Là dove il nulla è tutto: viaggio nel cuore del Sahara algerino

Il deserto è un luogo in cui non piove. La nozione di deserto non dipende dalla quantità d’acqua o dalla vegetazione presente nel territorio; dipende dall’assenza di precipitazioni. L’Antartide, ad esempio, è geograficamente un deserto. Il Sahara è il più vasto deserto caldo del mondo: si estende dall’oceano Atlantico al mar Rosso ed è attraversato dal tropico del cancro. In Algeria occupa il 90% del territorio.

Si tratta di un universo enorme che impone regole durissime, ma che da sempre è attraversato da uomini e merci. In realtà il deserto del Sahara è nel pieno del flusso della storia e lo è sempre stato. Tant’è che, storicamente, il Sahara è sempre stato anche al centro di contrasti, a tratti sanguinosi.

Il deserto del Sahara. Photo credit: Chimica-online.

Emblematico è il conflitto per il Sahara Occidentale, sospeso da oltre mezzo secolo tra indipendenza e controllo coloniale. La contesa affonda le radici nel 1975, quando la Spagna abbandonò la colonia, lasciando campo libero alle rivendicazioni del Marocco e della Mauritania su quel lembod di terra, per poi ritirarsi nel 1979 mentre il Fronte Polisario[1] proclamava la Repubblica Araba Sahrawi. Il conflitto armato è durato sino al 1991 e ha portato alla migrazione della popolazione Sahrawi, accolta nei campi profughi algerini. Per questa ragione i rapporti tra Algeria e Marocco sono ancora tesi[2], e analoghe trazioni si registrano con il Mali e il Niger per il loro sostegno ai gruppi tuareg separatisti.

Crocevia di carovane e cammelli, il Sahara è uno spazio immenso in cui, però, non si è mai veramente soli: certo, oggi è poco popolato, ma questa enorme distesa è sempre stata attraversata dagli uomini: mercanti, esploratori, allevatori, predoni. A sud del Sahara si estende il Sahel[3], fascia di transizione semiarida che funge da cuscinetto fra il deserto e la zona umida tropicale. Qui le popolazioni sono per lo più nomadi e sconfinano, spesso e volentieri, nel Sahara. Per questa gente il nomadismo non è una scelta: è l’unica strategia di sopravvivenza.

Abitanti del deserto presso il Sahara algerino. Photo credit: Marina Binda.

Per la verità, il nomadismo ha operato soprattutto fino a quando non c’erano confini nazionali, che in questi territori sono spesso stati tracciati con il righello dalle autorità coloniali un paio di secoli fa, separando, così, genti che avevano sempre convissuto e facendo coabitare gruppi ed etnie incompatibili tra loro. Oggi l’appartenenza sulla carta a uno degli stati sahariani impone di avere una sede di residenza. Ciò ha ostacolato il nomadismo, che, però, continua a perseverare.

I nomadi hanno sempre e varcato i confini e tutt’ora li varcano. Magari non più sul dorso di un cammello, come i loro nonni, ma su sofisticate autovetture, che loro sono perfettamente in grado di smontare e riparare. Eppure, si orientano ancora guardando le stelle. Forse non è un caso che proprio nel deserto si sono sviluppate le tre grandi religioni monoteistiche.

Dromedari selvatici corrono nel deserto algerino. Photo credit: Marina Binda.

Djanet, cittadina-oasi del deserto sahariano, si adagia in una cornice di rocce quiete. il centro è un caleidoscopio di colori e di suoni: mercati di stoffe, corse vocianti bambini, sorrisi schivi e immancabili militari nelle camionette. A Djanet ho visto le donne più raffinate del mondo, alte e slanciate nei loro vestiti dai caldi toni, spesso color miele.

A nord di Djanet si estende lo splendido parco nazionale del Tassili N’Ajjer, patrimonio dell’UNESCO, ove regna un silenzio assoluto. Qui si trova il famoso roccione di Terarat dove c’è una delle più belle opere rupestri risalente al neolitico sahariano. Dal groviglio di segni emerge, come per magia, il profilo di alcuni bovini, testimoni millenari del volto del nostro pianeta. Alcuni di loro hanno una lacrima a un occhio.

E’ la rappresentazione della celebre “vacca che piange”, di grande impatto, con uno stile che evoca il dolore per la perdita di risorse idriche vitali. Il bassorilievo ritrae bovini che vorrebbero abbeverarsi a una pozza ormai secca, e simboleggia la drammatica desertificazione della regione avvenuta 5.000 anni fa.

Graffiti rupestri presso il roccione di Terarat, nel Sahara algerino.

Nell’altopiano del Tassili N’Ajjer c’è anche l’Oued Essendilene, luogo davvero inaspettato perché particolarmente verde. Si percorre un vecchio letto di un fiume, stretto in un canyon, ove crescono acacie, oleandri, tamerici e piante di alto fusto tra le alte gole di roccia arenaria. Alcune caprette dalle lunghe corna e dal verso acuto, tutto algerino, sono arrampicate lungo le pareti, e per terra corrono incredibili specie di insetti e di lucertole.

Un coleottero del deserto presso l’Oued Essendilene, nel Sahara algerino.

Al termine del Vada appare inaspettato uno specchio d’acqua tra le rocce, freddissimo, color ortensia di cielo perduto. Forse è un prodigio del Mago di Oz[1]. Nel famoso romanzo The Wonderful Wizard of Oz, pubblicato da Frank Baum nel 1900, si narra infatti di una città cui abitanti indossavano occhiali con lenti colorate per far apparire tutto color verde smeraldo, per via un’illusione orchestrata dal Mago.

