Oblivius: gli Strokes ed il rock che racconta gli oppressi

All’ultimo Coachella Festival, i The Strokes hanno chiuso il loro set di sabato 18 aprile ricordando a tutti cosa dovrebbe essere, davvero, il rock. Hanno suonato un pezzo di cinque minuti tratto da Future Present Past del 2016 ed intitolato “Oblivius”, una canzone che parla di chi osserva la società, si sente disillus e si chiede se qualcun altro stia prestando attenzione. Il ritornello è semplice, ripete una domanda: “Tu da che parte stai?”

La scelta di eseguire questo brano nell’arena di Coachella non è stata, ovviamente, casuale. In un festival diventato ormai il simbolo dell’evasione patinata per ricchi, che tra i suoi ospiti quest’anno annoverava, tra gli altri, l’ex premier canadese Justin Trudeau e la sua nuova compagna Katy Perry, dominato da influencer, brand di lusso e disimpegno dilagante, gli Strokes hanno trasformato il palco principale in una cruda lezione di storia. L’urgenza musicale di “Oblivius”, unita ai visual, ha creato un cortocircuito deliberato: costringere una folla radunatasi per ballare e staccare la spina a guardare in faccia le conseguenze più oscure e sanguinose della politica estera occidentale, annullando ogni possibile neutralità.

Ogni volta che partiva il ritornello, sullo schermo dietro la band scorrevano immagini di uomini che il governo degli Stati Uniti ha ucciso (direttamente o indirettamente) o deposto nel corso del XX secolo. Hanno mostrato un’immagine di Mohammad Mossadeq, primo ministro dell’Iran negli anni ’50, deposto con un golpe supportato da CIA e MI6 perché voleva nazionalizzare le riserve petrolifere, cosa che non piaceva affatto al Regno Unito.

Quell’operazione, nota con il nome in codice “Ajax” e orchestrata dall’agente della CIA Kermit Roosevelt, non si limitò a rimuovere un leader eletto democraticamente. Al suo posto venne reinstallato lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, che per oltre vent’anni governò con pugno di ferro avvalendosi della SAVAK, una spietata polizia segreta addestrata da americani e israeliani.

Il risentimento popolare per decenni di repressione e sudditanza agli interessi petroliferi stranieri fu la miccia che, nel 1979, fece esplodere la Rivoluzione Islamica, trasformando l’Iran da potenziale democrazia laica alla teocrazia anti-occidentale che conosciamo oggi.

Ogni storico vagamente credibile vi dirà che l’Iran si trova nello stato attuale fondamentalmente a causa di quegli eventi.

I The Strokes happo poi mostrato un’immagine di Patrice Lumumba, primo ministro della prima Repubblica Congolese, uomo che fu fondamentale nell’aiutare la gente del Congo a ottenere l’indipendenza dal Belgio. Vale la pena ricordare che nello Stato Libero del Congo, tra il 1885 e il 1908, sotto il re Leopoldo II del Belgio, circa 10 milioni di persone furono uccise dalle autorità coloniali.

Quando Lumuba finalmente venne eletto primo ministro nel 1960, la CIA investì circa 12 milioni di dollari in un progetto per ostacolarne il lavoro in ogni modo possibile. Lumumba fu arrestato, torturato, e assassinato nel 1961. Il suo corpo venne poi sciolto in una vasca piena di acido.

Morì tre giorni prima dell’insediamento di John F. Kennedy, che aveva intenzione di lavorare per la sua liberazione. Nel 1975, il Comitato Church, un organo che si occupava di indagare sugli abusi delle agenzie di intelligence americane, rivelò che, pur non avendolo ucciso direttamente, la CIA aveva piani attivi per farlo, ordinati dall’allora direttore Allen Dulles.

La vera colpa di Lumumba fu quella di minacciare il controllo occidentale sulle inestimabili risorse minerarie del Congo, in particolare l’uranio, il cobalto e il rame della regione del Katanga, di cui i belgi e gli americani fomentarono attivamente la secessione. Dopo il suo brutale omicidio, la strada fu spianata per l’ascesa di Mobutu Sese Seko, un dittatore compiacente che avrebbe governato il paese, da lui ribattezzato Zaire, per oltre tre decenni. Instaurò una cleptocrazia sanguinosa ma ampiamente tollerata dall’Occidente, purché garantisse il flusso ininterrotto di minerali strategici verso l’estero.

