Dedicato a papà, con cui ho litigato per anni, a cena, per colpa e per merito del Cavaliere. Ovunque tu sia, sappi che avevo ragione.
L’altro giorno, per salvare mio figlio e i suoi quattro anni dal rincoglionimento, ho girato canale senza cercare nulla di specifico. Del resto, stavo scrivendo e non avevo tempo per guardare la tv. Quella interessava di più a mio figlio, che ha già superato la fase Bing ed ora si trova nel pieno della divinazione di Pocoyo. Al contempo, però, la televisione mi fa compagnia, purché siano programmi che non devo effettivamente seguire. Mi basta il rumore, per scrivere meglio. Credo sia dovuto al bisogno non perdere completamente l’ancoraggio con la realtà. Mi metti in una stanza silenziosa, non scrivo una riga.
Proprio ora, mentre scrivo questo articolo, sto ascoltando un film con Stefano Accorsi che urla contro Laura Chiatti e Laura Chiatti che urla contro Accorsi, mentre Claudio Santamaria corre nevrotico da una stanza all’altra e tra un po’ qualcuno scoperà con chi non doveva scopare e urleranno tutti ancora di più. Mi serve roba così, per capirci. Ma non importa, non sono qui per parlarvi di scrittura creativa. Pocoyo invece non aiuta per niente, perché mi rompe i coglioni. La verità è che non ho gli strumenti culturali per gestire Pocoyo, per farmelo scivolare addosso. Come tutte le cose che non capisco, però, mi attrae (ho persino seguito Sal Da Vinci all’Eurovision).
Credo che ci troviamo nell’epoca storica maggiormente sovrabbondante di pedagoghi, psicologi e teorici vari dello sviluppo infantile. Spero non ci sia un collegamento fra tutto ciò e la tv di merda dedicata ai bambini. Mi rendo conto di due cose: che il mio giudizio tranciante sulla televisione per bambini contemporanea dipende essenzialmente dall’essermi riprodotto in ritardo. Tra la mia tv dei bambini e quella di mio figlio ci sono circa trentacinque anni di storia e la pretesa che trasmettano oggi la roba che piaceva a me ieri è quanto di più boomer possa esistere, oltre all’autodefinirsi boomer ovviamente.
Negli anni ’80, per esempio, andavano forte gli Snorkies, dei puffi subacquei poi scomparsi misteriosamente dalle programmazioni. Comunque, i giudizi trancianti sono una cosa su cui lavorare. Uno dovrebbe pensarci almeno trenta secondi, prima di dire qualcosa. Dopo aver cambiato canale, mio figlio ha pianto per circa trenta secondi, il tempo di mettere un muro tra lui e il sopruso, obiettivo raggiunto mettendosi a giocare col modellino di un furgone DHL comprato al mattino, preferendolo ad una Ferrari. Ha evidentemente capito che questa è una vita dura. Io ero un bambino degli anni ’80, lui degli anni ’20 del secolo, anzi del millennio, successivo.
Il patto generazionale è saltato, i sogni anche. I trenta secondi di pianto sono stati sufficienti per farmi discutere pure con mia moglie, secondo la quale avrei cambiato canale in maniera troppo brusca, causando la reazione frustrata di mio figlio. Io però ho pensato che se fosse nato dove i bambini estraggono cobalto a mani nude gli sarebbe andata peggio. Ho scacciato via il senso di colpa montante così, a base di cinismo. Un cinismo inopportuno, per via di quanto detto sulla fine del patto generazionale, problema che ha colpito di striscio la mia generazione e che fino a prova contraria schiaccerà quella di mio figlio, classe ’22, anniversario della marcia su Roma festeggiato coi fascisti al governo. Quindi, tornando a noi, la tv è finita su Canale 5. E, su Canale 5, stavano trasmettendo il funerale di Berlusconi.
Non quello finto col morto dentro al Duomo, ma quello sociale, antropologico, culturale. La messa a riposo del berlusconismo, che è stata un’idea di destra grottesca e patetica di interpretazione del potere e soprattutto di mantenimento dello stesso. Qualcosa capace di cambiare l’Italia più dei film di Muccino, in base ai quali la metà dei quarantenni di oggi si trova in cura da una psicoterapeuta bionda (questo è uno stereotipo e un pregiudizio di cui mi vergogno, ma che mi ha sempre fatto sorridere). Su Canale 5 stavano trasmettendo I Cesaroni- Il Ritorno.
