L’accordo Meta: i soldi, le clausole ed il silenzio europeo

Il 26 agosto 2026, otto giorni dopo l’inizio del processo che la vedeva imputata presso il tribunale federale di Oakland, Meta ha chiuso con un accordo la causa che quasi tutti gli Stati americani le avevano intentato, accusando l’azienda di aver causato danni e dipendenze ai minori tramite i propri social. Adam Mosseri, capo di Instagram, era a metà della sua deposizione, iniziata il pomeriggio prima: sarebbe dovuto tornare sul banco proprio quel mercoledì. Mark Zuckerberg era atteso più avanti fra i testimoni, anche se su quel banco non ci è mai salito.

La giudice Yvonne Gonzalez Rogers, che gestiva il caso assieme a una giuria di otto persone in funzione soltanto consultiva, ha approvato un accordo con l’azienda in giornata, dicendo di essere contenta di non dover arrivare in fondo al processo. Gli avvocati degli Stati coinvolti indicavano come realistica una richiesta di circa 200 miliardi di dollari. Il tetto teorico per questa richiesta, ottenuto moltiplicando le sanzioni previste dalle norme per il numero di violazioni contestate, arrivava a 1.400 miliardi, una cifra che Meta stessa aveva indicato ai mercati e che vale quanto la sua capitalizzazione di borsa. Il testo dell’accordo è pubblico e conviene leggerlo, perché è più interessante dei titoli di giornale che ha prodotto. Quello che segue viene dal consent judgment depositato a Oakland.

Il direttore di Meta Adam Mosseri. Photo credit: Wired

La cifra circolata sui giornali è 18 miliardi di dollari di rimborsi totali. Altrove si legge 17,1, oppure 16,7, oppure 12,1. Nessuna è sbagliata: contano pezzi diversi della stessa operazione, e il conto vero sta negli allegati. Il tetto fissato dall’atto è 16.680.647.753,21 dollari. Dentro ci sono due flussi. Le rate garantite valgono circa 1,17 miliardi l’anno per dieci anni, cioè 11,66 miliardi. Le rate condizionate valgono circa 502 milioni l’anno, cioè 5,02 miliardi, e Meta le versa solo se accade una cosa precisa di cui parliamo fra poco. Fuori da quella tabella stanno altre due voci: 75 milioni di rimborso spese legali agli stati e 459.293.017,80 dollari che chiudono il filone Cambridge Analytica, distribuiti fra 48 stati. Sommando il garantito si arriva ai 12,1 miliardi che compaiono in diversi comunicati. I 18 miliardi sono l’arrotondamento per eccesso scelto da Meta.

A firmare l’accordo sono 47 stati, il Distretto di Columbia e tre territori: Puerto Rico, Samoa Americane e Isole Marianne Settentrionali. Cinquantuno giurisdizioni, il numero usato dal procuratore generale della California Rob Bonta. Fuori sono rimasti in tre. Il Texas ha patteggiato per conto suo circa un miliardo. La Florida non ha firmato e andrà a processo. Il New Mexico la sua causa l’aveva già vinta a marzo: 375 milioni di rimborso da Meta decisi dalla giuria per aver ingannato i consumatori sulla sicurezza delle piattaforme, più 567 stabiliti dal giudice per un fondo sulla salute mentale giovanile.

Sembrerebbe che Zuckenberg dovrà mettere mano al portafogli. Photo credit: Shawn Thew-Pool/Getty Images

Per capire la scala: nel terzo trimestre l’azienda mette a bilancio un accantonamento legale di circa 10 miliardi che nella relazione precedente non c’era, ma i ricavi 2025 sono stati quasi 201 miliardi. L’intero patteggiamento, se pagato per intero, vale poco più di un mese di fatturato distribuito su un decennio. Snap, che in questa causa non è nemmeno parte, ha perso oltre l’8% del valore delle sue azioni il giorno dell’annuncio.

