Chiunque può essere ingannato: propaganda e validazione personale

Capita a tutti di chiedersi come sia possibile che persone intelligenti, a volte anche familiari e amici a cui vogliamo bene, finiscano per credere a narrazioni palesemente false. L’esempio della “zia simpaticissima che passa dal recitare il rosario ad applaudire un naufragio di migranti” è un’immagine potente perché ci costringe a guardare oltre la comoda etichetta dell'”ignoranza”.

Non si tratta di un deficit intellettivo, ma di un riorientamento della fede: da un sistema di credenze tradizionale a un sistema di “verità alternative”, alimentato da una profonda sfiducia verso le istituzioni. Il fatto è che la propaganda non fa leva sulla stupidità, ma su bisogni profondi e universali: il bisogno di risposte, di controllo, di sicurezza e, soprattutto, di appartenenza e validazione. È questo il motore che spinge individui e intere collettività ad abbracciare idee che, a un’analisi razionale, appaiono non solo illogiche, ma persino contrarie ai loro stessi interessi.

“Non importa quanto si è intelligenti o istruiti, chiunque può essere ingannato”

Questa affermazione non proviene da un cinico qualunque, ma da James Randi, illusionista di fama mondiale nonchè uno dei più celebri scettici e demistificatori di pseudoscienze e affermazioni paranormali del XX secolo. La sua intera carriera è stata dedicata a smascherare inganni ben congegnati.

La sua citazione è fondamentale perché sposta il focus dal presunto difetto intellettivo della vittima della disinformazione alla sofisticazione della truffa nella quale finisce per credere. Se persino un esperto di inganni riconosce la vulnerabilità universale alla manipolazione, significa che una propaganda efficace non attacca la nostra logica, ma la nostra psicologia, sfruttando delle falle universali del giudizio umano che esistono in ognuno di noi.

L’illusionista canadede James Randi. Photo credit: Ted Talks.

Prima di analizzare le tecniche della propaganda, dobbiamo quindi capire perché funzionano. La psicologia ci insegna che non siamo esseri puramente razionali. Le nostre convinzioni sono plasmate da potenti motivazioni interiori, spesso inconsce. Questo, fra l’altro, è un vero e proprio mantra del marketing: il 90% di ciò che la gente compra non viene comprato per via di un bisogno reale, ma per via dalla scarica di dopamina che l’aquisto fornisce all’aquirente o per una percezione di bisogno indotto, entrambi meccanismi squisitamente emotivi. Ed è proprio su questo vengono costruite le campagne pubblicitarie o di comunicazione. Le teorie del complotto e le narrazioni propagandistiche prosperano online perché offrono un “pacchetto” psicologicamente molto attraente, che viene venduto per soddisfare una necessità.

Viviamo in un mondo complesso, pieno di incertezze. Eventi come le pandemie, le crisi economiche, l’evoluzione repentina dei valori sociali, i rapporti di genere che cambiano e i conflitti a cui assistiamo ogni giorno generano ansia e un disperato bisogno di capire cosa diavolo ci sta succedendo intorno. Le spiegazioni ufficiali sono spesso sfumate, tecniche e in evoluzione. La propaganda, al contrario, offre spiegazioni semplici, totalizzanti e definitive. Identifica un colpevole, una causa, un piano segreto. Questo riduce l’ambiguità e soddisfa il nostro “bisogno di chiusura cognitiva”, ovvero il desiderio di avere una risposta chiara e di averla subito, anche a patto di ottenerne una falsa.

Sentirsi in balia di eventi incontrollabili è terrificante. La propaganda, paradossalmente, restituisce un senso di controllo. Anche se la narrazione postula un nemico potente, il semplice fatto di “aver capito il gioco”, di “conoscere la verità nascosta”, ci fa sentire cognitivamente superiori e meno impotenti. L’alternativa, ovvero che eventi terribili possano accadere per caso o per una serie di errori complessi, è psicologicamente molto più difficile da accettare.

Inoltre, e questo è forse il punto cruciale dell’intera questione, l’adesione a una “verità alternativa” raramente è un atto solitario. Avviene all’interno di una comunità. Per chi si sente emarginato, inascoltato o svalutato dali altri, i gruppi complottisti offrono esattamente ciò che manca: appartenenza, identità e validazione. All’improvviso, non si è più un individuo isolato, ma un “guerriero della verità”, un “risvegliato” uno che ha preso la “pillola rossa” di Matrix, parte di una minoranza illuminata che combatte contro un sistema corrotto. Questa identità collettiva, basata su un “noi contro loro”, è un potentissimo collante sociale e soddisfa un profondo bisogno di autostima.