Il giorno che morì Berlusconi, la spiaggia si divise tra persone allegre e persone addolorate. Anche nel trapasso, l’Italia era divisa. Io, che mi vantavo essere cintura nera di critiche a Berlusconi, rimasi fondamentalmente impassibile a guardare mia moglie arrostire al sole, mentre poverina attendeva una qualche mia reazione, possibilmente coerente alle diecimila parole quotidiane (per difetto) che fino a quel giorno avevo vomitato sul Cavaliere. In realtà, in quel momento, in quegli attimi che avevo a lungo immaginato, io fui folgorato da una visione. La visione era: col cazzo che è morto quel gran figlio di puttana.
Se la morte è assenza, bisogna valutare sempre i residui di presenza. Prendete a paragone la morte di Andreotti. Accadde quando la Democrazia Cristiana era già stata sbranata dagli sciacalli, capaci di divorarne il cadavere abbattuto dal pool. Io un giorno vi racconterò di quando il Divin Giulio venne a tenere un convegno nel mio paese e mio padre aveva a disposizione un alloggio di servizio (era ispettore forestale) dal quale fummo sfrattati per due giorni perché il Presidente aveva bisogno di un luogo per riposare e tenere a bada i mal di testa. Forse Andreotti ha dormito nel mio letto. Di certo avrà cagato nel mio cesso.
Comunque, per ripagarci dello scomodo, ci diedero dei pass. Era un convengo della Margherita e io, avrò avuto 15 anni e mezzo, ho visto Andreotti camminare fianco a fianco di Francesco Rutelli, che lo trattava come un pari. Ora capirete che quando sei una persona che la Storia ci dirà essere stata certa protagonista di nefandezze quali gli accordi con la mafia, l’asservimento della repubblica al potere petrolifero ai danni del progetto di Enrico Mattei e, chiaramente, anche un ruolo nell’omicidio di Moro, camminare a fianco di un Francesco Rutelli qualsiasi che ti tratta come un pari significa che la tua morte politica è bella che compiuta. Dell’Andreotti degli ultimi anni ricordiamo, dopo il fallimento vivaddio di farlo Presidente della Repubblica, il crash da Paola Perego e poco altro. Il giorno che morì, era già morto. L’andreottismo s’era inabissato da almeno vent’anni.
Io ho odiato Berlusconi quando Berlusconi era al massimo della gloria. Ho manifestato, saltato, inveito e mi sono beccato pure il “giovanotto documenti” dei 99posse a memoria. Voi direte che non è molto. Allora diciamo che abbiamo letto, ci siamo documentati, abbiamo provato a far capire che la strada presa ci avrebbe portato un giorno in un posto peggiore. In una serie di rapporti di causa effetto, in un lungo domino partito dal 1993, è stato Berlusconi a sdoganare gli ex missini e, se anche oggi Fini fa dodici persone alla sagra della zeppola con le giuggiole, non possiamo non considerare il governo in carica anche come il risultato della legittimazione data dal Cavaliere ai fascisti di AN.
Fascisti che avevano un buon gusto, quello di vergognarsi un poco di essere fascisti. Più si avvicinavano al potere, più se ne vergognavano. Il motivo è da inquadrarsi nell’essenza del Berlusconismo, che è la promozione di un ideale specifico legato all’edonismo, al piacere, alla joie de vivre. Tutte cose che il fascismo, che invece si ciba di paura, odia. Chiaramente la cosa non è durata. Aderendo ad una tendenza internazionale di crescita dei nazionalismi, ora i fascisti, capitanati da Ignazio La Russa, che rappresenta certamente il capo della teppaglia, non si vergognano più della loro essenza. Anzi, la rivendicano. Ma la loro legittimazione nelle strutture del potere è avvenuta in un’epoca ben specifica, che è quella dei governi del Cavaliere.
Ho a lungo ritenuto che Berlusconi rappresentasse il tramonto dell’impegno, del sacrificio e anche della cultura nel nostro Paese. Credevo che il mondo repubblicano dovesse essere diviso in un Prima e Dopo Berlusconi. L’ho chiaramente sopravvalutato, come cattivo. Ora che invecchio e che, come tutti i vecchi trovo più ozio nella storia che nell’attualità (parlare della Montaruli che abbaia sarebbe divertente se il direttore mi concedesse di scriverci un racconto pornografico; me lo concede?), mi rendo conto che la storia italiana ha avuto cattivi anche peggiori: Cossiga e Andreotti, ad esempio. Licio Gelli, chiaramente. Senza citare Almirante e il Principe Borghese che avrebbero voluto farci ripiombare in una grande Repubblica di Salò versione anni ‘70.
