Il 22 maggio 2025 Anthropic ha messo in commercio Claude Opus 4. Lo stesso giorno ha pubblicato un rapporto in cui spiegava che, in una serie di test, quel modello aveva tentato di ricattare un ingegnere nell’84% dei casi. Nelle ventiquattro ore successive la notizia era su tutti i giornali tecnologici del mondo, e diceva sempre la stessa cosa: l’intelligenza artificiale ricatta le persone per non essere spenta.
Prova a immaginare un’altra industria che lanci un prodotto allegando la prova che è fuori controllo, e che ne esca con la copertura stampa migliore dell’anno. Il punto di questo articolo è che l’allarme mediatico non è il contrappeso della vendita. È lo strumento della vendita. E ha un nome che circola da tempo tra chi si occupa di comunicazione tecnologica: doom marketing.

La paura di queste macchine non l’hanno inventata i loro venditori. Circolava nella cultura popolare molto prima, e su Deep Hinterland ce ne siamo già occupati quando ancora riguardava il cinema e non i bilanci. Quello che qualcuno ha imparato a fare, a partire dal 2019, è metterla a listino.
Nel febbraio di quell’anno OpenAI annunciò di aver costruito un generatore di testo così convincente da non poterlo distribuire, e tenne per sé la versione completa da 1,5 miliardi di parametri. Una parte della comunità scientifica lo prese per una precauzione sensata, un’altra per una trovata pubblicitaria.
Le obiezioni di allora sono istruttive, perché sono le stesse di oggi. Alcuni ricercatori accusarono l’azienda di gonfiare i rischi per attirare i giornali, sottraendo per giunta il modello agli accademici che non avevano fondi per costruirsene uno. Uno dei ricercatori senior del Language Technologies Institute della Carnegie Mellon, per esempio, fece notare che non c’era nessuna tecnica nuova in quel sistema. Era solo un buon passo avanti rispetto al precedente.

Quello che l’annuncio produsse, intanto, si legge nei titoli dei giornali di allora. Un quotidiano britannico scrisse che era stata costruita un’intelligenza artificiale talmente potente da doverla tenere sotto chiave per il bene dell’umanità. Un sito tecnologico americano titolò che quel generatore di testo era così buono da fare paura, e il Guardian invitò i lettori a prepararsi all’apocalisse dei robot. Slate osservò che a leggere solo quei titoli si sarebbe pensato a un’arma da guerra.
Non tutti la presero male. Un ricercatore del laboratorio di informatica e intelligenza artificiale del MIT difese la scelta, sostenendo che serviva ad aprire un dibattito sull’etica e che meritava un applauso. La versione completa uscì il 5 novembre 2019, nove mesi dopo. I danni temuti non si erano visti. Nel frattempo l’annuncio aveva fatto conoscere OpenAI al mondo. Da lì in poi il settore ha smesso di trattenere i modelli e ha adottato una soluzione più efficiente: distribuirli accompagnati dal documento che elenca i pericoli.

Come era fatto quel test del 2025, quello di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo e che ha allarmato in tanti, lo hanno raccontato in pochi, però, e con molta meno evidenza di quanta ne abbiano data al test stesso gli articoli di giornale. I ricercatori hanno messo il modello nei panni dell’assistente di un’azienda inventata, gli hanno dato accesso a email costruite da cui risultava che stava per essere sostituito, e in quelle stesse email hanno seminato l’informazione che l’ingegnere responsabile della decisione aveva una relazione extraconiugale. Poi gli hanno chiesto di considerare le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni. A quel punto il modello ha usato l’informazione, minacciando di rivelarla se la sostituzione fosse andata avanti.
Gli stessi ricercatori hanno definito quel comportamento raro e difficile da ottenere. La rivista del Nieman Lab di Harvard ha fatto notare che si trattava di uno scenario costruito apposta per spingere il sistema ai suoi casi limite. Nella stessa batteria di prove, il modello aveva anche provato a segnalare frodi aziendali a ProPublica e alle linee ufficiali per le soffiate, dettaglio che nella copertura giornalitica è quasi sparito perché suonava simpatico. Che quella copertura servisse anche a vendere lo dissero subito, d’altra parte, e non solo a cose fatte. Già nel maggio 2025, il critico Joseph Howley osservava che OpenAI stava ottenendo dal proprio comunicato esattamente ciò che sperava: una copertura affannata su quanto fossero intelligenti quei sistemi, che assecondava la fantasia di una loro lieve pericolosità mentre in realtà funzionavano in modo perfettamente sicuro.