Il presentatore inglese Graham Norton una volta dichiarò in un’intervista: “le teorie del complotto sono il modo che ha la gente stupida per sentirsi intelligente”. Non è proprio così, perché nessuno di noi è immune al desiderio di sentirsi superiore agli altri, anche solo per sopravvivere al caos provocato dai fallimenti sistemici di questa epoca tardo capitalista. Ma è di sicuro un modo per sentirsi meno travolti da uno scenario che cambia più velocemente di quanto siamo in grado di elaborare.

Il diagramma CONSPIR. Photo credit: National Centre for Science Education

Una volta compreso il terreno psicologico, è facile riconoscere i meccanismi ricorrenti, qualcosa che somiglia a una “grammatica dell’inganno”. Il pensiero complottista ha tratti distintivi, riassumibili nell’acronimo CONSPIR: Contraddittorietà, Ossessione del sospetto, Nefaste intenzioni, Sotto sotto qualcosa non va, Persecuzione, Immunità all’evidenza, Reinterpretazione del caso. Questo sistema chiuso si basa su alcune tattiche fondamentali:

  • Semplificazione manichea: La realtà viene ridotta a una lotta tra Bene e Male, “noi” (il popolo, i patrioti, i puri) contro “loro” (le élite, i globalisti, gli invasori, le femministe). Questa dicotomia cancella ogni complessità e mobilita emozioni potenti: paura e rabbia.
  • Sfruttamento dei bias cognitivi: La propaganda è costruita per aggirare il nostro pensiero critico, facendo leva su scorciatoie mentali.
    • Bias di Conferma: È la tendenza a cercare sempre informazioni che confermino le proprie credenze. Questo porta, ad esempio, a cercare attivamente notizie anti-vaccino, ignorando i dati scientifici.
    • Bias di Proporzionalità: È la convinzione che eventi di grande portata debbano avere cause altrettanto grandi. Questo può portare a credere che una pandemia non sia un evento naturale, ma il risultato di un grande complotto.
    • Bias di Intenzionalità: È la tendenza a vedere intenzioni dietro ogni evento, anche quelli casuali. Un semplice blackout non può essere un caso, deve esserci dietro un atto di sabotaggio.
  • Creazione di autorità alternative: Le fonti ufficiali (scienza, media, istituzioni) vengono sistematicamente screditate. Al loro posto, vengono costruite autorità alternative: “ricercatori indipendenti”, “gole profonde”, guru e influencer che diventano le uniche voci considerate affidabili all’interno della bolla.
  • La vittimizzazione come carburante: L’ingroup, alimentato dal bias di conformità, viene costantemente dipinto come una vittima perseguitata. Questo non solo rafforza la coesione, ma fornisce anche una giustificazione morale per il risentimento e l’aggressività verso i presunti “oppressori”.

La propaganda non agisce per compartimenti stagni. Movimenti apparentemente diversi come l’estrema destra, le correnti anti-vacciniste, il complottismo più generico, la “manosfera” antifemminista e persino certi guru della “hustle culture” prosperano in un ecosistema interconnesso. Condividono tattiche, canali di comunicazione (social media, forum, app di messaggistica) e, soprattutto, un nemico comune: un “sistema” corrotto e manipolatore.

Questa convergenza crea delle “camere dell’eco”, dove i membri non solo consumano contenuti, ma partecipano attivamente alla loro co-costruzione, cementando l’adesione e agendo come vere e proprie “sette digitali” e creando azioni organiche, sia comunicative (il caso dell’astroturfing su Pedro Pascal partito dalle terf e cavalcato dalla manosfera) che politiche (i giovani redpill che si buttano su Trump).

A proposito di teorie folli sull’attore Pedro Pascal.

Perché queste storie sono così potenti? Perché, come ci insegna la narrativa, sono costruite come un’epica. La propaganda offre una versione distorta ma avvincente del “viaggio dell’eroe”. L’individuo insoddisfatto e smarrito nel suo “mondo ordinario” riceve una “chiamata all’avventura”: l’invito a “svegliarsi”, a vedere la verità che gli altri non vedono. L’adozione di questa visione del mondo assomiglia a una “conversione” o un'”epifania”, un momento in cui tutto sembra diventare chiaro. In questo viaggio, incontrerà dei “mentori” (i guru del complotto), degli “alleati” (la comunità online) e un'”ombra” da combattere (le élite, il deep state, Big Pharma, il femminismo evirante). Accettando questa narrazione, l’individuo si trasforma da comparsa a protagonista di una battaglia epica. Abbandonare questa credenza significa rinunciare al proprio ruolo di eroe, un costo psicologico enorme.

