Giovedì, 24 luglio
La canicola che mi arrostiva a Roma me la ritrovo all’aeroporto di Timisoara, capitale del Banato, regione storica della Romania, più vicina (e non solo geograficamente) all’Ungheria e alla Serbia che a Bucharest. Sono stati gli allora 300.000 abitanti di questa città, nel 1989, a far vedere i sorci verdi a Nicolae Ceaușescu, il dittatore che per oltre 30 anni ha regnato sulla Romania.
Era il 16 dicembre 1989, poco più di un mese dopo la caduta del muro di Berlino, quando iniziò anche la fine della Repubblica Socialista della Romania. Pochi giorni prima il governo rumeno aveva tentato di espellere Lazslo Tokes, un pastore calvinista, esponente della fortissima comunità ungherese, oggi europarlamentare dell’ultra-destra rumena, per dire come vanno a volte le cose.

In pochi giorni la faccenda del prete magiaro venne quasi dimenticata o si tramutò nel pretesto per oltre 100.000 persone, un terzo dell’intera popolazione della città, per riunirsi nelle tante piazze di Timisoara e contestare il Governo comunista. La Securitate, la polizia segreta di Caesusescu, nonostante la legge marziale, faticava a mantenere l’ordine. Dopo pochi giorni iniziarono le manifestazioni anche in altre città, arrivando fino a Bucharest.
Ceausescu, tornato precipitosamente dall’Iran dove era in visita di Stato, capì subito che stavolta la faccenda va facendosi pericolosa. Indisse un comizio nella Piazza della Rivoluzione per tentare di placare gli animi. Appena aprì bocca lo raggiunse una selva di fischi. Era scuro in volto, guardò stupefatto la moglie che aveva trascinato con sé sul palco. Il Conducator non riusciva a capire cosa stesse accadendo: in 32 anni di feroce dittatura nessuno mai aveva osato contestarlo così apertamente. Tentò la fuga con la moglie Elena ma venne catturato nelle campagne di Targoviște.
Il giorno di Natale del 1989, dopo un processo sommario celebrato da un tribunale voluto dal suo ministro della difesa e presieduto da un oscuro colonnello che poi si tolse la vita, lui e la moglie vennero fucilati da un plotone d’élite di paracadutisti con 100 colpi di Kalashnikov esplosi in rapida successione. Gli operatori della troupe della Panasonic, incaricati di riprendere l’evento, che fu trasmesso in diretta dalla TV rumena, erano irritati per non essere riusciti con le loro telecamere a stare dietro alla rapida esecuzione.
Probabilmente il colpo di Stato che lo depose era stato già organizzato dai suoi generali, che presero a pretesto i fatti di Timisoara. Ma qualcosa mi dice che nei 10 giorni che trascorsero tra l’inizio delle proteste e la fine del regime, Caesescu abbia stramaledetto gli abitanti di questa deliziosa città nel cuore dell’Europa.

Sabato, 26 Luglio
Il caldo torrido non accenna a diminuire. L’aeroporto Otopeni di Bucharest, dove sono sbarcato da un bimotore ad elica dopo un’ora di volo, è una fornace infernale. Trentacinque anni fa, nell’area antistante lo scalo, ricordo che stazionavano solo alcune vecchie Dacia e qualche carretto trainato da cavalli, gli stessi che poi sorpassavi sulla strada ammalorata che percorrevi per andare verso il centro urbano di Bucharest.
Adesso lì davanti sono parcheggiate fiammanti Mercedes e BMW, alla cui guida vedi (spesso) tipi loschi e tatuati con mezzo chilo di catene d’oro al collo. In 35 anni sono tornato a Bucuresti con una certa regolarità, e di volta in volta mi sono apparsi evidenti i grandi passi in avanti che ha fatto la città. Il centro storico non è ancora del tutto rinnovato, ma i lavori procedono e devo dire che l’architettura originaria appare rispettata come anche la vecchia pianta della città, non a caso sprannominata la Parigi dei Balcani.

