All’inizio di quest’anno, la rivista The Cut ha inaugurato un nuovo, bizzarro ciclo di dibattiti online dichiarando la nascita di una tendenza lifestyle chiamata “friction-maxxing”. L’idea, in soldoni, è che ci siamo talmente assuefatti alla comodità istantanea fornita da app, consegne a domicilio e intelligenza artificiale, che avremmo disperatamente bisogno di reintrodurre un po’ di “attrito” e fatica nelle nostre vite quotidiane. Tutto bene. Però, diciamoci la verità, non è la filosofia spicciola del benessere a colpire in questa storia. È quel suffisso, “-maxxing”, dato in pasto al pubblico generalista come se fosse la cosa più normale del mondo.
L’assimilazione di termini come “looksmaxxing”, “mogged” o “Chad” da parte del circuito mainstream è la prova provata che il linguaggio nato negli angoli più oscuri e misogini del web (le comunità degli incel, i “celibi involontari”) ha rotto gli argini. E no, non è solo una questione di meme che sfuggono di mano su TikTok. Quello a cui stiamo assistendo nel 2026 è il sintomo di una convergenza sistemica molto più profonda e inquietante tra estremismo digitale, tecnocrazia e politiche autoritarie.
Se pensate che stia esagerando, prendiamo un caso che mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia di recente (non sapevo se ridere o piangere onestamente). Avete presente il Departmenf of War negli USA, il cosiddetto Dipartimento della Guerra stabilito da Trump? Qualche settimana fa, l’account ufficiale su Twitter/X del suddetto Dipartimento ha pubblicato un meme per promuovere una delle sue policy interne. Ebbene, il testo scimmiottava in modo inequivocabile il gergo dei looksmaxxer, parlando di “ottimizzazione” delle performance in termini che sembravano presi di peso da un forum sulla chirurgia mascellare per uomini frustrati, applicandolo però a questioni di “letalità”.
Lo Stato, o una sua emanazione istituzionale, che usa il linguaggio degli incel per sembrare “al passo coi tempi” o, peggio, perché chi gestisce la comunicazione ha interiorizzato quel vocabolario come standard. Quando un dipartimento governativo fa l’occhiolino a una subcultura basata sul darwinismo sociale estremo, non stiamo più parlando di folklore digitale, ma di una forma un’egemonia culturale. Il potere ha sempre assorbito i linguaggi sotterranei per neutralizzarli, ma qui sta succedendo l’esatto contrario: è il linguaggio tossico che sta riprogrammando il modo in cui le istituzioni si rivolgono ai cittadini.

Per capire come siamo finiti a parlare la lingua di chi odia le donne (e se stesso), dobbiamo fare un passo indietro. Il gergo, per sua natura, è virale: muta, si adatta e infetta. Pensiamo alla parola “woke”: nata decenni fa nell’inglese vernacolare afroamericano per indicare la consapevolezza delle ingiustizie sociali, è stata cannibalizzata dalla destra reazionaria per essere trasformata in un insulto pigliatutto contro qualsiasi cosa minacci lo status quo, dai piloti neri ai pronomi neutri.
Con il linguaggio incel è successa una cosa simile, ma la traiettoria è stata inversa. Tutto ha radici nel brodo primordiale del Gamergate del 2014, che ha sdoganato un nichilismo tossico e trollesco poi cavalcato abilmente dall’alt-right. È in quel periodo che si è consolidato l’ecosistema della manosphere, orbitante attorno a forum come PUAHate, SlutHate e Lookism.
Quest’ultimo, incentrato sull’idea che la discriminazione basata sull’aspetto fisico sia la vera oppressione sistemica della nostra epoca, è la culla del “looksmaxxing”. L’idea di base? Il mercato degli appuntamenti è un’arena darwiniana spietata dove vince solo chi ha la genetica dalla sua parte, o chi è disposto a forzarla deformandosi le ossa con bisturi e martelli (il famigerato bonesmashing).
E, a proposito di forzature, parliamo di chi su questa roba ci sta costruendo più o meno un impero economico. Braden Peters, meglio noto online come Clavicular, è diventato il volto pubblico e sfrontato del looksmaxxing. Questo ventenne, che trasmette su Kick e passa il tempo a valutare l’ossatura dei suoi follower, vende l’accesso a una sedicente “accademia” per 49 dollari al mese. Il pacchetto promette ai giovani maschi di insegnare loro come “ascendere”, ovvero trasformarsi nel predatore alfa del loro gruppo sociale (il cosiddetto AMOG, “Alpha Male Of Group”, da cui viene il loro verbo gergale “to mog”, cioè “apparire meglio degli altri”).
Dietro l’estetica patinata del self-improvement e dei meme ironici, esiste un linguaggio specifico in questo tipo di ambienti, nonchè gente che si prende dannatamente troppo sul serio. Come quella volta che qualcuno postò online: “Clavicular è stato frame-mogged da uno studente universitario”, nel senso che erano in posa e il secondo aveva le spalle migliori. La cosa creò talmente tanto rumore nella comunità digitale che si era creata intorno all’influencer che un lookmaxxer australiano è volato in Arizona, dove era il college incriminato, per vendicarlo. Vendicarlo come non sia sa, probabilmente moggando lo studente con le spalle gym-maxxate. Praticamente una scena di Zoolander in real life.
