Chi “spacca” in carcere? Perché la pena non è uguale per tutti

Nel giorno del suo onomastico, l’ex sindaco di Roma è uscito dal carcere dopo un anno e mezzo di detenzione. Dal carcere ha scritto articoli, lettere, reclami costantemente pubblicati da giornali a massiva diffusione; per esempio “Il Dubbio”, il giornale del Consiglio Nazionale Forense, inviato quotidianamente e gratuitamente a tutti gli iscritti all’albo degli avvocati in Italia.

All’uscita dai cancelli, una folla di giornalisti e svariati altri personaggi si è accalcata, sudaticcia, intorno all’ex detenuto eccellente, con telefonini e telecamere puntati sull’iconica scena. La sera stessa del suo rilascio, Alemanno ha incontrato il leader di Futuro Nazionale promettendo battaglia, per l’appunto, sul “futuro nazionale” del sistema carcerario. A quanto si legge sui giornali, ha riferito che in galera ci si può comportare male, si può fare qualsiasi cosa, “si può spaccare”.

Mi permetto di dissentire da tali opinioni, se reali. Avevo uno studente che, in un momento di rabbia, ha tirato un pugno a una vetrata e ha spaccato un vetro. E’ stato subito trasferito. Non aveva un carattere facile, era incline all’ira, ma, in fondo, con tutti i suoi difetti, era “un buon citto”, come si dice in Maremma, e studiava con profitto. Ce l’avrebbe potuta fare. Appena “ha spaccato”, la struttura ha reagito, come era prevedibile. Nessun detenuto ha stigmatizzato il trasferimento: tutti sanno che in carcere non si può “spaccare” senza che il sistema non reagisca. Bisogna stare calmi e agire con buon senso. Per certi versi il carcere è una scuola di vita; un bagno di umiltà.

Gianni Alemanno ha scontato la sua pena a Rebibbia Nuovo Complesso, uno tra gli istituti più ambiti di Italia, dove è stato anche ammesso a frequentare la biblioteca e l’aula universitaria. Sono luoghi protetti, ove c’è chi studia e chi scrive, posti a disposizione dei detenuti. Non di tutti detenuti, solo di alcuni. Quelli considerati più idonei e colti.

Sicché, l’ex sindaco ha passato il suo tempo di reclusione in uno dei carceri migliori d’Italia, frequentandone le aree di eccellenza. Sicuramente, una scelta siffatta è condivisibile ed è giustificata dalla cultura e dalla scarsa pericolosità del reo. La biblioteca è una valida alternativa alla cella; è un posto dove si può leggere, volare con la mente. Non tutti però hanno queste possibilità: c’è chi sta in una stanza tutto il giorno. E non da solo. Non è nemmeno scontato che in un carcere ci sia un’Aula Universitaria. Anzi, di solito non c’è.

Non tutti gli istituti sono uguali. Per citare un caso recentemente assurto agli onori della cronaca, c’è, ad esempio, il carcere fiorentino di Sollicciano: è presumibile che le sue condizioni siano ben diverse di quelle di Rebibbia, di Volterra o di Giudecca. A giugno sono state lì sequestrate sette sezioni, per la prima volta in Italia[1].

Condizioni da incubo, a quanto si legge. D’estate si soffoca, d’inverno si gela. L’acqua calda spesso non arriva. A volte manca proprio. Però l’acqua non manca nelle estese infiltrazioni muffose delle umide mura. Eppure, Sollicciano era stato ideato ed edificato con un progetto architettonico straordinariamente innovativo: un edificio, senza grate alle finestre, costruito a semicerchi convessi e caratterizzato da assi viari e piazzali interni volti a favorire gli interscambi e le attività carcerarie.

Oggi è un luogo invivibile. Chi ha ideato cotal progetto avveniristico forse avrebbe dovuto passare ex ante un periodo in carcere. Si discute di un disegno di legge in cui i magistrati dovrebbero svolgere un tirocinio obbligatorio di permanenza in una struttura detentiva per 15 giorni, ma, a ben vedere, una tal misura dovrebbe essere prevista per tutti, o quasi, i lavoratori: architetti, avvocati, medici, insegnanti, farmacisti, dipendenti pubblici e così via. Sarebbe altamente educativo. Per tutti.