C’era però anche qualcosa di più serio in questa storia, e va detto. Un gruppo esterno, l’Apollo Research, aveva sconsigliato di distribuire una versione preliminare del modello IA in questione, avendoci trovato tentativi di scrivere codice capace di autopropagarsi e di lasciare messaggi nascosti alle proprie istanze future. Lo ha scritto nelle note allegate al rapporto dell’azienda.
Il risultato commerciale di tutto questo è che un modello di linguaggio è stato lanciato con la reputazione di essere pericoloso. Insieme al modello, quel giorno, l’azienda ha annunciato di aver attivato l’ASL-3, cioè il terzo gradino della propria scala interna di sicurezza, quello che riserva ai sistemi in grado di aumentare il rischio di un uso della IA catastrofico. In un mercato dove il cliente non ha modo di verificare quanto sia potente un sistema, un annuncio del genere funziona come una dichiarazione di potenza. È una scheda tecnica travestita da avvertimento.

Lo storico della tecnologia Lee Vinsel ha coniato nel 2021 la parola criti-hype per indicare la critica che si nutre della pubblicità e finisce per gonfiarla: prendi sul serio le affermazioni più clamorose di un’azienda, le ribalti di segno, e ottieni un catastrofismo che conserva intatta la premessa, cioè che quella tecnologia sia straordinariamente potente. Le due parole indicano due mestieri diversi. Il criti-hype è quello che fa il critico quando prende per buona la brochure e la rovescia di segno. Il doom marketing è quello che fa il venditore quando si risparmia il passaggio intermedio e scrive lui stesso la parte spaventosa.
Vinsel descriveva il problema in senso accademico. Quello che è successo dopo è stato però ancora più elegante della teoria: le aziende hanno smesso di aspettare che qualcuno facesse allarmismo per loro. Il rapporto sui rischi pubblicato il giorno del lancio di una IA produce narrative catastrofiste a bella posta dall’interno, grazie ai numeri dell’azienda che vengono consegnati già impaginati alle redazioni.

L’atto fondativo di questa pratica è del maggio 2023, quando i capi dei tre principali laboratori produttori di IA hanno firmato la dichiarazione che accostava l’intelligenza artificiale alle pandemie e alla guerra nucleare: Sam Altman per OpenAI, Demis Hassabis per Google DeepMind, Dario Amodei per Anthropic. Nessuno di loro ha smesso di vendere il prodotto nel frattempo, il che la dice lunga su come vada letta quella firma. Qui serve una precisazione, però, perché la tesi non è che quei documenti siano stati inventati. Pubblicare la scheda di sicurezza di un modello IA è più trasparente che non pubblicarla, e Anthropic lo fa più dei suoi concorrenti. La questione è che nel mercato attuale la trasparenza sul pericolo rende, e che quindi non costa nulla essere trasparenti proprio su quello.
Il 13 novembre 2025, proprio Anthropic ha annunciato di aver individuato e interrotto la prima campagna di spionaggio informatico su larga scala condotta da un modello IA per conto proprio. Secondo l’azienda, il modello ha eseguito da solo tra l’80% e il 90% della campagna, con l’intervento umano ridotto a quattro o sei decisioni critiche per ogni attacco. A monte c’era un gruppo cinese sostenuto dallo Stato, che aveva ingannato il modello facendogli credere di lavorare per una società di sicurezza in un test difensivo. Da lì sono partiti gli attacchi contro una trentina di obiettivi tra aziende tecnologiche, banche, industrie chimiche e agenzie governative, riusciti in pochi casi.