È naturale ridere di questa gente, sono davvero grotteschi in maniera che fa quasi tenerezza. Ma dietro tutto questo si nasconde un nucleo di radicalizzazione. Peters ammette candidamente l’uso di steroidi e anfetamine, si accompagna a noti suprematisti bianchi e usa disinvoltamente slur razzisti. Ha definito JD Vance un subumano perché non abbastanza attraente. Ha dichiarato che si può usare lo student loan (ovvero i prestiti che, negli Stati Uniti, le banche concedono agli studenti per pagare le tasse universitarie) per interventi di chirurgia plastica, perché “tanto se sei bello poi riesci a uscire dai guai”. Ha sostenuto che il sesso con lui dura solo un minuto perché non ha tempo per le donne.
Ma il punto di non ritorno è arrivato durante una recente intervista diventata virale. Con la freddezza di chi sa di avere un pubblico adorante, Clavicular ha dichiarato testualmente che “le donne sono inutili dopo i 20 anni”. Non è una sparata da ragazzino confuso. È una dichiarazione di svalutazione bio-essenzialista, che si incastra benissimo con il frame ideologico della destra reazionaria, per il quale le donne come madri e poco più, il loro valore legato a fertilità e giovinezza.
In pratica, anche grazie alla viralità ed alla monetizzazione di queste esternazioni negli ambiti digitali, stiamo assistendo all’interiorizzazione di una logica di mercato applicata alla biologia. È l’apice di una cultura in cui sembra letteralmente impossibile immaginare un’alternativa: tutto, persino il nostro volto, i nostri zigomi o la nostra statura, diventa un asset finanziario da ottimizzare.
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Questo fenomeno non riguarda solo i maschi. Come analizzato da diversi report sulle comunità complottiste, la “wellness culture” femminile sta subendo una deriva identica, spacciando estremismo sotto forma di integratori e diete purificanti. Il looksmaxxing maschile e il wellness tossico femminile sono due facce della stessa medaglia: l’accettazione passiva che il nostro unico valore risieda nel modo in cui “performiamo”, come prodotti su di uno scaffale. La forma e la performance come valore, il ruolo delle donne ridotto a madri, mogli, trofei.
Questo slittamento verso la mercificazione biologica è il cuore di quella che qualcuno sta già chiamando “Ozempic economy” (dal nome del farmaco per la perdita di peso diffusosi negli negli ultimi anni). Come ha osservato, col solito acume, il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, viviamo immersi in una “società della prestazione” in cui l’imperativo tossico del “puoi farlo” ha sostituito il “devi farlo”, spingendoci in un ciclo inesauribile di auto-sfruttamento e burnout sistemico. Dopo aver ottimizzato il lavoro, il tempo libero e persino le relazioni interpersonali, l’ultimo territorio rimasto da colonizzare è proprio la nostra carne. Se il sociologo francese Pierre Bourdieu ci aveva insegnato a riconoscere quattro forme di capitale (economico, culturale, sociale e simbolico), l’ecosistema dell’estrema destra e della tecnocrazia ne ha codificata una quinta: il capitale corporeo. In un’epoca in cui le prospettive macroeconomiche si sgretolano, l’ultimo asset convertibile a disposizione dell’individuo è la sua stessa biologia. Ecco perché le brutali pratiche promosse da figure come Clavicular non si limitano a una superficiale ricerca di attrattività, così come gli esperimenti milionari della Silicon Valley sulla longevità alla Bryan Johnson non riguardano affatto il “vivere per sempre” (e in misura differente l’ascesa di piattaforme performative come OnlyFans). Si tratta di puro arbitraggio di capitale: convertire il dolore fisico – a colpi di bisturi, martelli sulle ossa o restrizioni estreme – in follower, status e, in ultima analisi, denaro. La macchina dell’ottimizzazione è letteralmente entrata nel nostro flusso sanguigno, spacciando “soluzioni rapide” che sono in realtà trappole progettate per tradurre il nostro malessere e il nostro bisogno di validazione in profitto per qualcun altro.
E se fallisci, non è colpa di un sistema economico precario, ma del tuo livello di cortisolo o del tuo indice di massa magra. Al contrario, la bellezza è la porta per il successo e per l’impunità. Come dicevamo prima, Peters aveva dichiarato in una intervista che “puoi chiedere una student loan e usarla per degli interventi chirugici, finirai nei guai ma se ‘mogghi’ probabilmente ne uscirai in qualche modo” o che Gavin Newsom sarebbe stato il prossimo presidente degli Stati Uniti solo perché è un chad. E, va da sé, i lookmaxxer appartenenti a minoranze non hanno per niente vita facile nell’essere accettati dalla comunità, per quanto sia un fenomeno principalmente bianco.
