“Ca sugnu” o “Sono qui?”: l’Italiano, il Siciliano e la linguistica del divenire

Ca sugnu! Volendolo tradurre in italiano, diventerebbe: “Sono qui!” Ho già utilizzato questa espressione altre volte in siciliano come didascalia per le foto che posto sui social, oltre che, ovviamente, nelle mie interazioni quotidiane con amici e parenti. Ho grande familiarità con questa espressione. E non mi spiace. Non mi spiace per niente. Sono un “nativo” e queste espressioni in siciliano mi ancorano piacevolmente alla mia appartenenza. Sono siciliano. Appartengo. Dunque, perché non manifestarlo anche attraverso la lingua?

Detto questo, ci tengo a precisare che non è solo un problema di “ancoraggio identitario”. C’è anche altro. C’è sempre altro. C’è sempre un residuo che chiede voce. Mi è infatti venuto di pensare, di riflesso, che uso l’espressione in siciliano in alcuni momenti del mio quotidiano, mentre in altri momenti uso l’espressione in italiano. Continuando a rifletterci, però, mi sono reso conto che quello che faccio è qualcosa di più “naturale” e profondo di quanto sembri: passo dal siciliano all’italiano senza pensarci davvero, quasi come se ogni espressione trovasse da sola il suo spazio e la sua intenzione, al di fuori di me stesso e di un potenziale pensiero pianificato all’origine. “Ca sugnu” e “sono qui” sono potenzialmente equivalenti, ma non sono proprio la stessa cosa nell’uso.

Mi accorgo, così, che non uso queste due espressioni negli stessi momenti. A volte, scelgo “ca sugnu” in modo spontaneo, quasi istintivo, come se fosse legato a una parte più intima o autentica di me. Altre volte, invece, dico “sono qui” in contesti più neutri o quando mi rivolgo a un pubblico più ampio. Ma è davvero una scelta? Oppure è qualcosa che avviene da sé, senza una mia vera consapevolezza? Forse dovrei chiedermi quando sento davvero che “ca sugnu” è la cosa giusta da dire. Dipende da dove mi trovo, da chi ho davanti o da come mi sento in quel preciso momento? E se non fosse solo una questione di lingua ma di sfumature che cambiano insieme a me? Se così fosse, sarebbe allora un problema di felice configurazione della soggettività in contesto.

Per molto aspetti, negli anni, mi sono sempre più liberato del fardello dell’italiano: intendo dire che non me ne vergogno più, come quando ero piccolo, e che non sento la necessità di mostrare che conosco l’italiano. Scrivo in italiano, sono un docente universitario e la lingua di comunicazione in aula è l’italiano. Conosco l’italiano e me ne avvalgo nei contesti appropriati. Tutto vero! Ma è anche più vero che mi diverte passare dal siciliano all’italiano, e viceversa, senza colpo ferire, giocandoci, traducendomi.

Ma, mi chiedo, non dovrebbe essere così, per ogni buon siciliano? Il fatto è che io ho frequentato scuole dove i ragazzi parlavano in siciliano. Tutti noi parlavamo in siciliano. Ma i maestri e docenti ci proibivano di farlo. Ai ragazzi della mia generazione, all’epoca, veniva spesso proibito l’uso del siciliano, anche dai genitori che temevano che i loro figli non imparassero bene l’italiano. Avevano paura. Era come se una cosa escludesse l’altra.

Quando ero piccolo, i miei genitori, invece, fortunatamente non mi rimproveravano e non mi correggevano quando parlavo in siciliano (come invece succedeva a molti amici miei), ma ci tenevano comunque al corrispettivo italiano. Mi chiedevano: questo termine, che hai appena usato in siciliano, come si direbbe in italiano? Io, da piccolo, non capivo bene perché lo facessero. Tuttavia, trovavo il corrispettivo in italiano, così li accontentavo e mi divertivo pure, a volte, quasi fosse un gioco tra noi. L’aspetto ludico era, tra l’altro, rinforzato dal fatto che mio padre mi chiedeva l’equivalente anche in inglese.