A ridosso del centro storico, si erge in tutta la sua ridicola maestosità il Palazzo Del Popolo (oggi sede del Parlamento e della Corte Costituzionale), il mostro architettonico voluto da Caeusescu per celebrare il regime autocratico che aveva messo in piedi.
Per costruirlo venne rasa al suolo una collinetta e tre quartieri abitati, una operazione che me ne fa venire in mente un’altra, consumatasi nel centro di Roma qualche decennio prima per mano di uno che aveva le stesse ambizioni di Nicolae ma che di nome faceva Benito.
Con una superficie di 350.000 m² il palazzo è anche il secondo edificio più grande del mondo per estensione. I lavori, iniziati nel 1984, finirono in tempi da record, tanto che il Conducator riuscì anche a vederne la fine. Quel Palazzo era il simbolo sinistro di un regime triste e oppressivo, ma al giorno d’oggi la piazza antistante viene utilizzata per i concerti di musica pop.
La sera in cui sono arrivato a Bucharest, in un tripudio generale che ha paralizzato tutta la città, vi si è esibita Jennifer Lopez, riscuotendo un successo incredibile. A novembre sarà la volta della band italiana, famosissima da quelle parti, che nel nome contiene la più feroce descrizione attuale del Paese: i Ricchi e Poveri.
Lunedì, 28 luglio
Due ore e mezzo di treno verso nord, sulla direttrice per Brasov, e sei per Sinaia, nel cuore dei Carpazi, la salutare e quasi obbligata alternativa ai 45 gradi di Bucarest, da cui dista poco più di un centinaio di chilometri. Il Paese prende il nome dall’omonimo monastero costruito alla fine del 1600 da Michai Cantacuzino, gran visir e nobile di Valachia, un tipetto da prendere decisamente con le molle.
A quel tempo era abitudine per i nobili europei recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa. Così Cantacuzino, di ritorno dalla Palestina, fece tappa in Egitto. Lì restò colpito dal fascino, vai a capire quale, del Monte Sinai. Ed è per questo che oggi la cittadina si chiama Sinaia.

La località nell’Ottocento era pure la sede di uno dei casinò più famosi d’Europa e l’Orient Express, diretto ad Istanbul, fermava anche qui, così da permettere a tutti i ricchi e nobili sfaccendati in giro per il Vecchio Continente di arricchire le casse della monarchia rumena.
Con l’avvento del socialismo il gioco d’azzardo venne però vietato e il casinò divenne la sede dei sindacati e dei giovani pionieri. Ceausescu stesso non disdegnava il Casinò di Sinaia come luogo di riunioni della nomenclatura del partito.

Il Conducator, benché ateo, era solito consultare le cartomanti, consueta fissazione di moltissimi dittatori. Quando una di loro, probabilmente una prostituta che arrotondava con i tarocchi, gli predisse la morte con una fucilata, per evitarsi una palla in fronte fece blindare anche le tende del teatro che ospitava il Casinò.
Come è noto Caeusescu non finì accoppato in una nobile residenza al fresco dei Carpazi ma in un gelido piccolo casolare di campagna nei pressi di Târgoviște, mentre coraggiosamente tentava di darsela a gambe dopo i moti di Timisoara. Però fucilato finì per davvero, esattamente come qualche anno prima gli aveva vaticinato quella mignotta sui Carpazi.
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Mercoledì, 30 luglio
Torno per un giorno a Bucharest. Per fortuna ha piovuto e non mi sembra più di essere immerso nella fornace che avevo lasciato per rifugiarmi nel fresco dei monti Carpazi.
La mattina dopo prendo il solito bimotore ad elica per andare a Cluji Napoca, capitale della della Transilvania, un altipiano all’interno della catena montuosa dei Carpazi.
A seguito della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico, con il trattato del Trianon del 1920, la Transilvania fu ceduta alla Romania. Tuttavia, permangono da parte della minoranza ungherese importanti rivendicazioni sul piano politico-culturale e lo stesso governo magiaro in realtà coltiva ancora il sogno di una improbabile riannessione.
Una città piena di verde, circondata da boschi e montagne, colta e bellissima, piena di librerie e centri culturali, sede della più grande università del Paese, che ha saputo approfittare egregiamente prima dei fondi strutturali europei e poi di quelli del PNRR destinati alla Romania per rimettersi a nuovo.
Valeva davvero la pena di concludere il viaggio visitando questo gioiellino architettonico incastonato nel cuore della Mitteleuropa. E, soprattutto, riuscire a concluderlo senza mai parlare di Dracula.
Avvocato e giornalista, coltivo un’antica passione per l’America Latina e l’Europa Orientale. Ma resto comunque convinto che non esista un paese che non valga la pena di essere visitato. E mi sono regolato di conseguenza. Siccome arriva sempre il momento in cui ti rendi conto di sapere meno di quanto pensi, mi sono rimesso a studiare e quelle quattro cose che so ho deciso di spacciarle su Deep Hinterland. Senza pretese che esse siano risolutive dei dubbi di chi legge, anche perché penso che ognuno farebbe bene a tenersi stretti tutti i suoi affanni. Alla fine, sono convinto, tornano sempre utili.