Il Guelta di Essendilene, una famosa oasi ubicata sempre nel Sahara algerino. Foto credit: Marina Binda.

A ovest di Djanet, nella provincia di Illizi, c’è un’area di sabbia stregata di bellezza: l’Erg Admer, un “mare” di dune, talora altissime, che si estende per oltre cento chilometri di lunghezza, fino al confine col Niger.

Qui, ogni giorno, la forma delle dune si modifica col vento: cambiano ombre, colori, luci e altezze. Nell’immaginario comune queste dune identificano in sé il concetto di deserto. L’aria è leggera, rarefatta. Qui potrebbe essere nato Luke Skywalker, eroe dell’Alleanza Ribelle contro l’impero Galattico, tanto questo panorama assomiglia a quello, nato dalla penna di George Lucas, del pianeta Tatooine. La linea che separa i versanti di una duna viene chiamata rif: cioè lama di coltello. Mai definizione fu più emblematica.

Le dune dell’Erg Admer. Photo credit: Marina Binda.

Questo luogo ospita un’importante comunità Tuareg, i cui membri appartengono frequentemente al gruppo Kel Ajjer, noti per la cultura nomade e per la profonda conoscenza del deserto. Indossano il tipico turbante indaco “cheche” (o tagelmust), simbolo di protezione nomade. Per noi occidentali, i Tuareg sono gli uomini blu, gli eroi del deserto, ma tale visione romantica non è esattamente condivisa dalle popolazioni locali che talvolta li considerano, con fare abbastanza razzista, predatori e razziatori. In verità i Tuareg spesso fanno altro nella vita, anche se la difficile economia del deserto può effettivamente includere, a volte, furti e razzie.

A ben vedere, la vera forza dei Tuareg sta nel fatto di aver subito capito come sfruttare gli spazi strategici del deserto, che, sin dall’antichità, è stato l’unico collegamento tra il mondo mediterraneo e il cuore dell’Africa. Conoscere bene il Sahara, infatti, ha sempre significato controllare le reti dei traffici commerciali e le vie percorribili tra i due mondi.

E ancora nel Tassili N’Ajjer si incontrano gli incredibili paesaggi del Timras e di Tikabaouine, non lontano dal confine con la Libia, ove si rincorrono corridoi di dune rosse, guglie arroventate di roccia scura, e archi naturali particolarmente suggestivi al tramonto, quando la luce obliqua si insinua tra le rocce.

Qui i colori della sera evocano il Wadi Rum giordano, giovane deserto rosso come Marte, ove ho vissuto una delle esperienze più toccanti del mio peregrinare. In una tenda di beduini celebrammo una funzione cristiana, insieme ai nomadi musulmani. Noi indossavamo la Kefiah rossa, simbolo giordano nazionale, in segno amicizia. Non dimenticherò mai le lacrime di orgoglio e di commozione nei loro occhi. E nei miei. Perché le persone che vivono nel deserto trasmettono una particolare energia, e, in qualche modo, una profonda spiritualità.

Tramonto sahariano. Photo credit: Marina Binda.

Sembra nata in questi luoghi la famosa litania Bene Gesserit tratta da “Dune”, l’ormai classica saga di fantascienza pubblicata da Frank Herberto nel 1965. La litania era pensata per vincere i terrori del deserto, la sete, la solitudine nel cuore di una improvvisa tempesta di sabbia, quando le dune cambiano forma e direzione, le piste scompaiono e, con esse, ogni direzione, fisica e mentale.

Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e che mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò”.

Di recente Leone XIV è stato in Algeria. E’ il primo Papa ad aver visitato questo paese dai paesaggi desertici e dal carattere fecondo, spinto dal desiderio di visitare i luoghi agostiniani, ma soprattutto di poter continuare “il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano”. Ad aspettarlo in aeroporto c’era una folla di adulti e bambini in vesti tradizionali: lo hanno salutato in arabo, in inglese e in italiano. Fuori, le zagharit, le grida di esultanza tipiche delle donne africane.

Dell’Algeria il Papa ha detto “Il mediterraneo da una parte e il Sahara dall’altra, rappresentano crocevia geografiche e spirituali di enorme portata. Perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento tra i popoli e le culture”. Dopo l’Ageria, in Camerum, pronuncerà il discorso sullo scandalo della fame e chi ci specula.

Il recente incontro fra Papa Leone XIV ed alcuni rappresentanti della comunità islamica algerina. Photo credit: Vatican.Va.

Cambiare la storia iniziando dal cuore” ha detto Leone, incoraggiando il dialogo tra cristiani e musulmani. “Dio si rivela soprattutto ai piccoli”. Con umiltà e semplicità. Come il deserto, ove solo con umilità si sopravvive e si impara.

Perché nel Sahara le vite sono al margine; sfruttano umilmente le risorse per necessità e le rispettano. Perché le risorse sono utili per tutti, non solo per loro stessi. Dopo di te, passerà qualcun altro in quello specifico punto, e deve poter avere ciò che hai avuto tu. Un altro nomade, dopo di te. Come dicevano gli America, la folk band londinese degli anni 70, nel deserto, puoi ricordare il tuo nome perché non c’è nessuno che possa farti del male.

Note
[1] Frente Popular para la Liberación de Saguía el-Hamra y Río de Oro.
[2] Oggi la disputa vive una nuova fase perché nel 2025 il Marocco ha rilanciato l’ipotesi dell’autonomia sotto il proprio controllo.
[3] Il Sahel è una zona, posta tra deserto e savana, che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, coprendo Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Sudan.

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