Scrivere di Guccini è un gradino sotto scrivere di Borges, secondo me. È come se si chiedesse ad un calciatore scarso di Campi di Pozzolana di palleggiare in onore di Maradona, per intenderci. L’omaggio dentro lo stesso campo da gioco è un territorio insidioso. Viviamo però in un’era senza vergogna, dove già tutti hanno scritto e hanno detto di Guccini, fin dal momento della sua morte e senza attendere l’ottavario (parola che certamente amava, che si porta dietro i riti lenti di passaggio nei villaggi montani). In questo senso, ci si può arrischiare.
Non si sono risparmiati dal ciarlare neanche i reazionari, parola meravigliosa che forse proprio il Maestrone ha avuto il merito di riproporre con efficacia, durante gli anni del lungo disimpegno civico berlusconiano. La Russa e Meloni in ciò sono apparsi quello che sono, dei miserabili. Nel frattempo la cronaca quotidiana ci è venuta in soccorso, nella nostra necessità di ribadire quanto la poesia non sia neutra, trasversale e buona ad ogni uso e ad ogni idea e di come sia necessario, come dirò, salvare il guccinismo da Guccini. Senza volerlo, Dori Ghezzi, moglie di Fabrizio de André, a pochi giorni dalla morte di Guccini, ci ha insegnato sbagliando che la memoria del poeta è una roba fragile da maneggiare.
Il problema, tornando a Meloni e La Russa, non è aver cantato o non cantato Guccini nel corso della loro nera vita, ci mancherebbe. Almeno, avrebbero dato una colorata di bellezza alla pece di cui è ammantato il loro pensiero. La poesia è di chi gli serve, diceva Massimo Troisi e, se serve a Meloni, una che comanda un partito il cui riferimento culturale massimo è Luca Barbareschi, credo sia legittimo che Meloni la usi. Magari lo avesse fatto, magari si fosse nutrita almeno a colazione, una volta a mese, delle parole di Guccini, dei ciuffi di parietaria e dei mille cieli sopra a un continente, o al limite degli also sprach di maturazione.
Ma in fondo si tratta solo di un bluff. Meloni, La Russa e anche Jovanotti non ne sanno nulla, della poesia di Guccini. Sì, proprio lui, Jovanotti, il tipo che aveva paragonato Gloria di Umberto Tozzi alla Locomotiva, costringendo alla fine il Maestro a fargli fare la figura del coglione. Si sono giusto affrettati intorno al cadavere del mese, questi e altri figuri, il morto su cui i riflettori erano gioco forza puntati, nonostante negli ultimi anni acciacchi e cecità avessero di molto diradato le sortite pubbliche del Guccio.
In realtà, la sua assenza ce lo aveva fatto sentire sempre più presente, contemporaneo e urgente, ed è questa una delle chiavi di lettura della sua dipartita splendidamente rumorosa. La necessità di parola (o, per meglio dire, la necessità di starnazzo) della folta schiera dei bercianti non è legata alla poesia, ma alla necessità di porsi sempre al cento della scena, rubare la scena, figurare al primo posto delle ricerche nei motori anche nelle occasioni a loro più estranee e distanti. I reazionari, i fascisti e i neofascisti, schifano la poesia e anche il Poeta, così lontano dal loro virile senso pratico e sideralmente distante rispetto al centro della loro ignoranza, fonte primaria del successo elettorale.
Si scorge difatti, nelle parole spese, tutta la distanza tra questi figuri (Meloni, La Russa, Jovanotti e almeno un altro centinaio di very important people che si sono affrettati a postare “in memoria di”) e un uomo che aveva riscelto il ritmo lento dell’Appennino, che rispondeva al suono del campanello di casa per parlare con i suoi. Un uomo che non aveva social media manager ed esperti di comunicazione, a dire quanto e cosa e come dirlo. Un modo che però ha creato un modo di comunicare incredibilmente efficace anche in questo mondo schifo 2.0, basato sulla sintassi e sulla grammatica delle riunioni nell’aia o intorno al tavolo di un’osteria, dove la parola del più saggio vale più della parola dello scemo. Un modo di comunicare molto diverso da quello dei social media.
Un uomo che ha parlato di politica, nelle interviste e nelle canzoni, molto meno di quello che si pensi e che pure ha rappresentato coscienza e formazione per almeno tre generazioni di persone. Quando la storia avrà archiviato Fratelli d’Italia e i suoi rappresentanti, gente riverita, la Locomotiva sarà ancora in marcia, ricordiamolo sempre. Il problema vero è che Meloni e La Russa (personaggi esemplari, ma con loro tutti gli altri) non sono veramente in grado di spendere due parole sulla poesia di Guccini, perché della poesia di Guccini non hanno capito nulla e nulla possono capire, non conoscendola.
