La pista georgiana: sanatori sovietici, grattacieli pacchiani e tramonti ottomani

Abbandonato il caldo infernale di Roma, tre ore di volo e arrivi in Georgia, a Kutaisi, capitale della storica e verde regione dell’Imereti, un territorio vecchio di 3.000 anni, un tempo conosciuto come il regno della Colchide. L’aeroporto di Kutaisi si chiama “King David the Builder” e già capisci che qui si prendono molto sul serio.

Prendi un taxi (contrattazione obbligatoria, se non litighi non è valido) e in 30 minuti sei in centro. Ovviamente se sopravvivi alla guida del loquace tassista, che tende a dare per scontato che tu parli il georgiano, probabilmente la lingua scritta e orale più complicata del pianeta.

La Georgia, un grande paese di confine, incastrato fra Russia, Turchia ed Asia Centrale. Photo credit: Dreamstime

Kutaisi è una città che ha deciso di non decidere. Un palazzo neoclassico è accanto ad un chiosco che vende solo khachapuri, una pagnotta al formaggio e uova tipica del luogo, e ricambi per le automobili Lada, uno splendido giardino te lo ritrovi tra palazzine oscene e a Majakovskij, che era di queste parti, a malapena dedicano un busto vicino ad un liceo.

Visite obbligatorie: 1. Il Bazar Centrale, dove vai per comprare della frutta ed esci con tre chili di churchkhela, una bottiglia di vino fatto in una vasca da bagno e la storia genealogica della venditrice.

  1. La Cattedrale di Bagrati, in cima alla collina. Vista magnifica. Un complesso che è stato ricostruita talmente tante volte che l’UNESCO l’ha tolto dalla lista dei Patrimoni dell’Umanità per eccesso di zelo.
Il Bazar Centrale di Kutaisi, in Georgia. Photo credit: Geographien
  1. La ancora più famosa cattedrale di Gelati, che sarebbe chiusa per lavori, ma per qualche inspiegabile motivo è visitabile solo il sabato. Me lo dice trattenendo le risa, e forse sperando in una offerta, il giovane prete ortodosso di guardia al monastero, che con una mano tiene il komboskini, il rosario ortodosso, e con l’altro scrolla il cellulare.

  2. La fontana di Colchis, in pieno centro: tutti i miti della Colchide messi in scena in oro pacchiano, roba che immagini abbiano commissionato ad uno scultore georgiano ubriaco residente a Las Vegas.

La Fontana di Colchis, a Kutaisi. Photo credit: Tripadvisor

La sera non si può non assaggiare khachapuri imeretino che, a differenza di quello dell’Adjaruli, che si mangia nel resto della Georgia, non ha l’uovo sopra, quel tuorlo giallo che ti guarda con un occhio accusatore e ti ricorda quello che ti ha detto il cardiologo sui picchi glicemici. Quello imeretino a Kutaisi invece è chiuso, modesto se vogliamo, una pizza bianca con il formaggio, gustosa ma senza grandi pretese.

Una mezz’oretta di macchina da Kutaisi, stavolta con Bolt perché i tassisti hanno paura delle recensioni, e sei a Tskaltubo, una cittadina dallo stile sovietico. Ai tempi dell’URSS, Stalin l’aveva voluta per sé, ma poi la donò alla classe operaia perché vi si facesse le cure termalui e si curasse nei 19 sanatori lì presenti.

Uno dei sanatori di Tskaltubo, in Georigia, in epoca sovietica. Photo credit: Geographien.

Ovviamente gli operai che vi potevano accedere erano solo una piccola parte di privilegiati, gli “stacanovisti”, e ce li portava un treno che partiva direttamente da Mosca. In compenso Tskaltubo era la meta preferita dal cerchio magico del Piccolo Padre. Pare che Stalin venisse qui in incognito in quello che comunque era il suo paese d’origine e nella cui regione autonoma dell’Abhkazia, non distante da qui, possedeva ben cinque ville-rifugio, che preferiva alle spiagge di Sochi o Yalta, buen retiro degli altri mandarini del PCUS.

Oggi la cittadina sembra uscita da un film post-apocalittico sovietico, una specie di Chernobyl ma con i marmi bianchi. Viali enormi, colonnati neoclassici divorati dall’edera, fontane secche e palazzi con la falce e martello in facciata. Il luogo è un paradiso per i tanti urbex (esploratori urbani) che vengono da tutto il mondo per visitarla, avendo cura di non disturbare i 10.000 tra i 200.000 abcasi fuggiti dal loro paese dopo le invasioni russe del 1992-1993 e del 2008, che ancora vivono in quei sanatori abbandonati.

I sanatori di Tskaltubo oggi. Photo credit: Wander-lush

Tskaltubo oggi ha due anime. La prima è quella funzionante, costituita da un paio di sanatori ristrutturati e convertiti in hotel a cinque stelle dove anziani russi stanno a mollo in acqua radioattiva al 100% naturale. L’altra è quella abbandonata, i sanatori con i nomi di Medea, Tbilisi, Iveria, tutti con colonne corinzie, mosaici di nuotatrici sovietiche felici, finestre rotte, pipistrelli grandi come gabbiani e giovani tedeschi, ungheresi, inglesi, intenti a fotografare le mutande stese dei rifugiati abcasi che vivono lì dentro.