Sull’andamento del titolo Meta, invece, conviene guardare l’intera settimana e non il singolo giorno. Il 18 agosto, all’apertura del processo, l’azione ha perso il 4,5%, chiudendo intorno ai 543 dollari dopo un mese di discesa. Poi, nella settimana chiusa il 25 agosto, ha recuperato il 4,85%, e il recupero è arrivato prima dell’accordo. Il 26, giorno dell’annuncio, il titolo si è mosso pochissimo.

L’andamento (non particolarmente brillante) del valore delle azioni di Meta nel 2026. Photo credit: TradingView

Quella sequenza è più istruttiva di un rialzo secco, e va letta con attenzione perché è facile farle dire troppo. Un titolo che scende all’apertura del processo, risale nei giorni in cui si capisce che un accordo è vicino e poi resta immobile quando l’accordo arriva racconta un mercato che aveva già scontato l’esito. Il che porta molti a concludere che Meta abbia in sostanza vinto, e che adesso si sappia quanto costa progettare un’app che crea dipendenza. Vado piano su entrambe le cose.

L’accordo non contiene ammissioni di responsabilità né accertamenti sui fatti, e le parti hanno messo per iscritto che nessuna di loro ha vinto il processo. Sul piano giuridico non è stato stabilito niente. Quel numero non è un listino. Chi domani progettasse le stesse funzioni non ha nessuna garanzia di pagare la stessa cifra. Quello che Meta ha comprato è più modesto, ma anche più utile: la certezza. Un rischio non quantificabile è la voce peggiore che un’azienda quotata possa avere in bilancio; una rata annua è un costo come un altro. La conversione dell’uno nell’altra ha un valore suo, a prescindere dall’importo.

Va detto anche che gli analisti, quel titolo, non lo stavano guardando soprattutto per il processo. Meta ha chiuso il secondo trimestre con 784 milioni di flusso di cassa libero e ha davanti fra 130 e 145 miliardi di investimenti in infrastruttura per l’IA nel solo 2026. È quello il peso che gli operatori citano come principale, davanti alla causa. Prendere il movimento di borsa come misura di chi ha vinto in tribunale, insomma, regge poco.

La giudice Yvonne Gonzalez Rogers, che ha presieduto il (breve) processo a Meta. Photo credit: Daily Journal

Poi ci sono tre ragioni per non chiudere il discorso qui. Il prezzo copre il passato: da adesso il comportamento dell’azienda è fissato da un provvedimento giudiziario, e violarlo non produce un risarcimento ma un procedimento per inosservanza, che è un’esposizione peggiore. Il conto non è saldato: restano la Florida, il New Mexico, un processo statale in corso a Nashville da luglio e i circa tremila procedimenti federali riuniti che chiamano in causa anche Snap, Alphabet e ByteDance, il cui primo processo campione sui distretti scolastici è atteso per il febbraio 2027. E soprattutto: se le due ore al giorno funzionano, il costo vero non sono i miliardi, è l’uso che gli adolescenti smettono di fare delle app. Tenetelo a mente leggendo il paragrafo che segue, perché è il motivo per cui Meta ha accettato di pagare di più nel caso in cui anche i concorrenti si adeguino.

Le misure di cui abbiamo parlato finora, infatti, valgono solo negli Stati americani firmatari e scattano entro sei mesi. Per gli account che Meta identifica come adolescenti fra i 13 e i 17 anni: due ore al giorno cumulative fra Facebook e Instagram, calcolate anche sugli account secondari che l’azienda collega alla stessa persona con i propri modelli di somiglianza, e allentabili solo da un genitore. Blocco delle app fra mezzanotte e le sei. Notifiche disattivate fra le 22 e le 7, e fra le 8 e le 15 nei giorni di scuola da metà agosto a metà giugno. Pause obbligatorie a 60 e a 90 minuti di uso giornaliero, più un avviso a ogni quarto d’ora di sessione continuativa. Conteggio dei like nascosto, filtri che simulano la chirurgia estetica vietati, opzione per un feed cronologico senza raccomandazioni.