Non hanno fatto altro che partecipare al gioco semplice del parlare del Poeta e in ciò si sono legati alla folta schiera di chi, non conoscendo la poesia, è stato sul pezzo credendo di conoscere l’identità del suo creatore. Io niente, io ubriacone, io poeta, io buffone, negro, ebreo, comunista. Aveva messo in guardia del resto dall’errore, in una delle sue canzoni più brutte ma celebrate (da chi non conosce Guccini). In definitiva: se non ne conosci la poesia puoi davvero parlare del poeta? Pare di sì, ed è questa la cosa più disturbante della morte di Guccini, per uno che lo ascolta dall’età della ragione e che lo considera uno dei maggiori letterati del dopoguerra.
Mai la fisicità del poeta è stata tanto più forte delle sue poesie come in Guccini, almeno dai tempi del cadavere di Pasolini. Per rintracciare qualcosa di simile, forse dobbiamo tornare addirittura a D’Annunzio. E allora ecco che l’unico epitaffio mancante, ma soprattutto la vera necessità a difenderne davvero la memoria, è il bisogno immediato di mettere da parte Guccini, la sua fisicità da orso, la erre moscia e tutto l’affresco, il fiasco di vino, le osterie di Bologna e tutte le stronzate messe in risalto da chi non lo ha davvero conosciuto. Ed ecco, Maestrone, il saluto di chi ti ha amato pur non avendo mai suonato alla tua porta.
A non venirti a rompere i coglioni a Pavana, me lo consigliò Fabrizio de André, che mai volle conoscere Aznavour per paura di rimanere deluso. Soprattutto temevo che entrando a casa tua, nella tua cucina, come tanti hanno fatto, non avrei trovato qualcosa di ulteriore rispetto a quello che davvero mi è tornato utile. Avrei, diversamente, dovuto frequentarla a lungo, ma il rischio di incontrare Scanzi non ho voluto correrlo. Quello che sono, del perché e del come lo sono, lo devo anche a te e alla Fernanda Pivano, sia chiaro. E a Stefano Benni, che m’ha insegnato nello scrivere a far crollare la tensione sotto il peso di un sorriso, come prima con Scanzi che però effettivamente mi sta un po’ sulle balle.
Tu invece mi hai insegnato, soprattutto, la capacità di narrare l’universale partendo dal particolare. La prima volta che ho sentito parlare di questa cosa l’ho sentita, a dire il vero, non da te, ma da Marco Paolini, l’autore dell’orazione civile per il Vajont, il quale ricordava come da ragazzi lui e gli altri si occupassero delle grandi questioni internazionali, tipo il Vietnam, non capendo che la vicenda delle case spazzate via a Longarone le contenesse tutte quante. Un po’ come quando, per parlare della migrazione, tu hai scritto “Amerigo” e “Argentina”, muovendo l’universale dal vissuto, dal gaucho di Sondrio o Varese, ghigna da emigrante, impantanato laggiù lontano.
Forse quello che mi hai lasciato è non sentirmi stretto in un posto, qui in questo borgo d’Appennino di mura margaritiane, case vuote e sempre meno anziani sull’uscio, anno domine 2026, Cittaducale, provincia di Rieti. Hai messo luce e poesia in certi spazi che erano noia e voglia di fuggire. Io credo che un orto abbia un senso diverso, se ascolti o non ascolti le canzoni di Guccini. Che le mattonelle della cucina della casa di una nonna e la sua stufa a legna, nascondano un sottotesto se dentro quelle mura sai leggere le stanze di vita quotidiana che c’hanno vissuto, gli avi partiti per la Germania e l’Argentina, quando l’unico caffè prima del viaggio non poteva che esser d’orzo, che avessero avuto i soldi per quello vero non sarebbero mai partiti.
Quando dite che Francesco Guccini è stato un cantante politico, non sbagliate. Sbagliate quando dite che è stato un cantante comunista, un cantore della rivoluzione, tranchant. Guccini è stato molto di più. Sarebbe come discutere della filmografia di De Sica e di Boldi considerando i due film drammatici girati da Pupi Avati, in pratica. Guccini è stato un poeta dei piccoli spazi, della provincia, delle case dei pensionati, dei borghi. Oggi che tanto si parla di aree interne, sappiate che il poeta soprattutto di queste ha parlato.
La geografia delle sue parole si muove tra carrarecce e scarpate, si inoltra nei boschi. Fa sua, Guccini, del resto la lezione di Montale sulle piante dai nomi poco usati, anche lì ponendosi sempre, sinceramente, come poeta dei campi, cortili e di strade conosciute da bambino. La greppa dell’Appennino, l’erba spagna, la salvia e il rosmarino, sono una rivendicazione, innanzitutto.
Guccini conosce la letteratura e la poesia e, come solo i più grandi fanno, non offre un continuo saggio della sua emancipazione dalla provincia, ma prende ogni virgola letta, ogni parola, ogni frammento di Borges, ogni fantasia di Gozzano e li riporta nel territorio circoscritto del paese, del piccolo vivere. Si addentra, a volte, nelle città, cui ha dedicato perfino un disco. Ma anche in quei casi, rimane ad osservare il margine, il particolare, la sbavatura.
