Inventare il caos: autoritarismo, violenza narrativa e crisi della democrazia americana

Ricordate Jimmy Kimmel? Il suo show era stato obliterato dall’emittente americana ABC sotto il peso di pressioni da parte del governo centrale, innescando una reazione a catena: boicottaggio popolare contro Disney+ e crollo vertiginoso delle azioni dell’emittente stessa. Un suicidio mediatico che ha costretto la Disney ad una rapida retromarcia, restituendo vita al Jimmy Kimmel Live con numeri da record. Da quel momento, Kimmel ha abbandonato anche quella minima patina di diplomazia che, a dire il vero, non aveva mai costituito il suo tratto distintivo. Commentando le minacce di Trump di dispiegare truppe federali a Portland, ha recentemente dichiarato: “Ascoltate… Non c’è nessun caos a Portland… Stanno costruendo una finzione del caos come pretesto per un’acquisizione militare.”

Queste parole trascendono la satira. Sono la radiografia di una strategia politica meticolosamente calcolata. Perché ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi negli USA non rappresenta un maldestro tentativo di preservare un ordine pubblico mai realmente minacciato. Sono invece un esperimento deliberato: una prova sul campo dell’autoritarismo, un test per ridefinire i confini dell’autorità presidenziale sul suolo americano. Non si è trattato di contenere il caos. Si è trattato di fabbricarlo, di costruire scenari fittizi su cui edificare consenso. E, prevedibilmente, l’esca ha funzionato.

Ogni esercizio di forza richiede un antagonista credibile. La strategia trumpiana si è articolata su una doppia demonizzazione: geografica e narrativa. Sul fronte geografico, le città a guida democratica sono state trasformate in territori ostili. Portland viene descritta dal Presidente USA come “war-ravaged” (“devastata dalla guerra”) e, addirittura, come un “buco infernale.” Chicago diventa teatro di “continue rivolte violente”. Questa narrazione apocalittica, amplificata da media compiacenti attraverso video decontestualizzati, costruisce l’immagine di amministrazioni locali deboli e incapaci. L’intervento federale viene così riconfezionato a livello narrativo come l’arrivo della cavalleria.

Ma serve anche incarnare la minaccia. E quell’incarnazione è diventata “Antifa”. Charlie Kirk è stato ucciso molto probabilmente da un ragazzo nato e cresciuto in ambienti di estrema destra (come ha osservato lo stesso Kimmel nel monologo che gli è quasi costato la carriera), ma l’FBI, sotto la guida di un’amministrazione compromessa, si è affrettata a dichiarare che l’attentatore era affiliato a gruppi antifascisti. Tutto categoricamente falso e successivamente smentito, ma l’architettura della menzogna era già operativa e la realtà dei fatti è diventata un particolare trascurabile nella costruzione della narrativa contro i movimenti antifascisti.

Photi credit: The Independent.

Ignorando deliberatamente la natura decentralizzata e puramente ideologica del movimento antifascista statunitense, l’amministrazione ha lavorato sistematicamente per trasformarlo in un’organizzazione terroristica strutturata. L’apice di questa operazione è giunto nel settembre 2025, con un ordine esecutivo che designava formalmente “Antifa” (ovvero un’organizzazione che di fatto non esiste) come “organizzazione terroristica domestica”.

Dal punto di vista giuridico, questa mossa costituisce un’aberrazione. Come hanno sottolineato numerosi esperti costituzionali, negli Stati Uniti non esiste alcuno statuto federale che permetta di designare come terrorista un gruppo interamente domestico. Ma l’obiettivo di Trump non era legale: era narrativo. Trasformare il dissenso politico interno in minaccia alla sicurezza nazionale. E quando si tratta di sicurezza nazionale, gli strumenti del controterrorismo possono essere legalmente rivolti anche contro i propri cittadini.