Gli impegni di Meta in un guscio di noce. Photo credit: Michael Perchick

Un revisore indipendente vigilerà per cinque anni. Il suo mandato, scritto nell’atto, è valutare l’attuazione degli impegni. Non la loro efficacia: la differenza la nota Mike Masnick su Techdirt, ed è nel testo. Con un’eccezione: la verifica dell’età, che ha obiettivi numerici e test annuali, è l’unico pezzo dell’accordo in cui l’efficacia si misura davvero. Béjar, primo testimone del processo, ha indicato proprio quella sezione come la più seria, perché su di essa Meta verrà misurata sui risultati e non sull’impegno.

Per quanto riguarda la durata, l’accordo è a due fasi. La Fase I, quella appena descritta, dura cinque anni. La Fase II, più severa, scatta solo se succede la cosa che vediamo adesso: il tetto scende a un’ora per singola app con un massimo di due complessive, e il blocco notturno si allarga dalle 22 alle 7. La “cosa di cui parliamo adesso” in questione, per inciso, dipende da una clausola dell’accordo, la quale a sua volta necessita di un piccolo passo indietro per essere compresa appieno.

Il punto di partenza per comprendere la natura di questa clausola è il “Master Settlement Agreement” del 1998, stabilito fra i procuratori generali a stelle e strisce e le grandi aziende del tabacco. Fortune ha fatto notare che il meccanismo stabilito in quel precedente è invertito rispetto a quello proposto dall’accordo con Meta. Nel 1998, il rischio da coprire era evidente: chi firmava si caricava di costi che i produttori rimasti fuori non avevano, e rischiava di essere scalzato sul prezzo da chi non aveva pagato niente. L’accordo prevedeva quindi che i versamenti dei firmatari calassero se perdevano quote di mercato a favore dei non firmatari, e spingeva gli Stati ad approvare leggi che obbligassero anche gli altri a versare in un fondo vincolato. Chi firmava veniva protetto da chi non firmava.

Il Tobacco Master Settlement Agreement del 1998 spiegato per punti. Photo credit: Jasmine Directory

A Oakland il congegno gira al contrario. Se i concorrenti restano fuori, Meta si tiene in tasca i cinque miliardi condizionati. Li versa solo quando i concorrenti si adeguano. Detto così sembra che le convenga lasciarli fuori, e sul piano di cassa è vero. Sul piano industriale è l’opposto, ed è tutta la partita: un adolescente americano fermato alle due ore su Instagram e libero di stare quanto tempo vuole su TikTok è un adolescente che passa su TikTok. A Meta quelle regole convengono solo se le hanno addosso tutti. I cinque miliardi sono il prezzo che ha deciso di pagare per comprare quella condizione.

Il testo chiama i concorrenti “Core Industry Members” e ne elenca tre: Snap, TikTok e YouTube. La lettera aperta pubblicata da Meta lo stesso giorno, e le pagine intere comprate dal giorno dopo su New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Wall Street Journal e New York Post, con la stessa tattica usata nel 2018 dopo Cambridge Analytica, si rivolgono però solo a due, TikTok e YouTube. La spiegazione sta in una riga dell’accordo: perché scatti il pagamento condizionato serve che tutti e tre adottino le stesse regole, ma a dover versare soldi agli stati sono soltanto i concorrenti con utili annui sopra i 10 miliardi di dollari. Snap non ci arriva. Deve adeguarsi, non deve pagare, e dalla campagna pubblicitaria è sparito. L’ha notato Gizmodo il giorno stesso. Nessuna delle tre aziende ha commentato.

Nella definizione di Industry-Wide Adoption, il presupposto che sblocca i cinque miliardi, c’è anche un dettaglio che non ho visto raccontare quasi da nessuno. L’adozione da parte dei concorrenti può realizzarsi in tre modi alternativi. Il primo è un accordo transattivo o un provvedimento vincolante con lo stato interessato. Il terzo è l’adozione volontaria, certificata da un revisore terzo. Il secondo è questo: che i concorrenti diventino soggetti a leggi federali o statali che impongano obblighi sostanzialmente equivalenti.