L’accento, quindi, non era posto sul fatto che il siciliano potesse essere una lingua non appropriata, ma sulla capacità ludica e mnemonica, volta a trovare corrispondenze. Era un gioco. Lo era. Ma era pure un esercizio velato di apprendimento della flessibilità. Forse è proprio da questo gioco che è nata, in seguito, la mia passione per l’antropologia linguistica e, soprattutto, per le lingue vive e per i loro usi in contesto. Ripensandoci meglio, quindi, non era solo un gioco, non si trattava solo di trovare equivalenti lessicali, ma di attraversare mondi. Ogni parola diventava una soglia da discutere con i miei genitori: perché il siciliano non era “meno” dell’italiano e l’italiano non era “più” del siciliano.

Mi si chiedeva, in fondo, più di una sommaria equivalenza linguistica. Mi si chiedeva qualcosa di più. Mi si chiedeva di mettere in corrispondenza mondi diversi. Mi si chiedeva di pensare nella diversità. Ripensandoci oggi, quel piccolo esercizio, che poteva sembrare un capriccio degli adulti, era in realtà un allenamento sottile: mi stava insegnando che le lingue non sono contenitori rigidi, ma strumenti vivi, elastici, capaci di aderire alle sfumature dell’esperienza. Mi si stava insegnando, dunque, senza dirlo esplicitamente, che ogni lingua porta con sé un modo di sentire, non solo di dire o fare. E forse è proprio per questo che, oggi, non vivo il passaggio dal siciliano all’italiano, e viceversa, come una traduzione, ma come un naturale scivolamento etnolinguistico.

Non è che scelgo davvero, in effetti, ma riconosco. Riconosco quale lingua è più attinente a ciò che sto vivendo in quell’istante. Lo riconosco anche senza pensarci. “Ca sugnu”, allora, non è semplicemente “sono qui”: è un esserci che ha un peso diverso, una temperatura emotiva diversa, una prossimità vissuta in funzione dei contesti che non sempre l’italiano restituisce allo stesso modo. E, allo stesso modo, “sono qui” ha una sua chiarezza, una sua apertura, che mi permette di essere compreso in uno spazio più ampio. In questo senso, il mio modo di “parlare in contesto” diventa una forma di orientamento: mi dice dove sono, non solo fisicamente, ma anche interiormente e relazionalmente. È come se ogni lingua tracciasse una mappa diversa del mio stare al mondo, influenzando la mia realtà.

Forse, allora, il punto non è decidere quale lingua sia più vera”, ma accettare che entrambe lo siano in modi differenti. Il siciliano, per me, non è un residuo del passato né una semplice variante affettiva dell’italiano: è una presenza viva, incorporata nei gesti, nei ritmi, nelle relazioni. L’italiano, invece, mi permette di attraversare altri spazi, di espormi, di insegnare, di scrivere, di articolare il pensiero in una dimensione più condivisa e istituzionale. Nessuna delle due lingue annulla l’altra. Si chiamano, si completano, si correggono perfino. Forse è per questo che non vivo più il passaggio tra siciliano e italiano come una frattura. Lo vivo piuttosto come una continuità mobile. Una soggettività che cambia leggermente tono, postura, intensità, a seconda della lingua che emerge.

E in questo emergere non c’è artificio: c’è memoria, esperienza, corpo, relazione. C’è una storia vissuta che continua a parlare. Così, quando dico “ca sugnu”, non sto solo comunicando una presenza. Sto anche riaffermando, senza bisogno di proclami, che esisto dentro una trama linguistica che mi precede e che, allo stesso tempo, continuo a trasformare ogni volta che parlo. Quindi la vera domanda non è quando usare l’una o l’altra lingua, ma cosa emerge di me stesso quando uso l’una o l’altra. Quale parte prende voce? Quale relazione si attiva? E così, quello che da fuori potrebbe sembrare un alternarsi di codici linguistici fini a se stessi, da dentro è qualcosa di più intimo: una forma di continuità dell’essere “quell’altra parte di me stesso” nel cambio di lingua.

È come se il filo non si spezzasse: cambia il colore, forse la trama, ma resta lo stesso tessuto. Il siciliano e l’italiano sono due risonanze dello “stesso centro che non si pensa come un centro”, due modi attraverso cui l’esperienza prende forma e si lascia dire in modo versatile. Non si tratta di una divisione, insomma, ma di un dialogo costante tra parti di me stesso che non si escludono: semplicemente si completano. Non si tratta, di conseguenza, di un problema di pura espressione linguistica. È, più propriamente, una manifestazione di interiorità e di appartenenza riformulata.