Le conseguenze di questa aberrazione socio-legale si sono manifestate rapidamente: Mark Bray, esperto di antifascismo e Professore di storia alla Rutgers University, è stato costretto all’esilio in Spagna, avvicinandosi a diventare uno dei rari rifugiati politici dagli USA verso l’Europa nella storia contemporanea. Dettaglio non trascurabile: Bray figurava da tempo nella Professor Watchlist, la lista di proscrizione compilata contro gli intellettuali americani dal defunto Charlie Kirk. Un cosiddetto martire e paladino della libertà di parola, per l’appunto, le cui narrative apocalittiche ed ultra-nazionaliste riverberano ancora nelle bizzarre prese di posizione di blogger e Youtubers appartenenti alla sfera MAGA.

Portland è diventata il teatro sperimentale di questa strategia. Dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020, la città si era trasformata nell’epicentro delle proteste contro l’autoritarismo a stelle e strisce. Il pretesto formale per invocare un intervento armato contro i manifestanti? L’ordine esecutivo di Trump per “proteggere i monumenti federali”, una copertura giuridica impeccabile. Con questa giustificazione è stata lanciata “Operation Diligent Valor”: oltre 750 agenti federali sono stati dispiegati in città. L’effetto? Le proteste, che si stavano naturalmente esaurendo, hanno riacquistato vigore con una violenza senza precedenti. I federali non hanno sedato il caos: lo hanno generato, catalizzato, amplificato.

Le tattiche implementate evocano scenari distopici:

  • Violenza indiscriminata: Un uso massivo e tossico di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti contro qualsiasi presenza umana. Manifestanti pacifici, giornalisti accreditati, medici volontari: nessuna distinzione operata.
  • Rapimenti extragiudiziali: l’episodio più oscuro. Agenti in mimetica, privi di qualsiasi identificativo, che prelevavano individui dalla strada utilizzando furgoni civili non contrassegnati. L’ACLU li ha definiti esplicitamente “rapimenti”, in flagrante violazione del Quarto Emendamento.
  • Improvvisazione operativa: Un rapporto dell’Ispettore Generale del DHS ha successivamente confermato che quegli agenti erano completamente privi di addestramento nella gestione della folla. Una conferma dell’ovvio.
Trump invia le truppe militari a Portland per proteggere la sede Ice e accusa Antifa | Euronews
Una manifestante dotata di mascherina per difendersi dai gas lacrimogeni si confronta con le truppe federali inviate da Trump a Portland, similmente equipaggiate con maschere antigas. Photo credit: The New Yorker.

Ma ecco la chiave interpretativa di queste vicende: le violenze di Portland non sono state il frutto di incompetenza. Le analisi di quel periodo parlano di “brutalità performativa”. La natura deliberatamente scioccante e ipermediatizzata della repressione trumpiana non mirava a disperdere la folla. Serviva a trasmettere un messaggio alla nazione. Era strumento di comunicazione politica progettato per creare un chilling effect, lo stesso effetto raggelante che si voleva ottenere colpendo Kimmel, per mostrare cosa attendeva chi osava protestare. Un po’ la stessa cosa che è successa con il G8 di Genova del 2001: se è trattato di una campagna pubblicitaria costruita con i lacrimogeni.

Portland, tuttavia, non è rimasta confinata al 2020. A settembre 2025, la città è tornata al centro dello scontro istituzionale con una drammaticità amplificata. Il 27 settembre, Trump annuncia via Truth Social il dispiegamento della Guardia Nazionale per “proteggere Portland, devastata dalla guerra” e difendere gli uffici dell’ICE da “Antifa e altri terroristi domestici”. Il giorno successivo, il Pentagono formalizza: 200 membri della Guardia Nazionale dell’Oregon per sessanta giorni. La governatrice Tina Kotek e il sindaco Keith Wilson rispondono categoricamente: le comunità sono sicure, la criminalità ai minimi storici (omicidi -51% rispetto all’anno precedente), le proteste davanti all’ICE sono pacifiche e circoscritte. “Il numero di truppe necessarie è zero”, dichiara Wilson senza ambiguità.