Meta, cioè, ha firmato un contratto che le fa versare cinque miliardi anche nel caso in cui il Congresso o un parlamento statale approvino una legge che ricalchi il pacchetto appena negoziato. La lettura spettacolare è che si sia comprata il regolamento del settore. La lettura noiosa è che sia una banale clausola di parità: Meta non vuole pagare per obblighi che ai concorrenti verrebbero imposti gratis da una legge, e quindi mette sullo stesso piano le tre strade con cui quegli obblighi possono arrivare.

La seconda spiega il testo senza bisogno della prima, e va preferita. Resta però il fatto che una definizione tecnica di cosa conti come legge equivalente adesso esiste, scritta dalla parte regolata, e che l’azienda ha un interesse economico misurabile a che una norma somigli a quella definizione piuttosto che a un’altra.

Anche il perimetro è definito in anticipo. L’accordo prevede la categoria del New SMP Entrant, la piattaforma che oggi non esiste e domani potrebbe: ci rientra chi supera i cinque milioni di adolescenti americani attivi al mese e i trenta minuti medi di uso quotidiano, mentre restano fuori messaggistica, videogiochi, realtà virtuale e chatbot. Qui una precisazione è d’obbligo, perché è il punto su cui si esagera più facilmente: quella categoria non obbliga nessuno.

Chi apre una piattaforma domani non è parte di questo accordo e non deve niente a nessuno. Serve a stabilire quando i concorrenti di Meta si possono dire allineati, e quindi quando Meta paga. L’effetto sui terzi, semmai, è indiretto: un pacchetto di obblighi definito nero su bianco diventa un riferimento comodo per chi dovrà scrivere le regole vere, e alcuni di quegli obblighi costano parecchio. Rispondere entro sei ore al 90% delle segnalazioni degli adolescenti, in inglese e in spagnolo, si fa con migliaia di moderatori.

Su questo le opinioni divergono parecchio. La professoressa Jess Miers ha scritto che Meta ha venduto l’intero settore firmando per conto di tutti standard che il governo non avrebbe il diritto di imporre. Samir Jain del Center for Democracy and Technology, interpellato da NPR, si ferma prima e dice soltanto che è un modo insolito di produrre regolazione. La seconda formulazione mi sembra più difendibile della prima.

La Prof.ssa Jess Miers, della University of Akron School of Law, che ha sede in Ohio. Photo credit: Ctr-Alt Dissent

I procuratori generali, dal canto loro, hanno adesso cinque miliardi appesi al comportamento di tre aziende terze. Bonta ha detto in conferenza stampa che il prossimo bersaglio è il resto del settore, e il collega del Connecticut William Tong ha aggiunto Snapchat all’elenco. Accusa e imputato sono diventati un unico fronte di pressione, come ha spiegato a Engadget Nikolas Guggenberger, che insegna diritto all’Università di Houston.

C’è poi un dato che raffredda parecchio l’idea di Meta che scrive da zero le regole del settore, ed è il più semplice di tutti: quei numeri circolavano già, e non li aveva scelti lei per prima. Nel marzo 2023 TikTok ha impostato per conto proprio un limite predefinito di sessanta minuti al giorno per tutti gli account degli under 18. Nel settembre 2024 Meta ha lanciato gli account per teenager su Instagram, con la modalità che silenzia le notifiche fra le 22 e le 7, il promemoria dopo sessanta minuti di uso quotidiano e il permesso del genitore per allentare le impostazioni. Sono, a due anni di distanza, gli stessi congegni che l’accordo di Oakland rende obbligatori.

Il che porta a due osservazioni scomode per la mia stessa tesi. La prima è che il tetto della Fase I, due ore cumulative, è più largo di quello che TikTok si era data da sola nel 2023. La seconda è che la lettera aperta con cui Meta invita i concorrenti ad allinearsi chiede in buona parte una cosa che uno dei due destinatari aveva fatto per primo. Quello che l’accordo aggiunge non è l’invenzione di uno standard: è renderlo vincolante, verificabile da un revisore e sanzionabile da un giudice. Non è poco, ma è un’altra cosa.