Quando in Samantha descrisse Milano, la trovò bella da impazzire mettendo in versi una parola brutta, cacofonica, antipoetica: policentro attrezzato comunale. Questo era Guccini, un buon dieci per cento di Guccini diciamo, ciò che secondo me dovrebbe prendersi in considerazione per avvicinarsi alla sua poetica ricorrente, che non è quella di Don Chisciotte, di Cirano e della Locomotiva.
Dobbiamo studiare il Poeta, dobbiamo cantarlo ai nostri figli, pretenderlo in radio. Perché il rischio che si corre è che, superati questi primi tempi, si perda la parola e rimanga solamente la figura, il santino da portafoglio. Con quello, ognuno dopo può fare carne di porco. I custodi della memoria siamo noi tutti. Il rischio di delegare la memoria a poche figure significa che di Guccini potrebbero fare qualsiasi cosa, magari per amore. Guccini dovrebbe difenderlo chi non lo ha conosciuto, chi non ha cenato con lui, chi non ci ha scopato, proprio per non cadere nel tranello del troppo amore.
Guccini dovrebbe essere difeso da quelli che credono che la poesia sia superiore al poeta e alla sua memoria, che rischia di divenire una missione intima, personale, che nulla ha a che vedere col dovere collettivo. Salvare Guccini dai vari Dori Ghezzi, insomma, che ci ha dato un dolore enorme, a vederla difendere la presenza di un ministro dei temporali qualsiasi a casa di Fabrizio de André e a prendere le distanze da una contestatrice che aveva tutte le ragioni del mondo a voler far saltare l’evento, una ragazza che Fabrizio avrebbe abbracciato. Perché quando si crede che Fabrizio de André sia di tutti, si sta scordando l’unica cosa che conta: che la poesia afferma perfettamente il contrario.
Credo che la saggezza appenninica di Teresa e di Raffaella dovrebbero evitare il rischio più grande, che è quello che sta vivendo il povero Fabrizio, uno al cui funerale sventolavano la bandiera dell’anarchia e ora si ritrova nell’orto di casa la moglie seduta accanto a Salvini, un elemento flaccido e viscido della Terza Repubblica, uno che nella vita ha sempre dimostrato odio e risentimento per le categorie predilette da Fabrizio: i poveri, i derelitti, i drogati, le prostitute.
La poesia di Guccini, che è più alta e complessa di quella del Faber, potrebbe offrire un fianco più semplice a figuri del genere, in quanto il significato politico della parola, come accade con i più grandi, non è sempre lì pacifico alla luce del sole e, proprio per questo, più facilmente si corre il rischio che ognuno possa rivendicare la sua adesione ai versi, nonostante i distinguo in campo politico. Ed è qui che le poche canzoni sfacciatamente politiche di Guccini vengono in soccorso, col loro valore Manifesto. A questa gente Guccini, che non aveva la mezza misura del cittadino e che non era un borghese a differenza di Dori Ghezzi, aveva ricordato la capacità di poter infilare la penna fin dentro il loro orgoglio, spada con cui l’avrebbe uccisi a piacimento.
Non offre scampo, la poesia di Guccini, perché dice addio a questo orizzonte di affaristi ed imbroglioni. La poesia salva il Poeta, che li schifava. Questo è da ricordare costantemente, che pur se Farewell non ha alcun valore politico, possono ascoltarsela tranquillamente a casa loro, perché nel momento in cui invece dovessero sgomitare per apparire negli eventi pubblici il vero intento, pacifico, non sarebbe altro che il tentativo di silenziare la portata complessiva di ogni parola, di ogni verso di rabbia, di rivendicazione, di posizionamento.
È un po’, per intenderci, come quando vi raccontano che la Liberazione dovrebbe essere la festa di tutte le libertà e superare gli steccati ideologici. Questo non possiamo permetterlo, perché Guccini non sarà mai un brand da vendere ma resterà una locomotiva, una cosa viva. Una persona che, anche se non ha lottato direttamente contro l’ingiustizia ci ha insegnato almeno la bellezza dello stare seduti dal lato giusto della storia. Che non è proprio la stessa cosa dello stare seduti accanto a Salvini, ci siamo capiti.
Shomer ma mi llailah. Buon sentiero, Francesco.
Antropologo non praticante, nasce a Rieti nel 1982. Laureato presso l’Università di Perugia, al momento ha messo la sua laurea in fondo al cassetto dei calzini preferendo andarsene in giro a commerciare bottiglie di vino. Appassionato delle vite dei santi, se n’è già occupato in un piccolo mensile che poi però è fallito. Sposato, gli piace la pastasciutta e ha una forte passione per la Milano degli anni ’80. Anche se a Milano ci è andato giusto tre volte.

