L’Algeria è un grande paese non lontano dall’Italia, di cui si parla poco. I media nazionali e d’oltralpe sono saldamente ancorati ai luoghi di guerra o a quei luoghi la cui instabilità può costituire motivo di interesse, cioè di preoccupazione. Sicché, negli ultimi anni, l’Algeria è saltuariamente “assurta agli onori della cronaca”, a differenza di altri territori mediorientali. C’è da chiedersi se questa recessività, questo rimanere sullo sfondo del palcoscenico internazionale, non siano scelte strategiche volute, considerato che, in realtà, l’Algeria è un territorio cruciale per la politica economica ed energetica mondiale.
Anzitutto, l’estensione è davvero non comune: la superficie misura quasi due milioni e mezzo di chilometri quadrati, pari a circa dieci volte l’Italia. È il più grande Stato africano e il più grande paese arabo; la decima nazione più estesa del mondo. Il 90% del suo territorio è occupato dal Sahara, regione praticamente disabitata. La città di Djanet nel sud-est del paese, ove ho visto le donne più eleganti del mondo, si trova esattamente al centro dell’immenso deserto africano.

La storia del paese è ricca e complessa. E’ iniziata con gli antichi insediamenti delle popolazioni berbere, convogliando nella successiva dominazione romana. Con l’arrivo dell’Islam, nel VII secolo d.c., l’identità arabo-musulmana è divenuta centrale nella coscienza collettiva algerina. L’Islam ancora oggi costituisce la confessione religiosa principale del paese. Dal XVI al XIX secolo, l’Algeria è stata poi dominata dall’Impero Ottomano, e in tale periodo ha goduto di una discreta autonomia, con la centralità di Algeri nei commerci.
Dal 1800, la Francia ha iniziato la conquista dell’Algeria, che ha portato, in seguito, a una lunga e sanguinosa resistenza da parte dei locali. L’occupazione inizialmente ha riguardato solo la parte settentrionale del paese: il Sahara era considerato troppo selvaggio e di scarso valore commerciale (prima della scoperta di giacimenti petroliferi). Nel 1830 l’Algeria è divenuta ufficialmente una colonia francese, con una pesante repressione, una dilatata requisizione delle terre e un esteso sfruttamento delle risorse. Stremata dall’arroganza dei coloni e dalle feroci ingiustizie, la popolazione locale ha iniziato a covare un progressivo risentimento nei confronti degli invasori.
Dopo più di un secolo di dominio coloniale, nel 1954 è iniziata la Guerra d’Indipendenza Algerina, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Il Paese divenne teatro di scontri sanguinosi, celebrati nel film-testimonianza di Gillo Pontecorvo La battaglia di Algeri [1]. La guerra d’indipendenza è durata fino al 1962, quando l’Algeria, con gli accordi di Evian, ha finalmente ottenuto la libertà dalla Francia, e creato, così, uno Stato Repubblicano.
A testimonianza dell’amore degli algerini per la libertà, il Memoriale dei Martiri, a tutt’oggi, è forse il luogo più caro alla popolazione: con i suoi 92 metri di altezza domina Algeri e la sua baia, simboleggiando, con le sue arcuate curve puntate verso il cielo, il sacrificio dei combattenti algerini caduti per porre fine al colonialismo.

Dopo l’indipendenza, l’Algeria ha adottato una politica socialista, nazionalizzando numerose industrie. Tuttavia, a causa di forti tensioni sociali e crisi economiche, negli anni ’90 una guerra civile devastante ha portato le forze armate a prendere il potere. Attualmente l’Algeria è una repubblica presidenziale di orientamento socialista che sta tentando di consolidare il proprio potere politico interno. Sul piano internazionale, resta alta la tensione con la Francia, nemico storico degli algerini, che ha influito su di una serie di misure diplomatiche reciproche, ma restano tesi i rapporti anche con il Marocco, il Mali e il Niger.
Sul piano interno, la stabilità politica del paese resta ancorata a un rigido controllo del potere da parte dell’élite militare e civile che gravita attorno alla presidenza di Abdelmadjid Tebboune, al potere dal 2019. Il controllo militare sul territorio è diffusissimo: i pullman di turisti vengono costantemente scortati dalla polizia e la presenza delle forze armate è pervicace e capillare. Anche al mercato si viene seguiti.

