenzione di classe per chi il potere ce l’ha già. Il reato del ricco si patteggia, l’esistenza del povero si estingue. È un repertorio novecentesco, lo stesso su cui l’Europa ha costruito un secolo di lutti prima di dargli un nome e provare a vaccinarsi. Chiamarlo “di destra” è impreciso quanto chiamarlo “controverso”: è un vocabolario di potere assoluto, riverniciato per lo streaming.

La classica domanda “ma questo film è di destra o di sinistra?”, quindi, qui non trova una risposta interessante, perché il film non vende un’ideologia coerente. Vende una gerarchia: il debole punito senza bisogno di prove, il forte assolto senza bisogno di spiegazioni, il nemico sempre colpevole anche per associazione indiretta. E la biografia fiscale del protagonista non è un dettaglio da perdonare per distrazione di sceneggiatura. È la parte più onesta del film: chi ha i mezzi per farsi giustizia da solo è anche chi può permettersi di ignorare le regole quando gli conviene, che siano quelle del fisco o quelle del codice penale. Il povero viene eliminato per quello che è. Il ricco viene esentato per quello che ha.

Neppure la scelta del protagonista è casuale. Armie Hammer, più flop che successi in carriera, si è visto perdonare tutto per anni in virtù di essere bianco, bello e di famiglia ricca. Finché nel 2021 le accuse di abusi e violenza su alcune donne non gli sono costate quattro anni fuori da Hollywood. Boll lo sceglie proprio perché era stato “cancellato” e voleva lavorare.

Il film lo distribuisce, non lo produce, Quiver Distribution, che ne ha acquisito i diritti nordamericani a febbraio 2026 e poi quelli mondiali (esclusi Regno Unito, area tedesca, Corea del Sud e Taiwan). Fondata da Berry Meyerowitz, co-presidente dell’Israel & Overseas Committee della UJA di Toronto (che ha gestito l’allocazione dei fondi raccolti per Israele dopo il 7 ottobre), e Jeff Sackman, aderente alla Creative Community for Peace (l’organizzazione anti-BDS) e firmatario della lettera contro Jonathan Glazer, il regista ebreo attaccato per il suo discorso in difesa di Gaza agli Oscar.

Due distributori dichiaratamente legati a Israele scelgono di comprare, a prodotto finito, il film di un regista che ride quando gli chiedono se è nazista. Non è un’attenuante. È una scelta consapevole, fatta a valle, che rende la domanda sul perché ancora più legittima.

Citizen Vigilante non è il delirio di un singolo grifter tedesco. Lo prova un secondo film uscito quasi in parallelo, prodotto stavolta in casa da Ben Shapiro. Si intitola Run Hide Fight: Infidels, lo produce The Daily Wire con Bonfire Legend, in esclusiva per Daily Wire+. Protagonista Jonathan Majors, l’ex Kang del Marvel Cinematic Universe, scaricato da Disney dopo la condanna del dicembre 2023 per aggressione all’ex compagna: stesso profilo di Hammer, fotocopiato.

La trama, da trailer e sinossi ufficiale: terroristi islamici occupano un campus pro-Palestina per imporvi la sharia, arriva un veterano delle forze speciali a fare pulizia. Il bersaglio, lo dice il produttore Dallas Sonnier senza giri di parole, sono le proteste pro-Palestina del 2024, il nuovo obiettivo da mettere alla berlina dopo il “woke mind virus”. Cameo nel trailer del Segretario di Stato Marco Rubio, tra i possibili prossimi candidati repubblicani alla Casa Bianca.

Qui la storia si fa più bella. L’azienda che produce questo trionfo di coraggio anti-woke è in una crisi finanziaria nera: due ondate di licenziamenti in tredici mesi hanno tagliato oltre il 60% dell’organico secondo i tracker indipendenti, le view YouTube di Shapiro sono crollate dell’85% dal picco del 2023 e, secondo Puck, la società ha assunto legali specializzati in fallimenti mentre pitcha agli investitori un’IPO da due miliardi. “Go woke, go broke” era stato il loro slogan preferito per anni. A quanto pare, funziona pure al contrario.

Due film, due fornitori, la stessa ricetta: attore cancellato per abusi su donne, islamofobia come motore, cornice filo-israeliana, la sinistra dipinta come complice del nemico. Boll ci si aggancia da freelance, con Musk a fargli da megafono. La Daily Wire lo produce in casa, in scala industriale, mentre affonda.

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La locandina di “Run Hide Fight: Infidels”. Photo credit: The Daily Wire.

Lo stesso schema esiste anche fuori dal cinema, ma qui serve una distinzione, perché è facile confonderne i pezzi e sbagliare bersaglio. L’English Defence League nasce nel 2009, finanziata alle origini dal finanziere londinese Alan Ayling (alias Alan Lake), figura del network “counter-jihad”, non legata a Israele. Fu ascoltato come testimone nell’inchiesta norvegese su Anders Breivik, che elogiò pubblicamente la retorica islamofoba dell’ambiente da cui Robinson proveniva. Il legame con Israele arriva anni dopo, ed è personale: nel 2017 Robinson viene finanziato con circa 85.000 sterline da Robert Shillman, che siede nel board dei Friends of the IDF, tramite una fellowship al sito canadese Rebel Media.

