La colpa di questo articolo sarà probabilmente da imputare a Rosalía. E’ da una settimana che che ascolto in loop le sue canzoni piene di sante. Ma, fattore Lux a parte, di recente mi sono messa a pensare a un fenomeno ben noto fra i sociologi: quello dei divari di genere nella pratica religiosa cristiana. Insomma, non so voi, ma la mia mamma, nonna, zie e praticamente ogni ogni altra donna che conoscevo da piccola, una piccola cattolica italo-americana, recitavano almeno un rosario al giorno. Le donne della mia infanzia partecipavano ai gruppi di preghiera e facevano peligrinaggi verso ogni presunta apparizione della Vergine raggiungibile in meno di dieci ore di macchina. Ogni uomo che conoscevo, invece, si faceva trascinare alla Messa una volta alla settimana; e basta.
Non mi sono mai meravigliata, da piccola, quando ci dicevano che c’era crisi nella Santa Chiesa per mancanza di giovani (uomini) che volevano entrare in seminario. Ovvio, pensavo. Un giovane maschio, eterosessuale e single che vuole dedicarsi a Dio a tempo pieno? Mai visto. Secondo me, per risolvere davvero la questione, avrebbero dovuto far dire Messa alle nonne italo-americane. Tanto le parole le sanno già tutte, in Inglese, in Italiano, e pure in Latino maccaronico.
E comunque questa è diventata una di quelle discussioni, politiche e marxiste a tutti i costi, che puoi finire a fare al pub all’una di notte. Solo che sono una mamma di mezz’età con una bambina molto piccola. E quindi queste conversazioni le faccio nei gruppi WhatsApp che condivido coi miei amici di prima mattina, quando sono già sveglia perchè già sveglia è la bambina: “Ragà, ma ci sarà qualche studio materialista che spiega perché le nonne pregano e i nonni no?”
“Sarà per il ruolo di Maria e di Sant’Anna nella teologia cristiana,” mi ha detto l’amico di sinistra cattolico (lui stesso, in quanto uomo, un’eccezione a questa regola sociologica). Altri due, come me non praticanti, mi hanno suggerito delle letture teologiche femministe. Però io non cercavo una risposta teologica alla questione. Cercavo una spiegazione strettamente materialista. Perchè io sono un po’ come San Tommaso e se non vedo non credo. Che cosa ne avrebbe detto quindi Marx delle nonne che pregano? Oppio dei popoli, sì, ok. Ma perché di quest’oppio particolare si drogano soprattutto le donne? “Il motivo è che noi donne siamo il Church-letariato”, mi ha detto un’amica ex-cattolica.
Ci sono infatti studi sull’argomento e dimostrano che il femomeno è internazionale. Però gli studiosi non si sono mai messi d’accordo sul perché della cosa. In tanti la legano al divario fra generi nel lavoro: se gli uomini lavorano e le donne fanno le casalinghe, un numero maggiore di donne avrà tempo libero da dedicare alla Chiesa. Inoltre chi lavora tende ad essere più esposto alla secolarizzazione, mentre chi non lavora può più facilmente trovare nella religione soddisfazioni e stimoli che gli occupati trovano nella vita professionale. I dati danno ragione a queste interpretazioni. Dove le donne tendono a lavorare fuori casa, il divario nella pratica religiosa fra uomini e donne diminuisce.

Però le donne, anche quando non lavorano fuori casa, partecipano comunque al sistema capitalista attraverso la riproduzione sociale, come dimostra un lavoro classico della storica e sociologa americana Lise Vogel del 1983 (e confermano altri studiosi e studiose più recenti). Per far andare avanti il sistema economico attuale, infatti, i lavoratori devono riprodursi.
Il ragionamento della Vogel parte dalla distinzione marxista fra il lavoro necessario svolto da ogni lavoratore (ovvero quello che produce il valore effettivo delle merci e permette ai lavoratori di continuare a esistere e a lavorare) e il pluslavoro, quello che serve per produrre il surplus che viene accumulato dai datori di lavoro, la classe dominante. Ma il lavoro necessario non include solo le attività che servono al produrre i mezzi materiali per vivere, ma anche quelle che servono a preparare questi mezzi al consumo attraverso il lavoro domestico. Non solo. Il lavoro necessario non può che includere anche le attività che mantengono quella parte di popolazione che, pur appartenendo alla classe lavoratrice, non può lavorare (i bambini, gli anziani, ecc.), perché il lavoro si riproduce attraverso la sostituzione generazionale. E non si produce niente se il lavoro non si riproduce.
Quindi la lavoratrice, conclude la Vogel, presenta una contraddizione per la classe dominante: conviene massimalizzare il suo pluslavoro, ma allo stesso tempo serve il suo lavoro domestico necessario perché il lavoro stesso si riproduca. E quindi noi donne ci ritroviamo incastrate fra la produzione e la riproduzione sociale.