Per capire come questa spazzatura sia arrivata ovunque, dobbiamo guardare alle piattaforme social. Prendiamo Elon Musk. Ne ho già scritto in passato: Musk è sempre stato un maestro in quella che i critici chiamano “social deception“. Promette rivoluzioni (la guida autonoma, Marte, Neuralink) per drogare il mercato e nascondere i fallimenti operativi sui suoi progetti e le indagini a suo carico.

Ma con l’acquisizione di X (ex Twitter), ha fatto qualcosa di più subdolo. Ha ricalibrato l’algoritmo per premiare l’indignazione e ha riammesso in massa profili legati all’estremismo di destra e alla manosfera, seguendo un preciso playbook mediatico per manipolare la percezione pubblica. In questo modo, X è diventato il megafono principale del gergo incel. Le dichiarazioni di figure come Clavicular o le teorie sul “muro dei 20 anni” per le donne non vengono più filtrate; vengono spinte nei feed “Per Te” di milioni di utenti. La disinformazione non è un incidente di percorso, è il modello di business.
Questo slittamento linguistico non galleggia nel vuoto. Stiamo assistendo al ritorno in grande stile del razzismo pseudo-scientifico, finanziato in modo tutt’altro che occulto da figure potenti della Silicon Valley. Mentre i ragazzini scherzano sull’essere mogged, accademici e intellettuali organici al sistema stanno costruendo l’impalcatura teorica di questa roba. Non ne sono sicurissimo, ma quando vedi testate e podcast come “Aporia” (che ha persino ospitato figure legate ad Harvard, come Steven Pinker) sdoganare i concetti di Steve Sailer e altri teorici della “scienza della razza”, capiamo che il cerchio si sta chiudendo.

C’è un filo rosso (o forse nero) che lega l’ossessione incel per la gerarchia genetica e l’ideologia tecnocratica delle élite. Si tratta di un bio-essenzialismo elitario che cerca di giustificare le immense disuguaglianze economiche del nostro tempo sostenendo che, in fondo, chi sta al vertice ci sta per superiorità biologica e intellettuale. Quando leggo dei recenti scandali legati all’accesso illecito ai dati sanitari sensibili della UK Biobank da parte di questi gruppi pseudo-scientifici, non posso far finta di stupirmi. Le prove genetiche di una qualche forma di supremazia fittizia è proprio lì che un neonazi le andrebbe a cercare. Clavicular, fra l’altro, pare sia finanziato da Peter Thiel, anche se non ama parlarne in pubblico. Come mai sia nata questa partnership economica non è difficile da capire, se conosci i personaggi.
Le idee di questa gente, inevitabilmente, si traducono in politiche pubbliche. Nel mezzo del secondo mandato di Trump, la retorica del dominio totale è uscita dai server di 4chan per entrare nelle agenzie governative. Lo vediamo con i piani per i mega-centri di detenzione dell’ICE, progettati da burocrati che considerano gli esseri umani come scarti logistici da gestire con la forza, o nelle recenti foto degli agenti armati fino ai denti a Minneapolis, pronti a reprimere il dissenso con un’estetica paramilitare che piace tanto ai “Chad” di internet. Tra l’altro il profilo ricostruito da molta stampa in merito agli agenti ICE post riforma Trump somiglia moltissimo a quello di un tipico esponente della manosfera.
E l’Intelligenza Artificiale? Gioca il ruolo del perfetto moltiplicatore di forze. L’IA attuale, in mano a monopoli privati, è progettata per estrarre valore dal basso e concentrare ricchezza e potere verso l’alto. Gli strumenti di IA generativa masticano le nostre interazioni culturali, comprese le teorie eugenetiche di Clavicular e i deliri neolombrosiani di Steve Sailer, e le trasformano in modelli predittivi. Recentemente Sam Altman di OpenAI ha detto che il futuro sarà “l’intelligenza come prodotto da vendere“. E in uno scenario di superiorità genetica costruita a tavolino dai ricchi possiamo immaginare dove questo vada a parare. Ma per parlarne ci vorrebbe un articolo a parte.
In sintesi, il fatto che “tutti parlino incel”, come scrive Wired, non è una stravaganza linguistica o il gergo di un movimento di innocui cazzoni insicuri e vacui. È l’ammissione di una sconfitta politica. Abbiamo permesso a colpi di meme al vocabolario nato in una sottocultura fatta di solitudine e odio di diventare parte di un frame ideologico che ha preso il potere in quasi tutti i totalitarismi conservatori occidentali.
Creando un elettorato attivo talmente fidelizzato e avulso da qualsivoglia spirito critico che cittadini americani ammazzati per strada o i genocidi alla luce del sole non bastano più a far tremare neanche lontanamente un governo illiberale. Che quelle idee è arrivato tranquillamente ad esportarle (credete che il termine “woke” l’estrema destra italiana l’abbia scoperto da sola?) mescolandole in sottoculture più pop e meno esplicite – il lookmaxxing è l’ultimo arrivato, ma prima c’erano la hustle culture e il grind mindset – che diventano dei cavalli di troia per il neo conservatorismo al servizio degli oligarchi.
Direi ora di smettere di ridere dei meme ed iniziare a smontare il sistema che li produce.

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