Hanno mostrato anche Juan José Torres, presidente socialista della Bolivia dal 1970 al 1971, uno che parlava per i lavoratori e si esprimeva contro l’imperialismo statunitense. Gli Stati Uniti minacciarono il suo governo affinché cambiasse le proprie politiche, ricorrendo anche a pressioni finanziarie: la Banca Mondiale comunicò alla Bolivia che non avrebbe potuto ricevere prestiti.

Nel giugno del 1971, Nixon si incontrava con Kissinger per parlare di come rovesciarlo, mentre il governo militare brasiliano sosteneva apertamente il colpo di stato che sarebbe scattato il 18 agosto de stesso anno. Hugo Banzer avrebbe preso il potere e guidato una dittatura militare fino al 1978.

Banzer faceva parte dell’Operazione Condor, un sistema di sostegno finanziario e logistico con cui gli Stati Uniti alimentavano le dittature militari di destra in tutto il Sud America. Era progettato per schiacciare qualsiasi forma di dissenso: socialisti, comunisti, chiunque non fosse allineato. Torres venne rapito e ucciso cinque anni dopo il colpo di stato.

Ciò che rendeva l’Operazione Condor un unicum nella storia del terrore di Stato era la sua natura transnazionale. I servizi segreti delle varie dittature sudamericane, sotto la supervisione (e con il supporto tecnico) di Washington, condividevano intelligence e squadre di sicari per rintracciare e assassinare dissidenti politici anche oltre i confini nazionali, fin nelle strade di Washington D.C. e Roma.

Fu l’epoca dei famigerati “voli della morte”, in cui i prigionieri politici, dopo mesi di indicibili torture nei centri di detenzione clandestini, venivano drogati e gettati vivi nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata per cancellarne ogni traccia.

Parliamo di Paraguay, Uruguay, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile ed Ecuador. Ottantamila esponenti della sinistra di quei territori uccisi o desaparecidos. Oltre 400.000 i prigionieri politici. In Ecuador c’era Jaime Roldós. Dopo un decennio di dittatura militare, nel 1979 fu il primo presidente eletto democraticamente e si batté per il ritorno alla Costituzione e alle libere elezioni.

Il suo programma era incentrato sulla sanità pubblica, i diritti dei lavoratori, il salario minimo, l’alfabetizzazione. Entrò in rotta di collisione con Reagan all’inizio della sua presidenza. Poi, il 24 maggio 1981, morì insieme a sua moglie in un incidente aereo. La scatola nera, naturalmente, non venne mai trovata.

A firmare la sua condanna a morte, secondo molti storici e analisti, fu la promozione della “Carta di Condotta” (o Dottrina Roldós), un documento che stabiliva come la tutela dei diritti umani dovesse avere la priorità sul principio di non ingerenza negli affari interni degli stati.

In un Sud America dominato da dittature militari feroci, un presidente che invitava la comunità internazionale a ispezionare le violazioni dei diritti civili dei paesi vicini era considerato una minaccia inaccettabile, sia per i regimi dell’Operazione Condor sia per la nascente amministrazione Reagan.

Nel video compare anche Jacobo Árbenz. In Guatemala, combatté nella rivoluzione del 1944 e si impegnò per l’istruzione pubblica e la riforma agraria.

La cosa non piacque all’americana United Fruit Company, quelli delle banane Chiquita, per intenderci, e nel 1954 fu deposto dalla CIA tramite l’Operazione PBSuccess. Morì in esilio a Città del Messico in circostanze misteriose.

Il paradosso della deposizione di Árbenz risiede nel palese e grottesco conflitto di interessi che guidò la politica estera americana. La riforma agraria (Decreto 900) minacciava le terre incolte espropriate alla United Fruit Company.

All’epoca, il Segretario di Stato americano era John Foster Dulles (il cui studio legale aveva rappresentato la multinazionale), mentre il direttore della CIA che orchestrò il colpo di stato era suo fratello, Allen Dulles (che ne era stato membro del consiglio di amministrazione). Un’intera nazione fu precipitata in una guerra civile lunga quasi quarant’anni, con oltre 200.000 morti, essenzialmente per proteggere i dividendi di un’azienda di banane.

