Il cuore di un bimbo: quando i media urlano e la sciatteria uccide

Ho visto i giornalisti assediare una mamma fuori dall’Ospedale, mentre non si capiva se dentro i chirurghi avrebbero di nuovo trapiantato un cuore oppure no. E questa povera donna, piccola come una rosa al gelo, costretta a farsi spazio con i fari puntati negli occhi e i microfoni che non si capisce bene quale verità in più potrebbero mai catturare in un momento del genere. Per un attimo mi sono sembrati gli stessi giornalisti di Vermicino, di quella razza che si ciba del dolore. La pornografia del dolore.

Come quelli si mettevano nel mezzo, a ridosso del pozzo in cui era caduto quel bambino passato alla storia in canottiera, Alfredino, rendendo ancora più complicato provare a tirarlo fuori vivo. Era il 1981, l’Italia era tutta davanti alla televisione e Alfredino, per quanto circondato dai giornalisti come il suo papà, non sarebbe mai più uscito vivo dal pozzo. I giornalisti del 2026 non sono migliori. L’esperienza insegna che, per due punti di auditel, è meglio ripetere gli errori di sempre.

Il loro assedio aggiunge tensione a chi ora deve decidere cosa fare, e ha puntati addosso gli occhi del tribunale, dei social e della tv del pomeriggio, gente spesso feroce e umorale come il pubblico del Colosseo, che esulta se affonda un barcone con sopra cento bambini. Gente dall’empatia a gettone. Questo bambino è un fatto che passerà in fretta? Certo che sì. Dateci giusto qualche giorno per dimostrarlo. Gioie, amori e passioni durano il tempo di un nuovo scandalo, in quest’epoca poco umana scandita dai reel. Istantanee in media res.

Ci hanno raccontato di questo cuore “bruciato” dal ghiaccio, e quindi reso inutilizzabile, durante il trasporto e non abbiamo capito il chi e il come sia potuto succedere. Ho cercato una parola tra quelle del dizionario per descrivere questa situazione. Alla fine mi sono fermato a “sciatteria”. Quella che uccide, però. Fare tanto per fare, tirare a campare, risparmiare in tempo e competenze. La sciatteria ammazza la gente. Lo fa se sei, per esempio, il proprietario di un campo in cui c’è dentro un pozzo profondo e quel pozzo profondo non lo proteggi. E lo fa anche se fai parte di quella catena che deve assicurare un cuore usato a un corpicino malato.

Il cuore di un bambino già morto, lo capite quanto è prezioso ciò che avete perso per sciatteria? Io immaginavo che l’atto del trapianto fosse quanto di più prossimo al sacro vivibile all’interno di un ospedale. L’incontro tra il mistero della vita e le possibilità della scienza. Roba da scriverci sopra pagine di filosofia, teologia, antropologia medica. E invece qui abbiamo un cuore che ha viaggiato per l’Italia con meno accortezze di un salame destinato al discount. Un cuore donato dai genitori di un bambino morto.

C’è chi prega e chi digrigna bestemmie, perché questa è una cosa che richiede atteggiamenti decisi. Alla fine si tenta di parlare con Dio e le domande sono sempre le stesse, per chi crede e per chi ci prova: perché se sei buono permetti tutto questo? Ho letto mesi fa una roba di teologia cattolica che diceva che la vera somiglianza fra gli uomini e Cristo è nella piaga della croce. Alla fine, chi ha fede se la cava sempre, pure quando muore un bambino di sciatteria.

Gli altri, al solito, dicono la loro. Ci si improvvisa chirurghi con la stessa identica spavalderia con la quale cambiando canale. Ci si improvvisa esperti di curling, una cosa che fino a ieri non abbiamo mai visto. Esperti su ogni canale: “Ora sboccia, dai. Io credo che si possa provare il trapianto. Secondo me Samira si è rifatta le tette”.

C’è un bambino che è morto, lo hanno or ora detto in TV. Un esperto di bioetica nel pomeriggio di ieri aveva parlato di merito ad una morte compassionevole. Sorrido amaro a un pensiero strano. La morte compassionevole in questa epoca te la guadagni giusto sul campo, ti debbono sbagliare un trapianto per averla, perché il fine vita tout court è roba che ancora fa berciare come cornacchie omuncoli come Pillon. Ominicchi che hanno, come ogni nazista che si rispetti, un seguito discreto nei salotti borghesi dei soliti vecchi troioni.

Vorresti avere la forza e la velocità di Superman, o di Gesù Cristo quando cacciava i mercanti dal Tempio. La morte è una cosa sacra. Il Tempio era il suo corpo. Puoi credere o non credere, ma c’è da ragionarci sopra su questa metafora, sul cacciare la gente che vende dolore mentre il corpo lento muore.

Se potessero, infilerebbero le loro telecamere e i microfoni fino ai piedi di un letto troppo grande per un bimbo troppo piccolo. Nella speranza di trasmettere un rantolo di dolore, un sospiro di fine vita. Nessuno parla dell’altro bambino, dei suoi genitori. Volevano creare un fatto di vita, parafrasando la fine della diretta di Vermicino. Si sono ritrovati in mano un altro corpicino morto. Un cuore da buttare come un salame andato a male. In ciò non ci si è limitati al sacrificio dell’organo, lo si è addirittura trapiantato ammazzando un innocente.

Senza fare il tribunale del popolo, evidentemente qualcuno dovrà pagare. Ma vallo a capire adesso, nei tempi del processo, quando, cosa e se succederà. Per ora i condannati, ancora una volta, sono i nostri bambini. Uccisi dalla sciatteria, dal pressapochismo, dal fare male. Chiudiamo gli occhi stremati, dai troppi commenti che non abbiamo resistito dal rilasciare sui social. Dall’ennesima diretta da fuori dall’ospedale che abbiamo seguito prima di girare su Samira, che gira le lettere mentre il concorrente indovina che la mosca tze tze viene dalle zone umide dell’Africa equatoriale. Perdonateci, bambini.

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