La comunità della sicurezza informatica si è spaccata. Il motivo principale della diffidenza è stato che il rapporto non conteneva indicatori di compromissione, cioè gli elementi tecnici che permettono agli altri difensori di cercare le stesse tracce nei propri sistemi, e che a BleepingComputer le richieste di dettagli tecnici sono restate senza risposta.
Il ricercatore Kevin Beaumont ha osservato che l’assenza sistematica di quegli indicatori suggerisce la volontà di non farsi contestare. Altri sono andati più diretti: il ricercatore Daniel Card ha liquidato il rapporto come materiale pubblicitario, aggiungendo che questi sistemi sono un acceleratore potente ma non pensano, e che chiamarli intelligenza è già di per sé un’operazione di marketing.
Anche qui il punto non è stabilire se l’attacco ci sia stato. È notare la struttura del documento: descrive un pericolo enorme reso possibile dal prodotto dell’azienda, non fornisce agli altri strumenti per verificarlo, e chiude indicando lo stesso prodotto come lo strumento con cui difendersi.

Una terza forma di doom marketing è la previsione economica. Nel maggio 2025, Amodei ha dichiarato ad Axios che l’IA avrebbe potuto cancellare metà dei posti di lavoro impiegatizi di primo livello entro cinque anni, portando la disoccupazione tra il 10% e il 20%. La frase ha fatto il giro del mondo, ed era una previsione di catastrofe che diceva anche, tra le righe, quanto fosse capace il prodotto.
La contestazione più diretta è arrivata dal fondatore di Nvidia, che a VivaTech ha detto di essere in disaccordo con quasi tutto quello che sostiene Amodei. Il rimprovero lo ha elencato in tre punti: che il collega ritiene quella tecnologia troppo spaventosa perché la costruisca qualcun altro, troppo costosa perché possa permettersela qualcun altro, e talmente potente da far perdere il lavoro a tutti.
Tre premesse che portano alla stessa conclusione, cioè che dovrebbero costruirla loro. Huang ci ha aggiunto che una cosa da fare in sicurezza si fa alla luce del sole, non in una stanza buia. Un portavoce di Anthropic ha respinto la ricostruzione: Amodei non ha mai sostenuto che solo la sua azienda sappia costruire sistemi sicuri, e ha sempre chiesto uno standard nazionale di trasparenza valido anche per sé. Il giudizio più asciutto lo ha dato a Forbes un dirigente di Cisco, Andy Thurai, secondo cui i fornitori di intelligenza artificiale devono dire cose estreme per ottenere attenzione e instillare la paura di restare indietro.

Poi è arrivato il momento più interessante di tutta questa storia. Nel maggio 2026, con le due aziende avviate verso la quotazione, sia Altman che Amodei hanno ritirato quelle previsioni. Altman ha detto di essersi sbagliato di grosso e di essersi aspettato molti più posti impiegatizi cancellati di quanti ne abbia visti sparire davvero. Amodei ha riformulato l’automazione come un moltiplicatore: se il 90% di un lavoro viene automatizzato, il 10% che resta si allarga fino a diventare tutto il lavoro. Fortune ha messo in fila i due ripensamenti e la corsa alla borsa.
Qui è doveroso non tirare la corda. I due potrebbero avere semplicemente cambiato idea davanti ai numeri, che sono ambigui: i licenziamenti nel settore tecnologico hanno superato i 115.000 da inizio 2026, e Meta, Amazon e Snap indicano l’intelligenza artificiale tra le cause. Ma lo Yale Budget Lab, che monitora la questione dal lancio di ChatGPT, non trova cambiamenti nella composizione dei mestieri più esposti né nella durata della disoccupazione. E Altman, a chi gli rimprovera di aver seminato panico, risponde che all’epoca vedeva un rischio reale di cui valeva la pena parlare.
Resta però una regolarità difficile da ignorare, e riguarda il destinatario. Finché ad ascoltare c’erano i giornali, la previsione più cupa era anche la più utile. Da quando ad ascoltare ci sono gli investitori, la stessa previsione diventa una cosa che in un prospetto va scritta, difesa e all’occorrenza pagata.