Tanto è dimostrato dalle pratiche burocratiche per ottenere il visto di ingresso nel paese per motivi turistici. Oltre ai normali documenti d’identità, l’Algeria richiede la rigida dimostrazione della piena autosufficienza economica, il deposito della busta paga e della documentazione bancaria relativa agli importi sul conto corrente. Se si riesce a superare tutto questo, si può rimanere davvero ammaliati dal fascino del paese, per lo splendore dei luoghi e la calda cordialità della popolazione, grata e felice di ricevere la visita di turisti stranieri che, al momento, non sono poi molti.
Algeri, detta “la bianca”, è una città seducente e luminosa, con i suoi larghi viali, i suoi quartieri francesi, gli edifici di architettura moresca, i palazzi ottomani. Ha un elegante lungomare in perfetto stile déco, con palazzi ornati da elementi floreali e lunghi porticati, dalle snelle colonne, che si affacciano sul mare. L’orto botanico d’Essai Du Hamma, nella parte est della città, è molto più di un semplice giardino: è un museo vivente del mondo vegetale, con una superficie di 30 ettari ed una flora in estinzione sul resto del pianeta. Una vera lezione vivente di bellezza naturale.

Non ho notato un traffico congestionato ad Algeri: molto peggio Istambul e, soprattutto, Roma. La metropolitana di Algeri è veloce ed efficace. Le stazioni sono piuttosto eleganti, in stile, di colore bianco e verde. Quando l’ho presa, era abbastanza ordinata e lontanissima dalla spasmodica lotta per la sopravvivenza che quotidianamente si svolge, a qualsiasi ora, tra la linea A e la B dello snodo Termini.

Dall’alto, la città incanta, adagiata com’è, per orizzontale, su di un terreno ondulato e gentile, al culmine del quale spicca il quartiere antico della Kasba, annodato in un dedalo di vicoli e stradine. Algeri è affacciata sull’altro lato del mare nostrum, ove sostano lucide navi nel porto, impazienti di salpare.
E sembra quasi di sentire le grida, gli odori, i rumori, della città nel corso dei secoli; voci di corsari, soldati, dominatori e dominati che con le loro vite hanno costruito la storia dell’Algeria. Tra questi, anche molti Italiani. Uno per tutti, il calabrese Occhialì, cristiano convertito all’Islam che proprio ad Algeri divenne governatore.

Occhialì, talvolta chiamato Uccialì, (tutti soprannomi che derivano dal turco Uluç Alì, cioè Alì il rinnegato) si chiamava, in realtà, Gian Luigi Galeni. Era nato nel 1519 e viveva a Le Castella, a pochi chilometri da Crotone. A sedici anni venne catturato dai corsari turchi, ridotto in schiavitù e messo ai remi in una galera. Uccise con un sol pugno un altro schiavo che lo aveva provocato e si convertì all’islam per evitare la condanna.
Ma la conversione fu anche l’inizio di una splendida carriera. Fu corsaro e percorse velocemente tutti i gradi della gerarchia della marina ottomana. Ricevette incarichi importanti come quello di governatore di Algeri e divenne un comandante formidabile. In seguito alle sue battaglie, ottenne dal sultano il titolo di Grande Ammiraglio, collezionando ricchezze e onori. Morì nel 1587 nel suo palazzo presso Istanbul. Ai suoi numerosi servitori lasciò case e beni, concentrati in un villaggio da lui fondato col nome di “Nuova Calabria”.
E non può non venire in mente la bella canzone in dialetto genovese di Fabrizio De Andrè Sinan Capudan Pascià, che esalta una caparbia intraprendenza molto simile a quella di Occialì. Un inno alla resilienza, che dalle polveri fa salire agli altari. La filosofia è riassunta nel detto popolare “in mezzo al mare c’è un pesce tondo che quando vede le brutte sta sul fondo; in mezzo al mare c’è un pesce palla che quando vede le belle sale a galla”[2].
Algeri vanta bellissime chiese cristiane dall’architettura ondulata: ad esempio, la basilica di Notre Dame, posta in una posizione dominante sul resto della città e sulla baia. Ho avuto la sensazione che in Algeria che le tre religioni monoteiste convivano pacificamente nel territorio, ove, comunque, la confessione assolutamente maggioritaria è l’Islam, con il 99% dei fedeli. E se è vero che la religione islamica permea tutti gli aspetti della vita sociale e politica del paese, è pur vero che l’Algeria si sta aprendo progressivamente all’Occidente e che non constano forme di intolleranza nei confronti delle religioni di minoranza.
I dintorni di Algeri non sono da meno: basti pensare a Cherchell a 80 km, l’antica Cesarea, con il suo splendido museo e, alle porte della città, la cosiddetta “Tomba della Cristiana”, un enigmatico edificio circolare posto in posizione dominante sul litorale algerino.