Ma l’amministrazione Trump aveva già orchestrato il terreno: il giorno antecedente l’annuncio, il Department of Homeland Security pubblica un comunicato che documenta presunte “violenze antifa”. La sincronizzazione è chirurgica. Il 22 settembre, Trump aveva firmato l’ordine esecutivo che designa Antifa come “organizzazione terroristica domestica”, seguito dall’NSPM-7 che espande i poteri di intelligence contro movimenti “anti-americani”, una definizione di una vaghezza tale da includere “anti-capitalismo” e “ostilità verso i valori tradizionali”.

Photo credit: AGI.

Il 4 ottobre arriva la svolta giudiziaria: la giudice federale Karin Immergut blocca la federalizzazione delle truppe, invocando il Posse Comitatus Act. La Casa Bianca tenta di aggirare il blocco inviando Guardie Nazionali da Texas e California. Immergut convoca un’udienza d’emergenza virtuale in piena notte ed emette una seconda ordinanza che interdice qualsiasi invio di truppe da altri stati.

Il governatore Newsom denuncia “un abuso senza precedenti” e avverte: “L’America è sull’orlo della legge marziale”. La governatrice Kotek replica: “L’unica minaccia che affrontiamo è alla nostra democrazia; ed è orchestrata dal presidente Donald Trump”. Portland, nel 2025, ha trasceso il ruolo di laboratorio del 2020. È diventata il campo di battaglia dove i tribunali federali tentano di arrestare quella che l’ACLU definisce “una deriva autoritaria che dissolve i confini tra sicurezza nazionale e ordine pubblico locale”.

Il Sindaco di Portland Keith Wilson. Photo credit: Oregon Public Board

Portland era stata un successo narrativo per Trump, ma anche un disastro giuridico e d’immagine. Troppo esplicita, troppo diretta. A Chicago, sempre nel 2020, la strategia si è fatta più sofisticata. Un vero e proprio cavallo di Troia. In superficie, l’amministrazione federale ha lanciato “Operation Legend”, un’iniziativa presentata come supporto alla polizia locale nella lotta alla criminalità. Il nome stesso derivava da LeGend Taliferro, un bambino di quattro anni ucciso da un proiettile vagante. Una copertura morale a prova di contestazione. Chi poteva opporsi?

La sindaca di Chicago Lori Lightfoot, che aveva osservato gli sviluppi di Portland, inizialmente si è opposta, ma di fronte a un’operazione mascherata da “assistenza” ha dovuto negoziare una cooperazione fortemente condizionata. Chicago, tuttavia, non è rimasta ancorata alla memoria del 2020: nel 2025 la città è stata nuovamente teatro di un’ondata di violenza federale che, pur richiamando la retorica di Operation Legend, è stata formalmente condotta sotto nuove configurazioni. L’azione che i media definiscono “Operation Midway Blitz” ha visto il dispiegamento di centinaia di agenti federali (ICE, Border Patrol, CBP, U.S. Marshals e altre agenzie) con l’obiettivo dichiarato di colpire il crimine armato e le presunte violazioni dell’immigrazione.

Photo credit: Fox News.

La risposta pubblica e giudiziaria è stata immediata: il tentativo dell’amministrazione di incrementare la presenza con centinaia di membri della Guardia Nazionale è stato bloccato dai tribunali federali, mentre un giudice di Chicago ha imposto agli agenti federali l’uso obbligatorio di bodycam dopo segnalazioni di uso eccessivo della forza. Parallelamente, sono state imposte restrizioni al traffico dei droni sopra la città e sono emersi reportage che documentano l’acquisizione da parte di agenzie federali di tecnologie di sorveglianza avanzate come spyware, accessi a database sensibili e strumenti di identificazione biometrica, dispositivi che hanno espanso esponenzialmente la capacità di monitoraggio delle comunità più attive nelle proteste.