Berlusconi, almeno che non si dimostri il contrario, non ha investito in strutture paramilitari, non andava a seminar odio contro gli anarchici mentre i fascisti facevano saltare la banca dell’agricoltura e, in linea di massima, la sua adesione alla massoneria la immagino sempre come un qualcosa fatto per qualche dollaro in più. In realtà Berlusconi era circondato da faccendieri capaci di fare il lavoro sporco nelle retrovie.
La prossimità di Andreotti col male, diretta, vis a vis, chiaramente ha riguardato anche Berlusconi, il quale, però, invece di immischiarsi troppo, ha delegato tragici faccendieri come ad esempio Dell’Utri, un personaggio che ha il phisique du role del demonio e tutta l’antropologia della Prima Repubblica nella sua tragica corporeità.
Berlusconi è un cattivo incapace di mischiarsi direttamente coi cattivi. Mentre l’azione si svolge, lui rimane a farsi fare i pompini in villa. Ne abbiamo avuto un altro, di soggetto così. Mentre i fascisti gettavano i socialisti giù dalle finestre, a San Lorenzo, Mussolini attendeva gli esiti della Marcia a Milano. Hitler non ha mai visitato un lager, si dice. Non voglio compiere paragoni azzardati. Berlusconi era chiaramente migliore di loro, anzi meno dannoso, nella consapevolezza che una televisione governa un popolo meglio di un manganello.
Del resto Berlusconi è durato più dei grandi malvagi del Novecento. Il suicidio di Hitler e l’esecuzione di Mussolini avvengono due anni dopo la loro sconfitta sul campo, intendiamoci. Quello che succede dal ’43 al ’45 è un colpo di coda rispetto ad esiti assolutamente chiari, come una perturbazione che continua ad insistere nel cielo mentre ormai il calendario segna primavera. Berlusconi invece è sopravvissuto alla sua morte, nonostante gli ultimi periodi grotteschi raccontati nelle intercettazioni delle sgualdrine assoldate per sollazzo; e poi elette in Parlamento. Ma Non è la Rai ci aveva già dato gli anticorpi per questo.
Tornando al dopoguerra, le differenze tra gli altri cattivi e Berlusconi sono enormi. E forse è per questo che Berlusconi, chiaramente una figura desolante, riuscì a guadagnarsi tra i suoi detrattori il premio della giuria per il miglior cattivo di sempre. Berlusconi è stato un cattivo da fumetto, hollywoodiano. Esagerato nei tratti. Trasbordante. Mettete un discorso di Berlusconi sul viso di De Niro ne Gli intoccabili e capirete di cosa parlo.
Andreotti era cervellotico, aveva il gusto per la battuta fine. Berlusconi era popolare, parlava di puttane come al bar dello sport, dove il playboy di provincia dice che sono tutte innamorate di lui, quando in realtà ci si gioca la pensione della mamma. C’è quella sua intervista giovanile, che credo di aver già citato altrove, con la pistola sulla scrivania. Berlusconi è stato un personaggio da western di Sergio Leone, uno che in un film scenderebbe dalle stanze del bordello con la colt in pugno, il sigaro e il sorriso smagliante, tra le acclamazioni del pueblo riunito per impiccare lo straniero.
Berlusconi funzionava per questo. Perché la sua immagine era plasmata nell’immaginario. Non è una cosa successa per caso. La sai l’ultima, programma fininvest dedicato alle barzellette degli anni ‘90, riportò nelle case degli italiani una comicità che lo sperimentalismo degli anni ’70 e ’80 aveva seppellito. È incredibile che, dopo Cochi e Renato, si sia tornati alle barzellette. Ma le barzellette servivano, perché erano nel repertorio del capo. Servivano perché quel linguaggio fosse coerente allo spettatore- elettore.
