Qualche mese fa sono andata ad ascoltare Mary Beard alla Free Library of Philadelphia, la città in cui vivo. Beard è una classicista inglese che, qui negli Stati Uniti, è conosciuta soprattutto per grandi opere storiche come SPQR: A History of Ancient Rome. Un bel libro, che consiglio. Siccome lavoro in un’università e seguo gli studenti che partecipano ai programmi di studio a Roma, lo scorso Natale ho persino pensato di regalarne una copia a quelli del mio ufficio in partenza per l’Italia. Mi hanno ringraziata, ma continuo a sospettare che avrebbero preferito un ricettario di cucina italiana o, meglio ancora, una raccolta di ricette per preparare lo spritz.
Quel giorno, alla biblioteca, la Beard era però lì per presentare il suo ultimo libro, Talking Classics: The Shock of the Old, e per riflettere, più in generale, sul ruolo degli studi classici nella cultura contemporanea. Durante la sessione di domande e risposte, qualcuno le ha chiesto se fosse emozionata per il nuovo film sull’Odissea diretto da Christopher Nolan. Non ha esitato un istante: «Non vedo l’ora». Poi ha spiegato il perché. La sua uscita le ha ricordato quella del Cime Tempestose di Emerald Fennell (quello del 2026 con Margot Robbie, per capirci), un film che, a suo giudizio, era terribile. Eppure, dopo la sua uscita, tutti hanno ricominciato a leggere Emily Brontë. Questa grande classicista auspicava che accadesse lo stesso con Omero.
E, a quanto pare, il suo desiderio si è avverato. Non so come stiano le cose in Inghilterra, ma noi Americani, quando si tratta di classici, siamo un popolo di ignoranti. L’altro giorno ho preso una birra con un’amica che aveva appena visto il film e me ne voleva parlare. A un certo punto si è interrotta e mi ha detto che non voleva farmi spoiler. Spoilerare l’Odissea? Davvero pensava che non sapessi come andava a finire? Poi, però, mi è venuto un dubbio: forse, fino a quel giorno, non lo sapeva nemmeno lei.
A scuola leggiamo qualche brano dell’Odissea, in una traduzione di cui non ricordo neppure il nome, ma certo non studiamo il greco. Dell’Iliade, invece, molti conoscono soprattutto Troy (2004), e forse soprattutto perché contiene quella celebre scena in cui si vede il lato B di Brad Pitt.

Adesso, però, un’opinione sull’Odissea di Nolan ce l’hanno tutti, a cominciare dal solito fronte anti-woke. Sappiamo bene che una parte della destra di internet si era indignata già mesi prima dell’uscita del film per la presenza di attori di colore e di un attore trans nella pellicola. Ora Elon Musk promette che il suo Grok realizzerà una nuova Odissea “storicamente accurata”, fatta al risparmio interamente con la AI e, soprattutto, ariana fino al midollo. E’ una buona notizia: finalmente avremo una rappresentazione realistica di un ciclope, proprio come doveva apparire dal vivo tremila anni fa!
Ma anche tra noi cosiddetti woke e zecche di sinistra le polemiche non sono mancate. Polemiche più colte, forse, ma pur sempre polemiche. L’Ulisse di Matt Damon è un uomo troppo moderno? Quali responsabilità ha Nolan nei confronti del testo omerico e del contesto storico in cui è stato composto? Le figure femminili sono scandalosamente superficiali nel film (come, d’altra parte, accade in tutti i film di Nolan)? Com’è possibile fare tre ore di Odissea senza neppure un attore greco? E senza nessuna una scena di sesso? Quelle almeno davano un senso a Troy! Ma soprattutto, come diavolo hanno fatto a rompere l’unico proiettore IMAX di Philadelphia? Tranquilli: alla fine l’hanno riparato.
La polemica della settimana arriva da Philadelphia e ha un nome: Emily Wilson. O, quasi. Wilson è inglese, ma insegna e vive proprio nella mia città e quindi la contiamo come una di casa. Classicista e traduttrice dell’Odissea, è anche l’autrice della traduzione inglese su cui Nolan ha scelto di basare il film.
Una traduzione diventata celebre per la sua rilettura del poema in chiave contemporanea, attenta soprattutto a mettere in discussione l’immagine eroica di Ulisse, a criticare lo schiavismo tipico dell’antica grecia e a dare maggiore spazio alle figure femminili. Una traduzione che, a torto o a ragione, era già al centro delle polemiche prima che Nolan la portasse sugli schermi. Proprio per questo, la sua recensione della pellicola sul London Review of Books era particolarmente attesa.