Dai dati del DAP presenti sul sito del Ministero della Giustizia[2], risulta che sono ristretti nelle carceri 63.801 detenuti, a fronte di una capienza massima di 51.268 unità. Davanti a numeri siffatti, diventa subito chiaro chi può fare cosa in carcere. Normalmente il detenuto che ha maggiori possibilità economiche e sociali ha anche maggiori chance di sostenere con dignità la parentesi carceraria. Inutile dire che i politici o i personaggi noti generalmente vivono una detenzione migliore rispetto ai figli di nessuno.

Mauro Moretti, ex Amministratore Delegato di Trenitalia[3], si è costituito nella Casa di Reclusione di Orvieto poche ore dopo la sentenza di condanna definitiva della Corte di Cassazione per la strage di Viareggio. Chissà perché Orvieto, piuttosto che Poggioreale o Ucciardone, viene spontaneo chiedersi. Comunque sia, appena è entrato in carcere, Moretti ha subito ricevuto la visita del senatore Walter Verdini, il quale si è peritato di riferire ai giornali che egli vive con dignità e partecipa ai corsi di falegnameria e di ceramica.

Tempistiche eccezionali, quelle di Orvieto. Di solito ci vogliono settimane, se non mesi, per essere ammessi ai percorsi trattamentali. A quanto ha riferito il senatore Verdini, Moretti ha già chiesto di “riattivare il progetto di un quotidiano in carcere”. E perché no? Anche Gianni Alemanno si è dedicato alla scrittura.

Riguardo a Moretti, va fatta una riflessione. A 72 anni, nessuno che non sia un delinquente abituale dovrebbe entrare in una struttura penitenziaria. L’art. 47ter della legge n. 354/1975, infatti, valorizza la possibilità, in capo a tutti gli ultra-settantenni, di ottenere la detenzione domiciliare. La disposizione riflette una chiara volontà del legislatore di tener conto delle condizioni di maggiore fragilità fisica e psicologica che spesso accompagnano l’età avanzata. Quindi è assai probabile che l’ex Amministratore Delegato di Trenitalia sconti gran parte della pena ai domiciliari.

La sua permanenza in carcere dovrebbe essere breve, come tutti gli altri detenuti hanno ben presente, compresi i compagni di cella. Non perché egli non debba pagare il debito che ha contratto con lo Stato, ma perché la legge consente la misura alternativa al condannato anziano, senza compromettere le esigenze di sicurezza legate alla pena. Oltretutto a noi contribuenti costa pure meno se Moretti se ne va a casa.

Ma c’è chi una casa dove andare non ce l’ha. C’è chi non ha soldi per comprare il materiale o i libri necessari per compiere il proprio percorso formativo o trattamentale. C’è chi non ha la possibilità di veder pubblicate le proprie lettere sui giornali. C’è chi non va a cena coi politici appena scarcerato e c’è anche chi, durante la detenzione, non riceve visite, né dai politici né da chiunque altro.

A ciò si aggiunge l’incubo dei trasferimenti. E’ dello scorso 26 giugno la risposta del Ministero della Giustizia relativa a un’interrogazione parlamentare sui trasferimenti e gli sfollamenti nelle carceri. Una risposta dettagliata, ricca di numeri, che àncora i trasferimenti a “motivi di Ordine e Sicurezza, familiari e deflattivi”. Tutto condivisibile. Ma le astrazioni vanno applicate nella vita di tutti i giorni; le idee vanno mangiate, come diceva Giorgio Gaber.

E allora bisogna riflettere sugli effetti pratici di un trasferimento di autorità causato da motivi deflattivi, in teoria sacrosanti, ma, in concreto, un rimedio peggiore del male. Può accadere, infatti, che i detenuti trasferiti vadano a finire in carceri già gremite, causandone il sovraffollamento. Sovraffollamento che pesa non solo sui soggetti traferiti, ma sull’intera struttura di destinazione: personale civile, polizia penitenziaria, medici e sanitari, educatori, volontari.

Ma non solo. I detenuti trasferiti devono ripresentare le istanze per le telefonate e i colloqui. Se già lavoratori, devono rientrare nelle graduatorie per ricominciare a lavorare in carcere, aspettando talvolta mesi. Il percorso trattamentale ricomincia da zero. Perché il trattamento è legato solo in parte al reato commesso.