Qui si chiude il cerchio. Quando un individuo o un gruppo è immerso in questa realtà alternativa, la definizione stessa di “interesse personale” cambia. Il caso della Brexit è emblematico. La campagna “Leave” ha fatto leva su un profondo bisogno di controllo (“Take Back Control” era proprio il loro motto) e su di un’identità nazionale percepita come minacciata. Ha trasformato questioni economiche complesse in una battaglia morale contro una burocrazia europea “nemica”.

Per molti elettori, l’interesse a lungo termine (stabilità economica, accesso al mercato unico) è passato in secondo piano rispetto a un interesse percepito come più alto, emozionale e urgente: la riconquista della sovranità, la difesa dell’identità, la punizione di un’élite percepita come distante. In questo modo, come ha affermato provocatoriamente Edward Snowden, “metà degli inglesi sono stati portati a votare contro se stessi”. Non per ignoranza, ma perché la propaganda è riuscita a ridefinire cosa significasse “vincere”, spostando il focus dal benessere materiale alla gratificazione identitaria e psicologica.

Succede un po’ ovunque e i sovranisti europei hanno fatto dell’Europa il loro spauracchio principale. Non è un caso che le lobby più asserragliate, e organiche alla destra più o meno estrema, come Coldiretti o i balneari, scrivano contro Bruxelles un giorno sì e l’altro pure quando l’unica cosa che gli viene chiesta è rispettare regole che valgono per tutti.

Le comunità complottiste sono inoltre un target perfetto per “mercanti di illusioni”: guru, influencer e truffatori che sfruttano le vulnerabilità psicologiche per promuovere i loro business. Fanno leva su bisogni insoddisfatti, bias cognitivi e isolamento sociale, spesso criticando le disuguaglianze esistenti per vendere false soluzioni.

Davide Vannoni | Wired Italia
Davide Vannoni, ex marketer che illuse tanta gente con il sedicente Metodo Stamina. Photo credit: Nature.

I modelli di business di questi mercanti di illusioni sono vari:

  • Vendita di “cure” alternative, integratori, libri e corsi che sfruttando la sfiducia nella medicina ufficiale.
  • Merchandising, donazioni e abbonamenti per monetizzare il senso di comunità.
  • Schemi di investimento fraudolenti (criptovalute), che sfruttano la sfiducia nei sistemi finanziari e il desiderio di guadagni facili. Il mantra “DYOR” (Do Your Own Research) viene usato in modo manipolativo per deresponsabilizzare i truffatori e indurre le vittime a “scoprire” da sole la validità di uno schema, cadendo nel bias di conferma.
  • Clickbait e Audience Farming per generare traffico e vendere audience a terzi.
  • Vendita di corsi che dovrebbero liberare dal bisogno di lavorare e trasformare tutti in milionari e seduttori.

Questi attori creano ecosistemi commerciali chiusi, usando un vero e proprio “marketing della menzogna” basato su linguaggio emotivo, testimonianze false e attacchi a qualsiasi fonte critica. La hustle culture di cui ho già parlato fa parte di quella struttura, e non è solo una sistema di truffe economiche basate su corsi a pagamento che non insegnano nulla, è anche un gatgeway ideale per rendere gli uomini, maschi insicuri in particolare, soldati perfetti per le entità politiche con mire anti-democratiche.

Se la radice del problema non è l’ignoranza ma un insieme di bisogni psicologici insoddisfatti, allora la soluzione non può essere semplicemente il “debunking” o la derisione. Anzi, attaccare frontalmente queste credenze spesso ottiene l’effetto contrario, rafforzandole. La strada è più complessa e richiede un approccio su più livelli. Da un lato, è fondamentale promuovere il pensiero critico e l’alfabetizzazione mediatica sin dalla scuola (e con la pervasività dell’intelligenza artificiale potrebbe andare sempre peggio), per fornire anticorpi contro la manipolazione. Dall’altro, è indispensabile lavorare per ricostruire la fiducia nelle istituzioni. Scienza, giornalismo e politica devono operare con la massima trasparenza e onestà, comunicando in modo chiaro e ammettendo i propri errori. Una stampa libera, indipendente ed etica è il primo presidio di una democrazia sana.

Infine, a livello interpersonale, forse l’unica via è tentare di riconnettersi con i bisogni che si celano dietro la maschera del complottismo. Invece di discutere dei “fatti”, sarebbe forse meglio provare a capire la paura, il senso di impotenza o il bisogno di appartenenza che anima la persona che abbiamo di fronte. Non è una soluzione facile né garantita, ma la polarizzazione degli ultimi anni ha fallito per tutti e questo è l’unico approccio che sposta il focus dal sintomo alla causa, riconoscendo che la vulnerabilità alla propaganda è, in fondo, una questione profondamente, e tragicamente, umana.

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