In circa 4.000 parole, la professoressa fa a pezzi il lavoro di Nolan. “Mi sarei vergognata di aver scritto qualsiasi parte di questo film”, scrive. La recensione è un susseguirsi di stoccate, con quell’ironia sottilmente crudele che gli inglesi (e soprattutto quelli “studiati”) sembrano padroneggiare meglio di chiunque altro. “Diversamente da altri film di Nolan, L’Odissea non è noioso, grazie alla fonte, partendo dalla quale sarebbe impossibile sbagliare completamente un film”, osserva già nel primo paragrafo.
Per poi aggiungere che il film possiede “lo stesso livello di profondità narrativa ed emotiva” di uno spettacolo di fuochi d’artificio del 4 Luglio. Con buona pace di tutti gli appassionati di spettacoli pirotecnici. La mia battuta preferita, però, arriva quando loda l’interpretazione di Robert Pattinson nei panni di Antinoo, uno dei proci e dei principali villains del film, osservando che “è l’unica persona sul set che sembra divertirsi”.
L’articolo è stato così letto che il sito del London Review of Books è andato temporaneamente in tilt per l’eccesso di traffico. È impossibile aprire Substack senza imbattersi in pagine e pagine di repliche: c’è chi dà pienamente ragione a Wilson e chi difende Nolan. Persino l’autrice di best-sellers Joyce Carol Oates è intervenuta su X, accusando la classicista di aver usato “la lingua cruda della gente MAGA”. Nel frattempo, Literary Hub ha pubblicato una classifica dei sickest burns, gli insulti più memorabili contenuti nella recensione.
Per chi ancora non lo sapesse, vi svelo un segreto: gli studiosi sono fra le persone più permalose e meschine che io conosca. Lavorando nel mondo accademico, ho assistito molte volte a discussioni di questo stesso tenore su un testo antico, una traduzione o una teoria. Ho visto un linguista sbattere i libri sul banco e uscire furibondo da una conferenza. Ho visto una studiosa, rispettata da decenni, alzare gli occhi al cielo e demolire con una battuta sarcastica la presentazione di una collega, probabilmente per sfizio. Ho imparato, grazie ai sussurri dei compagni di corso prima e dei colleghi poi, che era meglio non citare certi autori nelle tesine di un determinato professore, perché anni prima ci aveva litigato.

Ma vi rendete conto? L’articolo virale del momento è una recensione di una classicista pubblicata sul London Review of Books! Era da anni che aspettavo un bel dramma accademico capace di entrare nella cultura pop e di viverci dentro. Dopo infinite discussioni sul femminismo di Barbie o sull’appropriazione culturale nell’ultimo film Marvel, finalmente gli insulti volano per una questione di filologia, traduzione e…Omero! Forse, e sottolineo forse, c’è ancora speranza.
E quindi, cari lettori, che vi sia piaciuto o meno l’ultimo film di Nolan, comunque la pensiate sulle sue inaccuratezze storiche e modernizzazioni forzate, godetevi fino in fondo questa stagione dell’Odissea. Preparate una bella vaschetta di popcorn prima di aprire i social e assistete allo spettacolo. Dopotutto, non capita spesso che un poema di tremila anni fa diventi il centro della cultura pop, prima che, fra qualche giorno, i social ricomincino già a distrarci con qualcosa d’altro. Purché se ne parli.

Nata in Ohio e vissuta in passato a Bologna e a Genova, Mary Migliozzi attualmente vive vicino a Philadelphia, dove lavora nell’ambito dei programmi internazionali universitari. Per oltre 15 anni ha insegnato e ha fatto ricerca accademica in Italian Studies, concentrandosi sulla letteratura dialettale italiana e sulla musica pop e cantautoriale del Bel Paese. È un’appassionata di romanzi gialli inglesi, romanzi russi troppo lunghi per essere letti tutti d’un fiato, e del Festival di Sanremo.