I dati disponibili mostrano decine e centinaia di arresti, ma non una riduzione inequivocabile e sostenuta della violenza urbana. Al contrario, sono proliferate le denunce e le cause per violazioni civili e abusi, trasformando Chicago in un banco di prova per tattiche di sorveglianza ed enforcement federale che numerosi osservatori definiscono più orientate alla gestione politica che alla sicurezza reale.

Ricapitoliamo: Portland era il laboratorio, Chicago l’infiltrazione. Los Angeles rappresenta il tentativo di colpo definitivo, lo strappo costituzionale vero e proprio. Nel giugno 2025, in risposta alle proteste contro le retate dell’ICE, Trump ha ordinato il dispiegamento di 4.000 membri della Guardia Nazionale della California e 700 Marines a Los Angeles. Il dettaglio che dovrebbe fare sobbalzare? Lo ha fatto senza richiesta e contro la volontà esplicita del Governatore della California.

Contestualizziamo: questo costituisce un atto quasi senza precedenti. L’ultima volta che un presidente aveva federalizzato la Guardia di uno Stato contro il volere del Governatore risale a Lyndon B. Johnson nel 1965, ma lo fece per proteggere i manifestanti per i diritti civili a Selma. Qui, l’obiettivo era radicalmente diverso: imporre la volontà federale (e le retate dell’ICE) su di uno Stato resistente.

Manifestante “anti-ICE” a Los Angeles. Photo credit: The Independent.

Per giustificare questa manovra costituzionalmente problematica, l’amministrazione ha esumato leggi obsolete, sostenendo che le proteste anti-ICE costituissero “una ribellione o un pericolo di ribellione”. Argomentazioni che evocano la Guerra Civile. La strategia era trasparente: aggirare il Posse Comitatus Act, la legge che, fortunatamente, proibisce l’uso dei militari per l’ordine pubblico civile, senza invocare formalmente il controverso Insurrection Act attraverso interpretazioni legali creative.

Fortunatamente, i tribunali hanno costituito un argine. Sia in Illinois che in Oregon, le corti d’appello hanno bloccato il dispiegamento, definendo le affermazioni governative “iperboliche”. A Los Angeles, un giudice federale ha dichiarato l’intervento illegale e in violazione del Posse Comitatus Act, scrivendo parole che meritano di essere incise nel marmo: “Questa è una nazione di diritto costituzionale, non di legge marziale”.

Quindi, tiriamo le fila. Portland, Chicago, Los Angeles. Non erano incidenti isolati, non era “il Presidente che fa cose”. Erano i tre atti di una strategia coerente per testare il nuovo autoritarismo americano. L’aspetto più inquietante di queste vicende, se mi chiedete un parere, è stato l’uso spregiudicato di agenzie come l’ICE. Un’agenzia nata per l’immigrazione è stata sistematicamente trasformata in una forza di polizia federale a disposizione dell’esecutivo. Una specie di “polizia privata” fedele solo all’agenda del Presidente usata per reprimere il dissenso interno. Quando l’ICE si mette a fare la celere, capite bene che abbiamo un problema.

E i metodi? Roba che fa venire i brividi. Agenti mascherati che prelevano persone in veicoli non contrassegnati, senza badge, senza identificazione. A Los Angeles, veicoli senza targa hanno speronato un’auto in pieno giorno, con a bordo una donna e due bambini. A Portland, un cittadino americano è stato rapito da agenti in borghese, portato alla struttura ICE e trattenuto per ore prima di essere rilasciato. Testimoni raccontano di finestre sfondate, gente trascinata fuori dalle auto con le armi puntate, persone letteralmente fatte sparire senza un mandato, senza spiegazioni.

L’ICE in azione. Photo credit: The Guardian.