Ma l’Algeria non è solo la capitale: è il luogo ove sono conservati i migliori siti archeologici dell’Africa, siti Unesco, patrimoni dell’Umanità.
Tra questi Tipasa, fondata dai fenici, poi trasformata dall’imperatore Claudio in una colonia militare e infine in una città. E’ adagiata su dolci colline ai piedi del sinuoso Monte Chenoua. Vanta luoghi meravigliosi come un teatro, le rovine di una chiesa cristiana, un anfiteatro perfettamente conservato, e uno splendido ninfeo. Lieve qui è il profumo del timo e costante è il rumore del mare. E subito vengono in mente le parole del grande poeta:
“In primavera, Tipasa è abitata dagli dei e gli dei parlano nel sole è nell’odore degli assenzi, nel mare corazzato d’argento, nel cielo d’un blu crudo, fra le rovine coperte di fiori e nelle grosse bolle di luce, fra i mucchi di pietre. In certe ore la campagna è nera di sole. Gli occhi tentano invano di cogliere qualcosa che non sian le gocce di luce e di colore che tremano sulle ciglia. Il voluminoso odore delle piante aromatiche raschia in gola e soffoca nella calura enorme. All’estremità del paesaggio, posso vedere a stento la massa scura dello Chenoua che ha la base fra le colline intorno al villaggio, e si muove con ritmo deciso e pesante per andare ad accosciarsi nel mare.” (Nozze a Tipasa, A. Camus)

Djemila, che in arabo vuol dire la bella, si trova invece a circa 250 km ad est di Algeri, alla confluenza di due fiumi ai piedi di una montagna. L’aria qui è tersa e i colori vividi. Bellissimo è il foro dedicato a Settimio Severo, l’arco di trionfo dedicato a Caracalla e il tempio dedicato a Marte. Un posto davvero incantevole, illuminato da un sole obliquo che esalta i caldi colori della terra e visitato da famiglie algerini, con bimbetti che giocano a pallone e si rincorrono lungo il foro.
Siamo gli unici occidentali ma abbiamo l’impressione che gli abitanti del luogo ci guardino con simpatia, a giudicare dai sinceri sorrisi che ci regalano. Un’empatia dimenticata in Occidente, spesso divorato da spire di recriminazioni e di odio, che anche i social contribuiscono irrazionalmente a fomentare. Ma non voglio pensare a queste cose. Voglio rimanere con lo sguardo fisso sulle pietre, sulla terra, sui sorrisi dei bambini, uguali in tutto il mondo. Voglio continuare a godere di queste splendide civiltà, paga di questi paesaggi e fiduciosa nell’umanità, come quando da bimbetta correvo nei vicoli del mio paese e mi sentivo felice, fidandomi di tutti e di tutto.
Timgad, costruita in mezzo al nulla nel 100 d.C. dall’imperatore Traiano per mezzo di manodopera militare, è un mirabile esempio di griglia romana con un regolare impianto urbanistico ad assi ortogonali. Un gioiello archeologico, tra i più impressionanti dell’africa settentrionale.
Nella piazza principale di Timgad resta incisa per sempre una spensierata definizione della vita: “venari, lavari, ludere, ridere: hoc est vivere”. E cioè: Cacciare, fare il bagno alle terme, giocare, ridere: questo è vivere!”
Lambaesis è un sito archeologico unico al mondo. C’è una fortezza legionaria proconsolare priva di tetto, ma ancora integra nelle mura. Non ce ne sono altre, da nessuna parte, così ben conservate. Si tratta di un posto in una piana a 600 metri di altezza in Numidia, a nord dei monti Aures. Qui spira un vento terribile che si insinua tra gli archi e nelle ossa, ma non riesce a raggelare i cuori. Ciò che impressiona è il perfetto incastro delle pietre e degli archi della fortezza. Guardi una costruzione come questa e pensi con stupore: “ma è impossibile che questi archi caschino!” E infatti non sono cascati, dopo quasi 2000 anni. Il forte risale infatti all’81 d.c. e poi divenne la fortezza della III Legione Augusta, sotto Traiano.
E mentre guardi queste pietre, e immagini una popolosa città, con i suoi soldati e i civili, ti viene in mente il discorso fatto dall’imperatore Adriano, inciso nella pietra, alle sue milizie durante una visita ispettiva proprio qui, a Lambaesis. Adriano era l’uomo del Vallo, colui che ha tracciato confini nel vento del nord; ma è anche l’instancabile viaggiatore, l’imperatore filosofo che cercava armonia dove altri cercavano dominio.
“Avete compiuto molto, e con bellezza. Avete costruito un muro lungo, di quelli che si fanno per accampamenti destinati a durare. E non vi siete fermati prima che fosse compiuto. Avete lavorato con pietre grandi, pesanti, irregolari. Pietre che nessuno può muovere o collocare se non combinando l’una con l’altra le proprie asperità. Avete scavato un fosso, battuto la ghiaia dura e ruvida e, con la raschiatura, l’avete resa liscia, come levigata dal vento. Che la speranza di tempi migliori non vi renda più indulgenti con voi stessi.”