So bene che parlare di appartenenza in sé può suonare ambiguo. Appartenere può sembrare un modo di radicalizzare in modo eccessivo il senso dell’identità in modo nazionalista. Mettere avanti radici e tradizioni, come ricorda l’antropologo James Clifford in Strade, potrebbe volere trascurare il fatto che viviamo la nostra soggettività percorrendo strade, viaggiando, incontrando differenze, contaminazioni, scarti. Noi non siamo mai soltanto “di un luogo”. Apparteniamo anche ai passaggi che attraversiamo, alle lingue che impariamo, alle relazioni che ci trasformano. L’appartenenza, se proprio così vogliamo chiamarla, allora, non è una radice immobile: è qualcosa che si muove insieme a noi, che si ridefinisce mentre cambiamo. È un divenire. È un divenire dinamico.

La copertina di “Strade” dell’antropologo americano James Clifford. Photo credit: Bollati Boringhieri.

Eppure, proprio dentro questo movimento, non posso che ammettere che alcune forme restano più aderenti di altre: non perché siano più “pure” o più “vere” in assoluto, ma perché risuonano con una parte di noi che riconosciamo come intima. Il siciliano, per me, ha questa qualità: non è soltanto una lingua che uso, è una lingua che mi usa, nel senso che mi attraversa senza sforzo, mi precede quasi, affiora prima ancora che io la scelga. Forse è qui che il discorso sull’appartenenza si fa più interessante: non come qualcosa che delimita, ma come qualcosa che orienta. Non mi chiude, non mi definisce in modo rigido, ma mi offre un punto di partenza, una tonalità di fondo. E da questa tonalità posso muovermi, tradurre, espandere, incontrare l’altro.

Posso dire “sono qui” quando ho bisogno di chiarezza, di condivisione più ampia, di uno spazio comune con chi non capisce o non apprezza il siciliano. Ma quando dico “ca sugnu”, non sto semplicemente indicando una posizione: sto affermando una presenza che, benché in divenire, è anche memoria, corpo, storia, nascita.

In questo senso, il passaggio tra le lingue non è mai neutro, ma nemmeno è così problematico come pretenderebbero alcuni. È, piuttosto, un gesto continuo di adattamento e riconoscimento. È un continuo adattarsi e riconoscersi reciproco. È un modo di stare dentro la complessità senza doverla semplificare. E io non devo scegliere una lingua per essere coerente: la coerenza sta nel modo in cui io le attraverso, nel filo che le tiene insieme, nel tessuto d’insieme.

Ripensando a quel “gioco” di quando ero bambino, mi accorgo che forse mi ha insegnato proprio questo: che non esiste una lingua definitiva in cui dire chi sono. Esistono, invece, più possibilità di dirlo, e ognuna illumina una sfumatura diversa. E io posso abitare queste possibilità senza perdermi, perché ciò che resta costante non è la lingua, ma il divenire di cui parlo. Alla fine, allora, “ca sugnu” non è solo un’espressione. È quasi una dichiarazione minima e sufficiente: sono qui, sì, certamente, ma in un modo che porta con sé tutto ciò che mi ha fatto arrivare fin qui. Non è solo presenza, è anche trasformazione. Non è solo un punto nello spazio, ma anche una traiettoria che si raccoglie in un istante.

E forse è proprio questo che cerco, ogni volta che parlo: non la parola più corretta in assoluto, ma quella più pertinente per quel preciso momento dell’esperienza. È quella che, senza sforzo, mi somiglia di più in quel contesto specifico. Le lingue servono a comunicare, ovviamente, ma sono anche strumenti di conoscenza e di riconoscimento: non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno, verso se stessi. Parlare, in questo senso, non è mai un atto neutro: è sempre un modo di posizionarsi rispetto a ciò che si vive, di dare forma a un’esperienza che altrimenti resterebbe indistinta. È come se ogni lingua permettesse di mettere a fuoco qualcosa di diverso, di avvicinarsi o di prendere distanza, di essere più esposto o più mediato.