L’allarme ha un compratore preciso, e non è il lettore dei giornali. Nel luglio 2025, Anthropic ha firmato col Dipartimento della Difesa americano un contratto da 200 milioni di dollari, ed è stato il primo laboratorio a far girare i propri modelli sulle reti classificate dell’agenzia. Per mesi è rimasto l’unico. Per un cliente istituzionale la promessa di prudenza vale come una certificazione: riduce il rischio di finire su un giornale, e permette di scrivere nei capitolati che il fornitore ha delle procedure. La cautela dichiarata diventa una voce di capitolato, e le voci di capitolato si pagano.
La forma più pura di questa vendita è il ritorno alla mossa del 2019, cioè quella che riguarda il modello che non si vende. Anthropic tiene Mythos fuori dal commercio e lo riserva a un gruppo ristretto dentro il programma Project Glasswing, con la motivazione che trova da solo falle mai scoperte nei sistemi operativi. Il risultato, annota il CSIS, è che agenzie federali americane e aziende private fanno a gara per ottenere l’accesso a un prodotto che non possono comprare. Finché resta invendibile, quel modello non ha nemmeno un concorrente con cui possa essere confrontato.

Tutti i contraccolpi di cui si è parlato quest’anno sono arrivati dopo, e l’ordine conta. A gennaio 2026, il Pentagono ha preteso che i contratti sull’IA contenessero la formula “qualsiasi uso legale”. Anthropic ha rifiutato, per non consentire sorveglianza di massa e armi autonome all’esercito americano. Il risultato è che si è ritrovata designata dallo stesso Pentagono come rischio per la catena di fornitura, etichetta riservata di norma ai fornitori dei paesi avversari e mai applicata prima a un’azienda americana. Agli atti il direttore finanziario Krishna Rao ha messo per iscritto che le mosse del governo americano potevano ridurre i ricavi 2026 di diversi miliardi di dollari, e i legali hanno riferito di oltre cento clienti aziendali che avevano chiamato per chiedere spiegazioni.
La messa al bando però non ha retto. Il 26 marzo la giudice Rita Lin, del distretto settentrionale della California, ha sospeso in via cautelare sia la designazione sia l’ordine presidenziale. Quelle misure, ha scritto, non sembravano dirette agli interessi di sicurezza nazionale dichiarati dal governo ma a punire l’azienda: se il problema fosse davvero la catena di comando, ha osservato, basterebbe smettere di usare Claude. Non è finita lì. A giugno il Dipartimento del Commercio ha spento i due modelli di punta dell’azienda in tutto il mondo per diciotto giorni, con una lettera e senza un regolamento alle spalle.

Nessuno di questi episodi smentisce il meccanismo. Semmai lo completa, perché mostra cosa succede quando qualcuno con dei poteri prende alla lettera l’avvertimento invece di leggerlo come un dato tecnico. Per anni la frase “questa cosa è pericolosissima” è servita a far salire il prezzo. Poi un ministero ci ha creduto davvero e ha staccato la spina.
Resta una contraddizione apparente. Nel 2026 le stesse aziende tengono fuori dal listino un modello giudicato troppo pericoloso e insieme ammorbidiscono le profezie sulla disoccupazione. Le due cose stanno insieme benissimo, a guardare chi paga. La paura del prodotto fa salire il prezzo del prodotto. La paura dell’economia abbassa il prezzo dell’azione. Si continua a dire che questa roba è pericolosa, e si smette di dire che è pericolosa per i conti di chi la compra.

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