Nell’ottobre 2025 il ministro israeliano della Diaspora Amichai Chikli, del Likud, invita ufficialmente in Israele proprio questo Robinson, fondatore dell’EDL, con tanto di tappa a Yad Vashem. A opporsi sono gli stessi ebrei britannici: il Board of Deputies lo chiama teppista che rappresenta il peggio del Regno Unito. Musk, nel frattempo, ne chiede pubblicamente la scarcerazione e lo sostiene in piazza.

Tommy Robinson receives warm reception in Tel Aviv
Tommy Robinson. Photo credit: Morning Star.

La vicenda non resta un affare americano. Welcome to Favelas, la pagina social fondata nel 2013 (durante gli arresti domiciliari del fondatore Massimiliano Zossolo per gli scontri degli Indignati) come archivio di “degrado urbano” romano, oggi descritta da come “megafono della galassia MAGA in Italia”, ha annunciato che organizzerà una proiezione gratuita all’aperto a Roma, curandone il doppiaggio italiano e pagandone le spese di tasca propria.

Non è generosità improvvisa. Nel gennaio 2025, la pagina aveva già annunciato un incontro riservato con “rappresentanti europei di Elon Musk”, nell’ambito di un progetto di rete di “media indipendenti” alternativi ai giornali tradizionali, hashtag “you are the media now” preso in prestito proprio da Musk. Nessuno dei due ha mai raccontato nel dettaglio cosa si siano detti. Da lì in poi, secondo diverse testate, i contenuti della pagina virano decisamente a destra: referendum sulla giustizia, retorica sulla “remigrazione”, interviste al circuito MAGA in Europa.

Zossolo stesso ammette, in un’intervista, di avere “un amico in comune” con l’AfD: Musk. Più debole, e va tenuto separato per correttezza, il legame con Peter Thiel: nel marzo 2026 la pagina espone uno striscione di omaggio al tecnoimprenditore in visita a Roma, mentre il movimento No Kings gli protesta contro davanti al ministero della Difesa per i rapporti tra governo italiano e Palantir. Non un canale organizzativo come nel caso Musk. Un gesto pubblico, a senso unico.

Welcome to favelas, una pagina italiana antidegrado, afferma di aver incontrato un referente di Elon Musk | Wired Italia
Zossolo By wired

In ogni tessera di questa storia ricompare lo stesso amplificatore. Musk diffonde il film di Boll. Sostiene Robinson. Parla in collegamento a un comizio di AfD invitando i tedeschi a superare il senso di colpa per il passato. Esibisce un gesto che mezzo mondo ha letto come saluto romano. E ha aperto personalmente il canale con l’unica realtà social italiana che oggi si offre di doppiare gratis il film. Fin qui, fatti. Da qui in avanti, interpretazione, e il condizionale è obbligatorio.

Messi in fila, questi elementi potrebbero indicare che l’islamofobia funzioni da collante di un ecosistema conservatore atlantista: il terreno che salda la destra radicale occidentale, che dell’antisemitismo storico conserva ancora le tracce, con una parte dell’establishment filo-israeliano. In questa lettura, trasformare l’ostilità verso i musulmani in causa comune servirebbe anche a rendere più presentabile Israele, offrendogli sponde politiche dove la solidarietà tradizionale si assottiglia, riscrivendo il conflitto come scontro di civiltà invece che come questione di occupazione, diritti umani violati e pulizia etnica sistemica da quasi un secolo. Sono gli stessi rapporti di forza che mette in scena Citizen Vigilante: chi ha il potere si esenta dal conto, chi non ce l’ha paga con l’eliminazione, che si tratti di uno sfratto, di un’esecuzione sullo schermo o di un conflitto rinominato per convenienza.

Ma un dato impone prudenza, e non va derubricato a nota a margine: a rifiutare l’abbraccio con Robinson sono state proprio le comunità ebraiche britanniche. Se una strategia esiste, è politica, non etnica, e comunque non unanime. Confondere ebraismo e sionismo è un errore che in nessuna forma di attivismo possiamo permetterci.

Restano i fatti di partenza, e pesano più di ogni ipotesi. Un film reso virale, non censurato, dall’uomo più ricco del mondo. Un regista che ripropone lo stesso stampo cambiandogli bandiera a seconda di chi compra. Due attori “cancellati” per violenze sulle donne rimessi in circolo dalla destra, uno dei due mentre la casa che lo assume brucia il 60% del proprio organico. Due produzioni filo-israeliane. Un estremista islamofobo ricevuto da un ministro israeliano e finanziato oltreoceano. Una pagina italiana islamofoba e pro MAGA che si offre di tradurlo gratis per il pubblico di casa nostra.

Non è una convinzione che si ripete uguale in ogni versione. È un prodotto che funziona. E un prodotto che funziona non ha bisogno di crederci: gli basta vendere.

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