Le linee guida per proteggere i minori da danni e dipendenze dai social di TikTok. Photo credit: TikTok

Josh Golin di Fairplay ha messo il dito sulla cosa che manca: l’accordo non disattiva di default i sistemi di raccomandazione, che sono il meccanismo con cui i contenuti peggiori arrivano ai ragazzi. Il feed cronologico c’è, ma va scelto. Quello che l’accordo offre sono strumenti ai genitori.

Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha definito i pagamenti briciole rispetto ai danni. Arturo Béjar, ex direttore tecnico di Meta diventato testimone contro l’azienda, ha detto che l’accordo è un passaggio importante ma che nessun genitore dovrebbe leggerlo come una certificazione di sicurezza.

Yaël Eisenstat del Cybersafety Research Center ha ricordato l’audit che il suo centro ha condotto sugli strumenti di tutela delle piattaforme: quasi tutti promettono più di quello che fanno. Un rapporto del 2025, firmato da Béjar con i ricercatori di NYU e Northeastern e da tre organizzazioni per la tutela dei minori, ne aveva trovati pienamente funzionanti otto su quarantasette; Meta lo aveva respinto come fuorviante.

Arturo Béjar, es direttore tecnico di Meta, durante la sua deposizione al processo. Photo credit: Tech Policy Press

La critica più dura non arriva però da chi difende Meta. Arriva dalle organizzazioni per i diritti digitali, e riguarda il pezzo dell’accordo di cui si è parlato meno: la verifica dell’età. Per applicare limiti e coprifuoco, Meta deve stabilire l’età di ogni utente negli stati firmatari, adulti compresi. La Electronic Frontier Foundation scrive che l’accordo trasforma la sorveglianza in standard, obbliga a raccogliere più dati personali su tutti e non impedisce agli stati di usare quei dati per altri scopi di polizia, comprese le indagini su aborto e cure di affermazione di genere. Fight for the Future teme che serva a fabbricare consenso attorno ai controlli d’identità online.

Per correttezza: l’accordo qualche paletto lo mette, limitando la raccolta a quanto serve alla stima dell’età e dando agli adulti scambiati per minorenni un canale di ricorso. Ma il meccanismo resta quello descritto dall’agenzia AFP: chi non può o non vuole mostrare un documento verrà classificato analizzando la sua attività, cioè raccogliendo altri dati. E i documenti hanno i loro rischi: a ottobre una violazione presso un fornitore di verifica dell’età ha esposto i documenti governativi di 70.000 utenti Discord.

Su TechCrunch, i ricercatori interpellati fanno notare il problema pratico: le modifiche al design dipendono tutte da una tecnologia che sbaglia. Il banco di prova esiste già e si chiama Australia, dove i social sono vietati agli under 16 da dicembre: secondo gli studi citati da Reuters, a distanza di mesi l’80% dei minorenni australiani era ancora sulle piattaforme.

Quanto sbaglia lo dice l’accordo stesso, ed è la parte da leggere per chi pensa che il riconoscimento dell’età sia un problema risolto. Il testo fissa le soglie di errore tollerate, i falsi positivi, cioè la percentuale di minorenni scambiati per adulti. Per le tecnologie comprate da fornitori terzi: 10% fra i 16 e i 17 anni, 3% fra i 13 e i 15. Per quelle sviluppate da Meta, nel primo anno, 14% e 7%. Sono i valori che il sistema deve rispettare per essere considerato conforme. Un adolescente su dieci che passa per maggiorenne non è un incidente: è la specifica.

C’è poi una contropartita che nei resoconti non ho trovato. In cambio degli impegni sull’individuazione dei minori di 13 anni, ogni procuratore generale firmatario rinuncia a ogni azione presente e futura fondata sul COPPA, la legge federale sulla privacy dei bambini, riguardo all’uso che Meta farà dei dati dei minori per quello scopo. È una rinuncia circoscritta, e resta una rinuncia.