Va bene, la Vogel insiste molto sulla distinzione fra la sfera del lavoro retribuito e quella del lavoro domestico. Però il lavoro necessario “domestico” non si fa solo in casa. Si fa dalla nonna che ti tiene i bambini, dalla vicina (o, perchè no, anche dal vicino) che ti fa partire gratis l’auto con i cavi quando la tua non va, dall’amica che ti prepara da mangiare quando sono due giorni che non dormi perché devi badare a un neonato.
Insomma, è un lavoro che si fa in comunità, chi più chi meno. E il mantenimento di questa comunità non fa parte del lavoro della riproduzione sociale? E dove trovavano la loro comunità le nostre madri e le nostre nonne?

Il ruolo delle chiese nelle reti di relazione che circandano le persone è in declino in molti paesi, incluso il mio. Ma qui negli Stati Uniti è un declino molto meno pronunciato di quello europeo. In un paese in cui una forte maggioranza si identifica ancora come credente, è ovvio che, almeno per molti, il senso di comunità si costruisca intorno a una congregazione religiosa. E chi la crea e la mantiene quella comunità? Chi organizza i gruppi di preghiera, il coro e gli eventi? Chi prepara le apple pies per la sagra parrocchiale? Chi fa la raccolta fondi per riparare il tetto della chiesa dopo che c’è stata la bufera? Lo fa chi si occupa della riproduzione sociale. Lo fanno principalmente le donne.
Rosalía (scusate, lo so…sono fissata con questa cantante, però se oggi si parla di cattolicesimo e marxismo è tutta colpa sua) canta le mistiche, non le gesta delle nonnine che preparano i pancakes dopo la Messa. E sì, i cattolici americani mangiano i pancakes dopo la Messa. Ma le nostre nonne non avevano tempo per inventare lingue segrete come Ildegarda di Bingen; dovevano creare plusvalore per la borghesia ed anche cambiare i pannolini dei figli del proletariato.
Quando, all’università, lessi La mistica della femminilità di Betty Friedan, pensai subito a mia nonna. Il saggio ci racconta che le donne statunitensi degli anni ’50 e ’60 facevano finta di essere casalinghe, svolgendo in realtà vari lavori retribuiti fuori casa ed anche quelli domestici. Mia nonna lavorava a tempo pieno come infermiera, facendo tutti i suoi turni fra il venerdì e la domenica (senza, però, perdere mai la Messa) per poter stare a casa con i figli il resto della settimana, mantenendo anche mio nonno durante alcuni periodi di disoccupazione.
Due decenni dopo, Vogel ci offrì spiegazione materialista di questo fenomeno. Il “lavoro necessario” di mia nonna (e di molte altre), però si è sempre intrecciato con il lavoro della sua comunità e della sua religione. Quindi, il divario di genere nella pratica religiosa si può spiegare con la teoria marxista? Non posso metterci la mano sul fuoco, ma vale la pena pensarci. So solo che mia nonna preparava la colazione ai figli recitando il rosario, mentre mio nonno si affidava sempre alle sue preghiere invece che farsele da solo.

Nata in Ohio e vissuta in passato a Bologna e a Genova, Mary Migliozzi attualmente vive vicino a Philadelphia, dove lavora nell’ambito dei programmi internazionali universitari. Per oltre 15 anni ha insegnato e ha fatto ricerca accademica in Italian Studies, concentrandosi sulla letteratura dialettale italiana e sulla musica pop e cantautoriale del Bel Paese. È un’appassionata di romanzi gialli inglesi, romanzi russi troppo lunghi per essere letti tutti d’un fiato, e del Festival di Sanremo.