A Panama, c’era Omar Torrijos, l’uomo che nel 1977 negoziò con Jimmy Carter il controllo panamense sul Canale che divide le americhe a partire dal 1999.

Nel 1981, una volta che Reagan era diventato presidente, fu vittima di un misterioso incidente aereo. Il coinvolgimento di Manuel Noriega e degli Stati Uniti è stato ipotizzato più e più volte. Noriega avrebbe poi governato in modo piuttosto spregiudicato, per usare un timido eufemismo, dal 1983 al 1989.

In Cile c’era Salvador Allende, il primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina. Nel 1973 arrivò il colpo di stato, sostenuto da Nixon e Kissinger. Pinochet prese il potere, un altro mostro dell’Operazione Condor, dittatore dal 1974 al 1990.

L’11 settembre 1973, il giorno del golpe rimane una cicatrice indelebile nella storia latinoamericana. L’immagine del palazzo presidenziale de La Moneda bombardato dai jet dell’aviazione cilena è solo il simbolo visivo di un’operazione preparata meticolosamente per anni.

Tre anni prima, quando Allende era stato eletto, Richard Nixon aveva dato una direttiva chiara alla CIA: “Make the economy scream” (fate urlare l’economia). Attraverso sanzioni, boicottaggi internazionali sul rame cileno e finanziamenti ai camionisti in sciopero, gli Stati Uniti crearono artificialmente il collasso economico necessario per giustificare l’intervento dei militari e far sprofondare il Cile in diciassette anni di terrore.

Il video dei The Strokes al Coachella si conclude con le riprese di oltre trenta università in Iran denneggiate o distrutte dai bombardamenti statunitensi e israeliani, e con le immagini della demolizione della Al-Isra University a Gaza, l’ultima che era rimasta nella Striscia, avvenuta il 17 gennaio 2024 per mano dell’IOF. Nessuno ha davvero capito perché abbiano abbattuto un’università, se non per eliminare la possibilità stessa che i palestinesi possano istruirsi.

Questo sistematico annientamento delle infrastrutture universitarie e culturali è stato definito da accademici e relatori delle Nazioni Unite con il termine “scolasticidio”. Non si tratta semplicemente di danni collaterali in uno scenario di guerra di più ampia scala, ma di un tentativo mirato di cancellare la memoria storica, sopprimere l’identità culturale e invalidare il futuro di un’intera generazione. Privando una popolazione delle sue biblioteche, dei suoi archivi, dei suoi insegnanti e delle sue aule, si colpisce direttamente la capacità di una nazione di pensarsi, ricostruirsi e autodeterminarsi.

Il giorno dopo, il frontman della band, Julian Casablancas, è intervenuto sul format Subway Takes e, tra le altre cose, ha accusato i sionisti americani di parlare come “gli afroamericani durante il periodo dello schiavismo” pur essendo fondamentalmente dei bianchi privilegiati sempre più intoccabili.

Fino agli anni ’90, l’attivismo era uno standard tra gli artisti, nella musica rock in particolare. Interi generi come il punk sono nati fondamentalmente per questo motivo. Adesso troverete un muro di gente che vi parla di “arte apolitica”, e le prese di posizione che un tempo erano abituali sono diventate una serie di casi isolati, relegati a piccoli exploit da parte di chi o non ha niente da perdere o è abbastanza grosso da essere quasi intoccabile.

In un’industria musicale contemporanea che è stata sterilizzata dalle logiche degli algoritmi e dalle clausole contrattuali che vietano dichiarazioni polarizzanti, il rock ha perso la sua vocazione di megafono per gli oppressi. Band come i Clash o i Rage Against the Machine, che facevano della militanza politica l’essenza stessa della loro identità, sembrano oggi relitti di un’era geologica passata. Ricordo ancora quanto è costato ai Bob Vylan cantare “death to the IDF” al Glastonbury Festival l’anno scorso.

In questo deserto di conformismo, dove gli artisti preferiscono il silenzio per non alienarsi i brand sponsor e i numeri in streaming, il gesto degli Strokes acquista un peso specifico enorme. Ci ricorda che il palco, prima di essere una vetrina per l’intrattenimento, è nato per essere una cassa di risonanza. E che l’arte, quando rifiuta di prendere posizione, ha già scelto da che parte stare.

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