La California ha provato a reagire. A settembre 2025, il governatore Gavin Newsom ha firmato il “No Secret Police Act”, la prima legge negli Stati Uniti a vietare agli agenti di polizia federali e locali di coprirsi il volto durante le operazioni. “È come un film di fantascienza distopico”, ha dichiarato Newsom. “Auto senza contrassegni, persone con le maschere, persone che letteralmente scompaiono. Nessun giusto processo, nessun diritto”. La legge prevede anche l’obbligo per gli agenti di mostrare chiaramente nome o numero di badge sulle loro divise e limita l’accesso dell’ICE a scuole e ospedali senza mandato.

La risposta dell’amministrazione Trump? Il Dipartimento di Homeland Security ha dichiarato che “NON rispetterà” il divieto di maschere di Newsom, definendolo “disdicevole” e “incostituzionale”. L’Acting U.S. Attorney Bill Essayli ha detto chiaramente: “Non lo seguiremo”. Punto. Lo stato può promulgare tutte le leggi che vuole, ma il governo federale le ignorerà in una rottura esplicita del patto costituzionale.

Una veduta aerea mostra il centro di detenzione ICE “Alligator Alcatraz” presso il Dade-Collier Training and Transition Airport a Ochopee, Florida, Stati Uniti. Photo credit: REUTERS/Marco Bello

E poi c’è il colpo di teatro: l’“Alligator Alcatraz”. Il centro di detenzione inaugurato da Trump nelle Everglades della Florida a luglio 2025, costruito in otto giorni su terre sacre alle tribù Seminole e Miccosukee, ovviamente senza consultarle in puro stile da Far West. Il nome stesso è un capolavoro di comunicazione politica brutalista: un riferimento deliberato ad Alcatraz, la famigerata prigione-isola circondata dalle acque della baia di San Francisco.

Solo che qui, al posto dell’acqua, ci sono gli alligatori ed i serpenti velenosi delle paludi. Trump stesso ha scherzato sull’idea che i detenuti verrebbero mangiati vivi dai rettili se tentassero di scappare dal centro di detenzione: “Credo sia questo il concetto”, ha dichiarato. Ed il Partito Repubblicano della Florida ha iniziato a vendere merchandising brandizzato “Alligator Alcatraz”: cappellini, magliette, porta-bevande, ed altra paccottiglia.

La visita di Tump al centro di detenzione per migranti irregolari “Alligator Alcatraz”. Photo credit: NPR.

Non si tratta di politica dell’immigrazione. È teatro della crudeltà. Come ha scritto l’architetto Léopold Lambert, siamo di fronte ad una “architettura weaponizzata”: spazi progettati deliberatamente per terrorizzare, controllare, degradare. Alligator Alcatraz non è infrastruttura: è propaganda visiva. È politica resa materiale. È un messaggio al mondo che dice: “Guardate cosa facciamo a chi non vogliamo qui”. E la Casa Bianca lo ha celebrato apertamente, presentando gli alligatori che dovrebbero mangiarsi vivi i migranti come una “nuova forza di sicurezza”.

Il bilancio di queste operazioni, documentato da ACLU e Amnesty International, è un attacco frontale ai diritti costituzionali americani. Jimmy Kimmel, insomma, ha fatto quello che fanno i comici in uno scenario in cui accadono eventi assurdi: è stato uno dei pochi a dire le cose come stanno con un sorriso sulle labbra. Nel frattempo, l’amministrazione Trump stava fingendo il caos per prendersi il potere. Ha eroso la fiducia nelle istituzioni, ha buttato benzina sulla polarizzazione e, soprattutto, ha creato precedenti pericolosissimi, testato le crepe nel sistema democratico americano. E anche se i tribunali, questa volta, hanno retto, la strategia rimane lì, svelata e pronta per essere tirata fuori dal cassetto.

E ad essere esportata, magari anche in Italia. “In campana”, raga.

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