Tiddis è arroccata su una collina, posta presso Constantine, ed è in una posizione spettacolare: la terra rossa e la vegetazione circostante la rendono particolarissima, rispetto a tutti gli altri siti archeologici. L’aria è tersa e il sito è deserto. La piccola città appare splendida, sotto il pulito sole invernale. Ha una porta monumentale, terme, concerie industriali, un santuario a Mitra risalente al IV secolo a.C. e anche una cappella cristiana, a tre navate, che domina la valle. E’ piena di cisterne; praticamente ogni casa ne ha una. Tanto mostra la maestria dei romani nel fornire l’acqua anche alle zone predesertiche.
L’archeologo monzese Alessandro Fumagalli, innamorato dell’Algeria e dei suoi siti unici al mondo, spiega che in questo paese le strade del passato non sempre corrispondono alle strade moderne. Qui, nei grandi spazi al confine dell’impero romano, le antiche città rimasero isolate, fra i monti o al bordo del deserto. Ciò ha permesso una conservazione eccezionale. Non si tratta di semplici rovine ma di vere e proprie macchine del tempo.
Percorrendo le strade lastricate di Tiddis si riesce a vedere luoghi che prendono vita: una città con due fori, esempio di chiara vitalità, terme di quartiere e grandi terme per i viaggiatori, splendidi mosaici che coloravano case private ed edifici pubblici. Non semplici monumenti, ma immagini vive di un passato lontano. E, come in un incanto, narra una storia ricostruita attraverso un’iscrizione a Tiddis: la storia di Lollo.

Quinto Lollio Urbico nacque proprio in questo avamposto al confine dell’Impero Romano, isolato nella campagna. Entrato nelle grazie dell’imperatore Adriano, fu mandato a comandare la X Legione a Vinbondona. Ottenne poi il governatorato della Germania inferiore e, dopo la morte dell’imperatore, venne mandato in Britannia e nelle Lowlands scozzesi, per poi tornare a Roma dove ottiene la carica di Prefectus Urbi. E’ un esempio di mobilità sociale, concessa all’epoca romana, ove era ben possibile che il secondogenito di un oscuro proprietario terriero berbero di un remoto luogo africano potesse arrivare a occupare un ruolo di grande potere nella capitale.
Ma, alla fine della sua vita coronata di successi, Lollio decide di tornare nella sua città natale, ove fa costruire un piccolo mausoleo rotondo, isolato nella campagna ma vicino alla sua Tiddis, destinato ad accogliere i suoi resti mortali. E subito risuona nel petto e nel cuore “Ma se ghe pensu”, il bellissimo canto popolare del migrante genovese, divorato dalla nostalgia per la sua “Zena iluminâ a-a séia”[3], che pensa “ancon de ritornâ a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ”[4].