Per quanto mi riguarda, il siciliano, spesso, mi avvicina: accorcia le distanze, rende più immediato ciò che dico. L’italiano, invece, può creare uno spazio leggermente più ampio, una zona di condivisione più neutra, dove il significato si fa più accessibile, ma forse anche un po’ meno incarnato. Eppure, non c’è gerarchia tra queste due modalità, tra questi due modi dell’essere. Non c’è una lingua che “vale di più” dell’altra. C’è, piuttosto, una continua oscillazione che (mi) consente di abitare situazioni diverse senza forzature.

È una competenza che non ho mai veramente studiato in modo formale, ma che si è costruita nel tempo, proprio a partire da quelle esperienze quotidiane, da quei piccoli scambi, da quel “gioco” infantile che, senza che me ne accorgessi, stava già tracciando una sensibilità. Capisco, allora, che la vera ricchezza non sta nel possedere più lingue in senso quantitativo, ma nel riuscire a sentirle, nel lasciarsi attraversare da loro senza irrigidirle in funzioni fisse. Una lingua può essere casa (sentirsi a casa), ma può anche essere strada (percorso e trasformazione). Può accogliere, ma anche spingere oltre. Può radicare e, allo stesso tempo, aprire.

Ripensandoci ancora, non posso non sentire una risonanza con ciò che scrive bell hooks in Belonging: A Culture of Place, quando parla del “sentirsi a casa” non come semplice appartenenza geografica o identitaria, ma come una condizione più intima, quasi etica, del proprio stare al mondo. È come se quel “ca sugnu”, che mi viene così naturale, fosse una forma minima di questo “sentirsi a casa”: non come luogo fisso, ma come modo di abitare me stesso nel momento in cui prendo parola. In fondo, quando bell hooks parla di “homeplace”, non sta indicando uno spazio, ma una qualità dell’esperienza, un sentirsi radicati senza essere immobilizzati.

La filosofa americana Gloria Jean Watkins, in arte “bell hooks”. Photo credit: Wikipedia.

Ed è esattamente ciò che riconosco nel mio passaggio tra siciliano e italiano: non un’alternanza che mi divide, ma una dinamica che mi tiene insieme pur nel divenire. “Ca sugnu” è casa in quanto prossimità, in quanto aderenza immediata a ciò che sono; “sono qui” è casa in quanto apertura, possibilità di essere raggiunto dall’altro. Forse è proprio questo che ho imparato, senza accorgermene, nel tempo: che il sentirsi a casa non coincide con una lingua sola, ma con la possibilità di attraversarle senza perdere il centro, senza nemmeno affermarlo in modo rigido o eccessivo.

E allora sì, posso dire “ca sugnu” senza doverlo tradurre del tutto, perché in quell’espressione c’è già una forma dell’essere me stesso che non ha bisogno di essere giustificata. È un esserci che mi basta perché tende a trasformarsi in divenire. In fondo, tirando un po’ le somme, ciò che questa “esperienza dell’enunciare in contesto”, oggi e nel passato, mi ha insegnato è che le lingue non sono semplicemente strumenti di comunicazione né repertori chiusi di parole equivalenti. Sono pratiche vissute, modi di abitare le relazioni, il corpo, la memoria e le situazioni.

Passare dal siciliano all’italiano, e viceversa, non significa allora soltanto cambiare codice linguistico, ma modulare la propria presenza nel mondo, riconfigurare distanze, prossimità, forme dell’essere insieme con gli altri e con se stessi. È forse qui che il discorso smette di essere soltanto personale e si apre a una dimensione più propriamente antropologica ed etnolinguistica: le lingue non esistono fuori dalla vita sociale, ma prendono forma dentro pratiche quotidiane, affetti, gerarchie, apprendimenti, negoziazioni continue.

E il siciliano, in questo senso, non è per me un oggetto folklorico o identitario da conservare come reliquia, ma una lingua viva, contemporanea, incorporata nei gesti ordinari dell’esperienza. “Ca sugnu”, in definitiva, non indica soltanto una presenza individuale. Dice anche che ogni lingua è un modo di stare in relazione con gli altri e con se stessi. E’ un modo di costruire continuità dentro il cambiamento: non una nostalgia dell’origine, ma una pratica quotidiana del divenire.

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