Piccola nota a margine: in ognuno di questi luoghi puoi entrare tranquillamente, nessuno ti fermerà. Da queste parti il concetto di “divieto di accesso” è interpretato come “entra pure, ma se crolla tutto e resti schiacciato sotto le macerie sono affari tuoi”.

Sanatorio sovietico abbandonato a Tskaltubo. Photo credit: Wander-Lush

Tre ore di auto con Akaki, il driver Bolt che hai deciso sia il migliore tra tutti quelli che hai provato, e sei a Batumi, la città dove la Georgia ha deciso di diventare ricca velocemente.
Casinò, grattacieli storti, ruota panoramica, torri con ristoranti rotanti che non ruotano e un lungomare, il Boulevard, lungo 7 km.

Un luogo perfetto, percorrendolo, per chiedersi cosa ci fai lì, nel mezzo di quella speculazione ebraico-moscovita che ha snaturato quella cittadina del Mar Nero che solo un secolo fa era un importante centro mercantile, tanto che erano lì attivi diversi consolati di tutto il mondo, compreso quello italiano.

Il lungomare di Batumi, in Georgia. Photo credit: Dreamstime

È lì che, nella  primavera del 1933, arriva Georges Simenon, corrispondente del Paris-Soir e padre del detective letterario Maigret. Si era imbarcato da Marsiglia per Odessa per poi proseguire per quella che era nota come la Perla del Mar Nero. Simenon voleva documentare quanto si diceva sull’URSS stalinista, in particolare sulla grande carestia conosciuta come l’Holodomor, che in quegli anni affliggeva l’Ucraina e il Caucaso.

È a Batumi, dove resterà solo tre giorni (più che sufficienti per uno che scriveva un romanzo a settimana) che ambienterà il suo unico thriller politico, “Le finestre di fronte”, che avrà come protagonista il console turco e come co-protagonisti quello italiano e la moglie. Da Batumi, Simenon si imbarca poi per Trebisonda, in Turchia, e da lì ad Istanbul, dove intervista Lev Trovskji, già epurato dal suo ex amico Iosif Stalin che lo aveva scalzato nella successione a Lenin. Qualcosa mi dice che a Simenon, che poteva tratteggiare lo spirito di una città con pochi particolari, la Batumi di oggi non piacerebbe affatto.

Lo scrittore e giornalista belga Georges Simenon (1903-1989). Photo credit: Discovering Belgium.

Ad ogni modo, schivando la miriade di famigliole russe al pascolo per quel che resta della città vecchia di Batumi, alla fine ti ritrovi in Piazza Europa. Lì troneggia una statua di Medea che tiene il Vello D’oro, che a me onestamente è sembrata più una borsa di Dolce & Gabbana.

Poco distanti trovi invece Ali e Nino, due statue di otto metri l’una che si illuminano, si muovono e si attraversano ogni dieci minuti, simboleggiando l’amore tragico e impossibile tra un azero e una georgiana. Almeno non era un’Armena, si sente ancora dire da queste parti, tanto per dire come vanno le cose nel Caucaso. Alla fine, ti arrenderai al ventesimo tentativo di fargli una foto senza avere quaranta cinesi davanti.

Le statue di Ali e Nino, a Batumi. Photo credit: Advantour

Il giorno dopo sei a Gonio, un’antica fortezza incastonata tra le montagne del Caucaso e il Mar Nero, anche detta di Apsaros, al confine georgiano con la Turchia. Secondo il mito, il nome Apsaros viene da Apsirto, che era il figlio del re della Colchide, ucciso da sua sorella Medea per aiutare Giasone a fuggire con il Vello d’Oro.

Poi lo seppellirono qui, pare in buona compagnia perché secondo la tradizione ortodossa georgiana in questo castrum c’è anche la tomba di San Mattia. Insomma in 200 mq cammini in 27 secoli di storia: dal regno della Colchide a Roma, passando per Bisanzio, il Regno di Georgia, quello degli Imperi Ottomano e Russo e poi la Georgia attuale, che è l’erede legittima di cotanta intensità e bellezza.

Le rovine della Fortezza di Gonio, in Georgia. Photo credit: Dreamstime.

La Turchia è lì a due passi. Pochi kilometri e sei a Sarpi, che dall’altra parte si chiama Sarp e appartiene ad Erdogan. Come è facile notare guardando l’architettura del punto di confine, questa fino al 9 aprile di 35 anni fa era una “cortina di ferro”. Sarpi aveva una particolarità che molti oggi farebbero bene tenere a mente: era un’altra frontiera URSS-NATO, oltre a quella che Mosca aveva con la Norvegia.

Insomma la NATO non “abbaiava” alla Russia solo dai freddi artici ma anche dai più miti climi temperati del Mar Nero. Una mezz’oretta di dolmuş, il tipico bus turco che parte quando è pieno e sei ad Hopa, una piccola città di frontiera dove i georgiani vanno a comprare jeans e i turchi vanno a vendere tè.

Il confine fra Georgia e Turchia. Photo credit: Antonio Buttazzo.

Arrivi qui, ti siedi sul molo, bevi un çay con una decina di camionisti, e guardi il tramonto sul Mar Nero dallo stesso punto, ma con la bandiera turca.

Poi ti accorgi che hai viaggiato nel tempo. Nonostante ti sia mosso verso est, infatti, il fuso orario ti porta a un’ora indietro rispetto alla Georgia. E non solo per quello.

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