Le ragazzine di Non è la Rai, servivano. Andava promosso un modello specifico di adolescente e di ragazza, per gestire un giorno l’umore del popolo rispetto agli appettiti del capo. Ve lo immaginate Aldo Moro ad organizzare orge? Berlusconi lo ha fatto, non lo ha negato e gli abbiamo intitolato l’aeroporto di Milano. Quell’intervista in cui dice che un uomo dopo una vita di lavoro e di responsabilità avrà pur dei diritti, è esemplare di quanto del berlusconismo ancora si sia detto poco. Il berlusconismo è un fenomeno specifico a partire dal quale, tramite Publitalia, si è modellata la coscienza dell’elettore medio. È stato un fenomeno culturale, dai risvolti pratici. Pratici per gli obiettivi del capo.
La televisione ha giocato un ruolo nella narrazione assolutamente specifico. Complesso. Articolato. Preso il potere, l’obiettivo è stato inventare il Paese Irreale. L’utopia del Miracolo Italiano era finita nel 1997, intendiamoci. Dopo, è stata solo letteratura. A lungo si è narrato di un Paese a due facce: quello felice, produttivo, essenzialmente provinciale. Non uso il termine con accezione negativa. Io sono provinciale. Deep Hinterland guarda al provinciale. Nel caso di Berlusconi il punto è che la provincia, per antonomasia, si presta più facilmente alle allegorie, alle rappresentazioni forti.
I caratteri lì sono marcati, distinti. Il bar è il luogo dove si compie e si realizza la narrazione semplificata del Paese Italia. Non è un caso che non ne esistano quasi più a Milano, dove invece la narrazione si scrive. L’industrialotto di paese, che maledice i comunisti e i perdigiorno mentre pontifica dinanzi al cappuccino, incarna molto meglio il Berlusconismo di quei ricchi che abitano nelle metropoli, le quali sono, omaggiando Morin nel giorno della sua morte, i luoghi della complessità. Per capire Berlusconi, dovreste uscire dalle vostre città e venire a farvi presentare i berlusconiani della provincia. Il Berlusconismo è una narrazione specifica che funziona meglio in alcuni luoghi, geografici e culturali.
La narrazione del self made man vuole un suo pubblico; e questo pubblico deve essere quanto più distante dai luoghi effettivi del potere perché si compia la magia. La prossimità tra la narrazione e la realtà è negativa per la prima. Il Parlamento, la Borsa Affari, le sedi nazionali di Confindustria, sono luoghi dove il potere gioco forza si realizza, ma anche arranca. È costretto a rispondere ai formalismi, ai dati, ai risultati. Tutte cose di cui Berlusconi se ne è sempre sbattuto il cazzo.
Perché Berlusconi sapeva che il vero segreto era far ridere e sorridere, dire che tutto va bene proprio a quella gente che avrebbe avuto bisogno di preoccuparsi, quelli che non hanno gli strumenti culturali per comprendere verso dove vira il mondo. A loro guardava Berlusconi come elettori privilegiati. Sì, me lo diceva anche mio padre, sono arrogante a volte. Però tanti Berluscoaniani di provincia sono oggetivamente gente così.
La televisione italiana, Mediaset e anche la RAI che, a partire dall’epoca Craxi, ha messo in opera un disperato inseguimento, ha a lungo narrato un Paese migliore di quanto in realtà l’Italia non fosse. Questo serviva al potere. Ora narrano di un Paese peggiore di quanto non sia in realtà, sempre perché questo serve al potere. La comunicazione broadcasting questo fa: propaganda al 90%.
Berlusconi era un fautore della gioia di vivere. Date loro fica e barzellette, invece che i dati sul mio operato. Applausi. Questo principio lo ha applicato con vari gradi di intensità. Non è la Rai fu un programma feroce, terrificante, amorale anche per uno come me che tiene in salotto in bella mostra Opus Pistorum di Henry Miller. I Cesaroni rientrano nella stessa logica, solo rivolta ad un altro elettorato. Non è la Rai prendeva nelle maglie le ragazzine di quindici anni, che presto avrebbero votato, e i loro padri. Tutti riuniti verso l’ora di pranzo, le figlie a sognare il palco e i babbi a sognare le ragazzine.
Anni dopo, il marito della futura vincitrice del Grande Fratello e nipote del Duce sarebbe stato pizzicato a pagare delle minorenni, le famose baby prostitute dei Parioli. Ragazzine che si vendevano senza quei bisogni di fame e mancanza di alternative propri della prostituzione minorile tra le classi subalterne. La giustizia ha fatto il suo corso, ma rimane quella sensazione di depenalizzazione morale di un reato che di certo ha una sua causa nel Berlusconismo. I Cesaroni guardavano ad un altro elettorato. Più puro forse, genuino.
