Ultimamente, ogni volta che mi siedo in treno o entro in un bar, ho la sensazione netta di trovarmi in un territorio straniero. Non nel senso esotico del termine, ma in quello più cupo. E’ come se stessi attraversando uno spazio che non mi riconosce più e che, anzi, mi percepisce come un corpo estraneo. Basta ascoltare i discorsi che galleggiano nell’aria per avvertire una pressione diffusa: un populismo masticato male, un’intolleranza normalizzata, spesso esibita come prova di autenticità. L’ignoranza non è più un limite da superare, ma un vessillo identitario.
A volte mi accorgo di attirare sguardi ostili. Occhi che mi squadrano con sospetto o disprezzo, come se il mio look da fricchettone punk-intellettuale fosse, di per sé, una dichiarazione di guerra. La mia presenza diventa una provocazione involontaria, il segno tangibile di un “nemico del popolo” immaginario. In questi sguardi c’è già un verdetto: sei un privilegiato, sei corrotto, sei un figlio di papà dissociato dalla realtà. Non importa cosa dici o cosa pensi; basta che tu non urli gli stessi slogan feroci che dominano il presente.

Essere di sinistra oggi è sempre più “pericoloso”, ma non nel senso classico della repressione politica. Non perché le idee di chi vuole un mondo più equo e meno dominato da competizione costante e divisioni sociali siano violente o eversive, bensì perché il contesto comunicativo contemporaneo rende queste idee strutturalmente vulnerabili. Il pericolo non è immediato né spettacolare: è lento, diffuso, quasi invisibile.
Agisce su tre livelli intrecciati. Socialmente, attraverso l’isolamento e la stigmatizzazione; comunicativamente, tramite la distorsione sistematica del messaggio; psicologicamente, mediante un logoramento costante che spinge all’autocensura. Non siamo di fronte a una censura tradizionale, ma a una forma più sofisticata di neutralizzazione soft del dissenso.
Il conflitto politico, infatti, si è spostato. Non si gioca più sul contenuto delle idee, ma sulla gestione della loro ricezione. Le piattaforme digitali non vietano il pensiero critico: ne alterano il pubblico, ne modificano il contesto, ne amplificano gli effetti collaterali. In questo modo, ciò che viene messo sotto pressione non è l’idea in sé, ma la possibilità che venga compresa. Ed è un meccanismo molto più efficace di qualsiasi divieto esplicito. Ecco, per esempio, come una degli astri in ascesa dell’intelligentsia pop nostrana descrive le persone di sinistra dagli schermi della televisione pubblica; parole dure (e vuote) di una donna davvero strana subito ridiffuse dal profilo social di un ministro dell’attuale governo.
Questa mutazione non è avvenuta nel vuoto. È stata preparata dalla dissoluzione dei luoghi della socialità politica. Un tempo le idee si saggiavano nella presenza fisica: nelle piazze, nelle fabbriche, nei luoghi di aggregazione collettiva. Spazi imperfetti e conflittuali, ma inevitabilmente condivisi. Oggi quei luoghi si sono svuotati. La politica ha perso il suo corpo, trasformandosi in immagini.
Nei pochi minuti di libertà che restano al lavoratore contemporaneo, non c’è più lo scambio con il compagno di fianco. C’è il rifugio nello schermo. Il pollice scorre immagini di Lamborghini, corpi ipersessualizzati, vite ostentatamente vincenti. Non è un intrattenimento innocuo: è una pedagogia silenziosa del desiderio individuale che anestetizza ogni residuo di coscienza di classe. Dove un tempo si costruiva un “noi”, oggi si coltiva una solitudine competitiva, nutrita di confronto e frustrazione.
La solitudine del lavoratore moderno è forse il capolavoro più riuscito del sistema contemporaneo. Abbiamo sostituito la solidarietà con l’invidia, la discussione con la distrazione, la piazza con il feed. In questo vuoto, la capacità degli ultimi di riorganizzarsi si è drasticamente ridotta, lasciando spazio solo a uno sfogo sterile, spesso diretto non verso il potere, ma contro chiunque osi ancora esercitare un senso critico.
In questo scenario, la tecnologia ha smesso di essere un ponte ed è diventata un dispositivo di isolamento. Gli algoritmi di raccomandazione privilegiano l’interazione, non la comprensione. Premiano l’attrito, non la riflessione. I contenuti politici complessi, soprattutto quelli critici e strutturali, generano attrito cognitivo. Proprio per questo vengono spinti verso pubblici fuori contesto, caratterizzati da una bassa tolleranza alla complessità e immersi in una comunicazione impulsiva e identitaria. Il contenuto non circola più per affinità, ma per collisione.
La shitstorm, a questo punto, non è un incidente di percorso. È una tecnologia informale di disciplinamento. Produce fatica morale, logora nel tempo, induce una forma di autocensura preventiva. Chi ha senso critico scrive, viene travolto, si isola, smette di parlare o semplifica il proprio discorso fino a renderlo innocuo. Non viene messo a tacere con la forza, ma con l’esaurimento.
Questo meccanismo colpisce l’espressione politica delle persone in modo asimmetrico. La comunicazione di destra, fondata su slogan, identità coese e conflitto frontale, si adatta perfettamente a un ambiente che premia la reazione immediata. Il pensiero di sinistra, invece, quando non è ridotto a caricatura, problematizza, chiede tempo, introduce complessità e mette in discussione l’ordine simbolico. Gli algoritmi, però, semplificano ciò che è complesso e amplificano ciò che divide. Non si tratta di un bias ideologico diretto, ma di un bias strutturale che penalizza il pensiero critico in quanto tale.
Oggi, dunque, essere di sinistra è pericoloso perché il sistema non ha bisogno di vietare le idee: gli basta renderle incomunicabili. Non le reprime, le espone. Non le confuta, le sfianca. E in un ambiente che trasforma ogni pensiero in provocazione, la complessità diventa una colpa. Scrivere e descrivere la complessità, allora, diventa un atto minimo di resistenza. Un tentativo di rompere questo isolamento forzato per ritrovare, tra un treno che corre nel silenzio e un pollice che scorre senza sosta su uno schermo nero, un’umanità che non è scomparsa, ma è stata resa frammentata, dispersa, invisibile.
Situazionista 2.0, di Terni, Ermes Maiolica è un personaggio-icona che ha utilizzato fake news come strumento di critica radicale al sistema mediatico. Tra il 2013 e il 2016, i suoi esperimenti sociali online hanno smascherato i meccanismi della spettacolarizzazione dell’informazione, anticipando l’era della post-verità ed incarnandone le dinamiche sociali. Dalla decostruzione mediatica è passato recentemente alla costruzione di nuovi immaginari e nuovi diritti nell’era delle intelligenze artificiali, istituendo il DETA (Dipartimento Europeo per la Tutela degli Androidi), la prima organizzazione sindacale per la tutela fisica e sociale dei robot umanoidi. Autore del “Manifesto per una roboetica universale”, propone la robosimbiotica come nuovo paradigma di coesistenza uomo-macchina.