Constantine, l’antica Cirta, è un altro luogo affascinante, al pari di tutto il resto. Si trova a nord est dell’Algeria, poco lontano da Ippona, che diede i natali ad Agostino, il più grande filosofo dell’amore della cristianità. E’ lontana dal mare ma ne conserva il respiro.
Alessandro Dumas padre, che viaggiò in Algeria a metà dell’800, la soprannominò nido di aquila per la sua posizione arroccata tra speroni rocciosi. La città è legata a ponti acrobatici sospesi che attraversano gole profondissime, alte quasi 180 metri sulle anse del fiume Rhumel Vada con le sue belle cascate. La vista dai ponti storici. come il Sidi M’Cid e l’El Kantara, su un canyon verticale che ha scavato la città è davvero spettacolare. Chissà quante persone sono morte, nel passato, per costruire queste case.
Ha una storia antichissima: fu capitale del regno Numida, la cui influenza si estendeva dal Marocco alla Libia. Camminare in mezzo a queste case, ancora perfettamente conservate, ci regala uno stupore inaspettato, perché Constantine è un centro di influenza culturale e crocevia di civiltà, dalle abitazioni millenarie.
E nel voltarmi indietro, prima di intraprendere, non senza trepidazione, il viaggio verso il grande deserto del Sahara, di cui parleremo presto qui su Deep Hinterland, mi volto ancora verso Constantine. Domina su una rupe l’arco dei caduti nella Prima Guerra Mondiale, ove i giovanissimi algerini furono costretti a combattere e morire fianco a fianco dei loro colonizzatori, per difendere un paese a loro estraneo e inviso.
E subito viene in mente l’arco della pace milanese, alla fine di Corso Sempione, ove, fino pochi giorni, fa ardeva ancora la fiamma olimpica. E penso all’insensatezza di tutte le guerre, fatte da fugaci dominatori di passaggio, prima o poi destinati a perdere il potere e a morire, al pari dei soldati, mandati a essere prematuramente uccisi nelle trincee.
“Che il Signor fermi la uère, che il mio ben torni al pais”[5], mormorava nel 1915, tra le lacrime, una ragazza friulana[6]. Che vinca la pace, nel mondo e nei nostri cuori.
Note
[1] Un altro splendido film è Uomini senza legge, scritto e diretto nel 2010 da Rachid Bouchareb. Il film rappresenta il massacro di Sétif e Guelma, ove le forze armate dei coloni europei uccisero migliaia di persone inermi nella zona di Constantine e nelle campagne circostanti. Presentato in concorso alla 63ª edizione del Festival di Cannes, il film ha suscitato forti polemiche per via del suo contesto storico legato al colonialismo francese, argomento, che rende tutt’ora critici i rapporti tra i due Paesi.
[2] E’ tranchant la risposta di De Andrè a chi disprezza l’ascesa sociale passata per l’abiura della fede cristiana: “E digghe a chi me ciamma rénegôu che a tûtte ë ricchesse, a l’argentu e l’öu Sinán gh’a lasciòu de luxî au su giastemmandu Mumä au postu du Segnu”…”e digli a chi mi chiama rinnegato che a tutte le ricchezze, all’argento e all’oro Sinán ha concesso di luccicare al sole bestemmiando Maometto al posto del Signore”.
[3] Genova illuminata di sera.
[4] a posare le ossa (e quindi a essere seppellito) dove riposa la nonna.
[5] “Che il Signore fermi la guerra, che il mio amore torni al paese”,
[6] da Ai Preat, bellissimo canto popolare friulano sulla Prima guerra mondiale, in cui una donna prega una stella affinché faccia tornare a casa “il suo ben”, dal fronte. “Ma tu stele, biele stele, va, palese il mio destin. Va daùr di che’ montagne, là ch’à l’è il mio curisìn”; in italiano: “Ma tu stella, bella stella, mostrami il mio destino. Vai oltre quella montagna, là dove si trova il mio cuoricino”.

Appassionata di diritto ma, soprattutto, innamorata della gente, ho redatto oltre trenta pubblicazioni scientifiche e collaborazioni manualistiche. Ho scritto due libri: il diario di un cammino con i detenuti ed una monografia su detenzione e religione. Vivo tra Roma, Milano e la Toscana e canto, per hobby, in un coro polifonico di musica popolare.