Photo credit: TGSky24

Il punto che resta scoperto è di metodo. Nessuno ha dovuto provare che queste misure proteggano qualcuno. Gli stati non l’hanno dimostrato, Meta nemmeno, la giudice non l’ha chiesto e il revisore non lo verificherà. Il verdetto di marzo a Los Angeles, sei milioni complessivi a una ventenne con il 70% del danno a carico di Meta e il resto di Google, aveva stabilito che il design delle piattaforme può fare danno. Su cosa lo ripari, l’accordo di Oakland è un’ipotesi trasformata in contratto e applicata per dieci anni a tutti gli adolescenti americani. E c’è anche un effetto collaterale che riguarda i prossimi anni. Gran parte delle prove usate contro Meta sono ricerche interne dell’azienda. La lezione che il resto del settore ne ricava è di non studiare più i propri prodotti.

Nel frattempo, Bruxelles aveva aperto il procedimento DSA su Facebook e Instagram già nel maggio 2024. Il 29 aprile 2026, ha contestato in via preliminare che Meta non riesce a tenere fuori i minori di 13 anni, stimando che fra il 10 e il 12% dei bambini sotto quella soglia usi le due piattaforme. Lo stesso giorno ha raccomandato agli Stati membri di rendere disponibile l’app europea di verifica dell’età entro la fine del 2026. Il 10 luglio ha aggiunto una seconda contestazione sul design che crea dipendenza.

Due anni e tre mesi, nessuna decisione definitiva, nessuna sanzione. Il giorno dopo l’accordo americano il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha detto che la palla è nel campo di Meta, ricordando che il mese scorso Bruxelles è giunta alla conclusione che il design che crea dipendenza di Facebook e Instagram viola il DSA, e aggiungendo che la questione non è chi infligge la multa più salata. L’azienda deve presentare impegni e garanzie anche nell’UE, sulla gestione del tempo di schermo e sul controllo dei genitori. Gli eurodeputati che hanno depositato un’interrogazione urgente a Henna Virkkunen chiedono a che punto siano le verifiche dopo oltre due anni, e se misure come quelle americane si possano già esigere con il DSA o servano leggi nuove.

Presenza di leggi che regolano l’accesso ai social per i minori di 15 anni, per ogni paese europeo. Photo credit: Euronews.

Ursula von der Leyen ha promesso per dopo l’estate una proposta legislativa sui minori online. Ma una proposta in autunno non è una legge in autunno: il Digital Services Act è stato proposto il 15 dicembre 2020 ed è diventato applicabile a tutte le piattaforme il 17 febbraio 2024, tre anni e due mesi dopo. Con lo stesso calendario, la norma sui minori produrrà effetti solo verso il 2030.

Una precisazione doverosa prima di tirare le somme, perché sta nell’atto e va nella direzione opposta alla mia tesi. Il Consent Judgment stabilisce che nulla di quanto contiene può essere interpretato come applicabile a stati non firmatari o a giurisdizioni internazionali, né usato per stabilire uno standard di diligenza, né invocato come precedente. Sul piano giuridico, insomma, l’accordo dichiara di non voler fare quello che secondo me finirà per fare. Vale la pena saperlo, e notare che la stessa azienda che ha preteso quella clausola sta comprando pagine di giornale per chiamare il proprio pacchetto un nuovo standard di settore.

La differenza fra le due cose la fa il mercato, non il testo. Il DSA chiede misure adeguate e proporzionate, e per stabilire cosa sia adeguato un regolatore guarda a cosa fa il settore. Alla contestazione europea sul design che crea dipendenza, Meta risponderà elencando limite giornaliero, blocco notturno, pause e verifica dell’età, cioè quasi punto per punto il fascicolo aperto il 10 luglio. Chiedere di più resta possibile, ma diventa un negoziato al margine invece dell’imposizione di uno standard. E qui non serve ipotizzare: il DSA consente di chiudere un’indagine con gli impegni dell’azienda invece che con una multa, e la strada degli impegni è quella che il portavoce della Commissione ha indicato lui stesso il giorno dopo l’accordo. Estendere all’Europa il pacchetto americano e archiviare sarebbe un esito annunciabile come vittoria, e nella sostanza un recepimento.