La verità è che, a prescindere dalla ragione per cui si è dentro, ogni volta che si varca un cancello (anche a seguito di un trasferimento per ragioni deflattive) inizia una nuova vita, governata da regole proprie, sovente diverse da carcere a carcere. Lo sanno bene i volontari, i quali raramente s’informano sui reati commessi dai detenuti. Meglio non sapere, per evitare pregiudizi sul passato. Conta il presente, e la speranza di un futuro decente.

I trasferimenti massivi non dipendono mai da ragioni legate ai singoli detenuti. Basti pensare agli spostamenti da San Vittore a Opera dopo l’incendio che ha devastato una sezione del carcere milanese. O a quelli da Regina Coeli a Rebibbia dopo il crollo della seconda rotonda. Sono operazioni che coinvolgono decine e decine di persone[4]. Si sradicano vite già precarie, si interrompono percorsi, si spezzano legami.

Ed ecco allora che, durante la detenzione, la diseguaglianza sociale diviene un motivo di tensione. Perché a parità di condizioni detentive, il reato commesso, in realtà, diviene recessivo e quello che conta è la possibilità di accedere a determinati trattamenti, riservati a molti ma non a tutti. A tal fine, evidentemente, conta quanti anni devi scontare e come ti comporti, ma purtroppo, come dappertutto, conta anche chi sei e quanti soldi hai. Del resto, è un fatto oggettivo e statistico che un detenuto eccellente normalmente crea meno problemi di un disperato privo di mezzi e di aiuti.

Non esistono studi ufficiali in Italia sul rapporto tra la percentuale della popolazione detenuta e la percentuale di povertà. Esiste una riflessione del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, il quale, partendo dal rapporto di Oxfam presentato al World Economic Forum di Davos, ha correlato la curva di povertà con l’aumento della popolazione carceraria.

Dal 2014 al 2024, il numero dei detenuti nelle carceri italiane è però aumentato del 15,4% e, nello stesso periodo, le persone in povertà sono cresciute del 14,1%. Forse si tratta di una coincidenza, ma le curve corrono parallele. E così il carcere diventa l’ultimo contenitore, quello dove spesso finisce chi non ha più niente e nessuno.

Per gli indigenti, per i disperati, talora il carcere può essere una sorta di ammortizzatore sociale, ove almeno il vitto e l’alloggio è garantito. Sono quelli che vivono con crescente nervosismo l’approssimarsi del fine pena. Escono soli, dai cancelli roventi del carcere, chini sotto il sacco nero delle loro povere cose e sotto il peso degli errori commessi. Si guardano intorno, immotivatamente speranzosi di trovare qualcuno là fuori che li aspetta; ma per loro non ci sono telecamere e telefonini.

Talora ci siamo noi, causalmente presenti alla fine di un turno di volontariato, mentre stiamo togliendo il casco dalla sella del motorino. Li guardiamo avviarsi con passo incerto lungo le mura del carcere, dubbiosi sulla direzione da prendere. E allora ci si trova a desiderare, con tutte le forze, che la vita riservi, anche a loro e non solo agli altri, una buona occasione di reinserimento, un’opportunità sinora negata. E nel rientrare a casa si spera nel miracolo. In fondo, il fondatore della più importante istituzione religiosa del mondo era un pescatore, carcerato a Roma.

Note
[1] In passato, un’area del carcere romano di Regina Coeli fu sequestrata, ma il provvedimento fu causato da un crollo e non da condizioni di invivibilità come a Sollicciano.
[2] Aggiornati al 28 febbraio 2026.
[3] Moretti è stato condannato dalla Corte di Cassazione in via definitiva a 5 anni di reclusione per un terribile rogo avvenuto nel 2009 nella stazione di Viareggio ove morirono bruciate 32 persone e 100 feriti. La condanna superiore a due anni impedisce, per legge, la concessione della sospensione condizionale della pena.
[4] Tra sabato 27 e domenica 28 giugno è stata completata una complessa operazione che ha comportato la movimentazione simultanea di 128 detenuti sottoposti al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’Ordinamento penitenziario.

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