Lo strudel è ancora tiepido. Lo guardo. Con calma apparente, soltanto apparente. Sono sorpreso, in effetti, dalla sua composizione nel piatto. Niente male. Ma è il profumo emanato dalla mela cotta e dalla cannella che richiama la mia attenzione. È una promessa. È una promessa di dolcezza infinita. Scatto una foto. Poi affondo, senza esitare, i denti nella fetta fragrante.
Sento un’esplosione silenziosa di sapori. Cerco di circoscrivere questa propagazione irruente dei sensi. Ma è inutile. L’acidità della mela, il dolce discreto dell’uvetta ed il burro fuso nella sfoglia sono un amalgama inscindibile, senza direzione precisa. So, tra l’altro, che esiste una storia dietro questa esplosione di gusto vissuta nel presente. E questo mi distrae.

Ogni morso racconta, infatti, una storia fatta di inverni rigidi, stufe accese, mani operose che impastano al ritmo dei racconti tramandati. So inoltre bene che, nonostante l’assalto sensoriale, ho a che fare con un artefatto culturale. Dal punto di vista antropologico, lo strudel non è solo un dolce: è una costruzione culturale, un “testo” da leggere attraverso la lente della cucina, intesa non semplicemente come tecnica, ma come sistema simbolico.
In “Il crudo e il cotto”, infatti, l’antropologo Claude Lévi-Strauss dimostra come il modo in cui un alimento viene trasformato (sia esso crudo, cotto, fermentato, affumicato) rifletta sempre strutture profonde del pensiero umano. Lo strudel, allora, non è solo una ricetta: è una forma codificata di passaggio dal naturale (gli ingredienti di cui è composto) al culturale (il dolce appena sfornato, pronto per essere consumato dall’essere umano).
Il gesto di avvolgere un ripieno in una sfoglia sottile diventa così un atto ordinatore che racchiude il caos dei frutti della terra entro la forma del dolce. Io continuo ad affondare i denti, masticare, inghiottire. Tutte azioni minime, ma fondamentali affinché si realizzi il mio fine: papparmi lo strudel.
Tra i tanti dolci, ho scelto questo. E la scelta si è rivelata, al gusto, appagatrice. Ma non solo appagatrice al gusto. La mia scelta, benché individuale, rimanda a una appartenenza sociale. Ciò che scegliamo di mangiare ci definisce e ci distingue, inserendoci senz’altro in una rete di appartenenze. Lo strudel, in questo senso, è un “marcatore” culturale. Esso richiama il mondo alpino, i saperi tramandati oralmente, la cucina come archivio vivente.

Essendo nato e vissuto a Palermo, in Sicilia, io sono un uomo di mare, addirittura un isolano. Il mondo alpino non mi appartiene. Ma il fatto è che, qualche anno fa, sono stato a Vienna con la mia famiglia. E mangiare questo strudel oggi rimanda automaticamente alla memoria altri strudel mangiati con i miei figli, un vissuto sensoriale sedimentato nel tempo ma non dimenticato.
Così, lo strudel, con la sua dolcezza misurata, il calore della cannella, la familiarità del frutto, risponde a una memoria, familiare e condivisa, che mi rassicura, che mi ripresenta porzioni di passato felice.
Mangiare uno strudel è come riavvolgere quella pellicola della memoria che mi consente di assaporarne i frammenti. Lo strudel diventa, così, per me, un’epifania del gusto che mi ricorda quanto profondamente siamo legati al cibo non solo per nutrirci, ma anche per riconoscerci nel tempo e costruire una memoria individuale, sociale e culturale.
Da antropologo e semiologo, ho insegnato in varie università europee prima di approdare a Palermo e, libero da costrizioni, scrivere anche sui momenti più ordinari dell’esistenza, nel tentativo di dar vita ad un’antropologia del quotidiano. Senza prendermi troppo sul serio, rifletto da anni sul modo in cui esperienza e linguaggi si traducono reciprocamente, nonché sul significato di centri e periferie del sapere e del potere. Nel tempo libero vado a fare qualche nuotata, passeggio in centro e mi interesso ai modi molteplici secondo cui dinamiche culturali organizzano forme culturali ed esistenziali. Per questa ragione, mi sono messo a fotografare e a usare le immagini come contrappunto alla scrittura. Perché ho una rubrica su Deep Hinterland? Perché è bello scrivere e fotografare, ragionare con altri sul quotidiano e lo scorrere del vivere. Dialogare è vivere. Vivere è dialogare con se stessi e con gli altri.