Ursula von der Leyen, l’attuale presidentessa della Commissione Europea. Photo credit: REUTERS/Yves Herman

Resta il problema più concreto, ed è quello su cui conviene essere precisi, perché è la ragione per cui il pacchetto di Oakland non è trapiantabile qui da noi. Stati Uniti ed Europa mettono l’ostacolo in due punti diversi, e per questo ottimizzano due variabili opposte. Negli Stati Uniti l’ostacolo è la libertà di espressione. Quando una legge tocca le piattaforme, il giudice si chiede quanto pesa sulla parola: nel 2024, in Moody contro NetChoice, la Corte Suprema ha fatto capire che la selezione dei contenuti secondo le regole della piattaforma è attività espressiva, e che regolarla è difficile.

In tutto questo, la domanda su quanti dati serva raccogliere per accertare un’età non compare. È comparsa nell’opinione dissenziente di Elena Kagan, che ha osservato quanto scoraggi un adulto dover consegnare la propria identità e le proprie abitudini a un sito che può essere violato o riceverne l’ordine da un giudice. Ma anche lì il problema è il freddo che quella consegna mette alla parola, non la consegna in sé.

In Europa l’ostacolo è il dato. Il GDPR Europeo chiede, per qualunque trattamento, che si raccolga il minimo indispensabile allo scopo. La domanda del regolatore europeo non è quanto la verifica pesi sulla parola, ma se esistesse un modo di accertare la stessa cosa raccogliendo meno. Ed è una domanda a cui non si sfugge dichiarandosi volontari: la minimizzazione vincola il titolare del trattamento comunque, e un accordo fra un’azienda e cinquantuno procuratori americani non è una base giuridica in Europa.

Le sette aree tematiche in cui le leggi GDPR (General Data Protection) europee intervangono in materia di social media. Photo credit: Visitor Analytics

Da qui, due ingegnerie opposte a partire dallo stesso obiettivo. Il modello americano massimizza la certezza sull’età e accetta il costo in dati: documenti, stima del volto, segnali dai sistemi operativi, collegamento degli account secondari, conservazione dei metadati per riconoscere chi aggira il controllo. Sono tutte cose scritte nell’accordo. Il modello europeo fa il contrario: accerta il superamento di una soglia e accetta di sapere il meno possibile, ed è il motivo per cui la Commissione sta costruendo un’app basata su prove a conoscenza zero, in cui chi rilascia la prova non sa cosa stai aprendo e chi la riceve non sa chi sei, e ha raccomandato agli Stati membri di renderla disponibile entro la fine del 2026.

L’infrastruttura però si costruisce una volta sola. Meta ha dodici mesi dalla data di efficacia per mettere in piedi la sua, negli stati firmatari, secondo il primo dei due modelli. Quando l’Europa legifererà, verso la fine del decennio, si troverà davanti un’azienda che quel sistema ce l’ha già in produzione da anni. E la strada più economica, per chi deve conformarsi, non è mai ricostruire sul principio opposto: è estendere quello che ha e metterci sopra una toppa europea.

Due cose, nel frattempo, si muovono già in quella direzione. Diversi Stati membri discutono divieti nazionali ai social sotto i 15 anni, ciascuno con la propria soglia: un mosaico che gestisce meglio chi ha un ufficio legale per ogni giurisdizione, non chi arriva dopo. E Meta in Europa spinge perché la verifica dell’età venga spostata a monte, sugli app store di Apple e Google, cioè fuori dal proprio perimetro di responsabilità: negli Stati Uniti ha appena accettato per contratto la responsabilità che a Bruxelles chiede di non avere.

Sul GDPR l’Europa ha scritto le regole e il mondo ha copiato. Qui le ha scritte un tribunale della California, in un contratto fra un’azienda e cinquantuno procuratori, con dentro una clausola che paga cinque miliardi il giorno in cui quelle stesse regole diventano legge. Bruxelles può ancora sanzionare, e forse lo farà. A scrivere le regole, questa volta, è arrivata seconda.

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