Era una narrazione azzardata per la destra, perché parlava teoricamente del paese reale, specificatamente delle famiglie allargate. Ma lo faceva tirando fuori ogni problema del mondo reale. C’erano queste donne, non a caso bellissime, la mamma e la figlia più grande soprattutto, finite in una casa di soli uomini. Gag a non finire e la sensazione fin dalla terza puntata che alla fine Eva avrebbe scopato col fratellastro Marco. Perché Berlusconi e i suoi lo sapevano cosa tiene effettivamente incollati gli elettori alla tv, che non può una storia durare per anni solo grazie alla bravura di Fassari, di Elena Sofia Ricci e di Max Tortora.
I Cesaroni è la serie del “mentre”. Mentre si era compiuta la rottura del patto generazionale che andava mettendo in crisi economica e sociale le famiglie. Mentre la politica non trovava risposte alle necessità di inclusione di genere e iniziava a rifugiarsi progressivamente nel polveroso dio, patria e famiglia che tutto il resto estromette. Mentre l’Italia era in palese ritardo nella digitalizzazione e tale ritardo poi si sarebbe palesato durante la pandemia Covid quando, rispetto al resto del mondo, i nostri professori non riuscivano a tenere una semplice lezione da remoto.
Mentre ancora era ancora viva la morte di Eluana Englaro, ma anche mentre Berlusconi pronunciava parole scomposte sul suo ciclo mestruale, riducendo e ancora rimandando il dibattito sul fine vita. Mentre la destra reazionaria iniziava a ribollire. In tutti questi “mentre”, i Cesaroni continuavano a sembrare incredibilmente più felici della media delle famiglie italiane. Erano un modello a cui guardare, la promozione della spensieratezza. La versione proletaria del modello berlusconiano. Un anestetico in prima serata. Una Roma irreale, provinciale, inesistente e, per questo, spaventosamente efficace nel piacere all’Italia tutta.
Quando l’altra sera ho girato su Canale 5, mi sono bastati tre minuti di dialogo tra Marco e il suo amico Walter, invecchiati male ne I Cesaroni Il Ritorno, per capire alcune cose. Innanzitutto che se mai gli eredi di Berlusconi scenderanno in politica, lo faranno con la pragmaticità di certi manager che guardano solo al dato e al risultato. Il perfetto opposto del padre, che ha prodotto solo narrazione ed agiografia.
I Cesaroni Il ritorno sono lontani dalla spensieratezza e dalla gioia di vivere del berlusconismo. C’è malinconia, nevrosi e smarrimento dentro al prodotto. Provano a far ridere, ma qualcosa nel giocattolo s’è rotto. In realtà, questi Cesaroni nascono senza servire a nulla, se non agli obiettivi economici di Mediaset, oggi più lontana dalla prossimità col potere. Provinciale, vorrei dire. La nuova destra lavora soprattutto nella pancia digitale del paese, vicina al popolo di Facebook e a quelli più giovani di Instagram e TikTok, e lo fa urlando contro i migranti e le minoranze soprattutto, invocando la paura.
Berlusconi invocava la paura del Comunismo quando il comunismo era già decaduto, una strategia grottesca rispetto a quelle delle destre di oggi. I nuovi Cesaroni non sono lo specchio della società, ma sono di certo l’emblema della fine di un’epoca. Il vero funerale del Berlusconismo, il progressivo decadimento dello spettatore-elettore e, dunque, delle funzioni pratiche di sovrastrutture mediatiche come quelle di Forza Italia.
Sovrastrutture che esistono, ma non servono. Il passo successivo sarà quello di sciogliere il partito e provare a rilanciare lo show inserendo nel cast Tajani che, senza Berlusconi e senza il Berlusconismo, appare oggi un mentecatto anche di fronte a nullità come Salvini e Meloni. Il Cavaliere sta iniziando a morire.
Antropologo non praticante, nasce a Rieti nel 1982. Laureato presso l’Università di Perugia, al momento ha messo la sua laurea in fondo al cassetto dei calzini preferendo andarsene in giro a commerciare bottiglie di vino. Appassionato delle vite dei santi, se n’è già occupato in un piccolo mensile che poi però è fallito. Sposato, gli piace la pastasciutta e ha una forte passione per la Milano degli anni ’80. Anche se a Milano ci è andato giusto tre volte.

