Sandokan spunta fuori dalla fervida fantasia di Emilio Salgari, che ha trascorso tutta la vita tra Verona (dove è nato nel 1862, un anno dopo l’unità d’Italia) e Torino (dove è morto suicida nel 1911). Uno che il Borneo lo aveva visto solo sulle cartine geografiche.
Ma James Brooke, il villain della saga letteraria di Sandokan e acerrimo nemico della “tigre della Malesia”, è esistito per davvero ed ha trascorso buona parte della sua straordinaria esistenza a Kuching, nello stato del Sarawak, Borneo malese. Salgari lo dipinge come un colonialista crudele e malvagio, ferocemente contrapposto all’eroico Sandokan, signorotto indigeno decaduto poi votatosi alla filibusta.

La storia è nota, il pirata Sandokan, spiaggiato moribondo nei pressi di Labuan (un’isola oggi convertita in paradiso fiscale), si innamora di Marianna Guillnok, nipote del braccio destro del Governatore coloniale britannico. Marianna, la “perla di Labuan”, è una graziosa sedicenne anglo-napoletana che, perfidamente, lo scrittore veneto farà morire giovanissima di colera a Giava, lasciando affranti tanto la tigre quanto i tigrotti di Mompracen.
Per conquistarla, Sandokan muove guerra a James Brooke, descritto come un colonialista sanguinario perché aveva deciso di darci un taglio con tutti quei filibustieri che infestavano il mar della Cina, ostacolando i commerci di Sua Maestà, la regina Victoria.
In realtà, quello nobile di nascita e (forse) anche di animo e intenti era proprio Brooke, che regnò nel Borneo per 26 anni fino al 1868, quando morì stroncato da tre infarti. Uno di meno non sarebbe bastato a mandare all’altro mondo un uomo con quella tempra.
Nato in India, figlio di un alto magistrato britannico, viaggiò per le colonie dell’Impero di Sua Maestà per anni, alternando ai traffici commerciali quelli politici e diplomatici, fino a diventare il braccio destro del Sultano del Brunei Omar Ali Saifuddin II, sotto il quale si dedicò principalmente alla lotta contro i pirati e i mercanti di schiavi. Questi ricompensò i suoi servigi militari con la concessione dei territori di Sarawak e Labuan (che all’epoca non facevano parte della giurisdizione malese), conferendo a Brooke il titolo di “Raja Bianco”, con il diritto di trasmetterlo ai suoi eredi.
Ed infatti furono sette i suoi discendenti, che lì regnarono fino al 1946 preservando l’indipendenza dell’area da ulteriori tentativi di colonizzazione europea. Fu proprio alla fine della seconda guerra mondiale che l’ultimo erede di James Brooke, sir Antony Brooke, cedette formalmente e suo malgrado la sovranità alla Corona britannica, pur continuando a fregiarsi fino alla morte del titolo di “Raja bianco”.
Gli inglesi avevano liberato il Sarawak dall’occupazione giapponese durata quattro anni e ne avevano fatto una colonia, che tale rimase fino al 1963, quando divenne parte della Malaysia, che si era a sua volta già resa indipendente dagli Inglesi nel 1957. Il Sarawak conservò comunque ampia autonomia amministrativa e anche costituzionale, tanto che ancor oggi è necessario un visto per attraversarne i controlli frontalieri giungendo dalla penisola malesiana.
I Brooke, con le loro coltissime mogli, continuarono a vivere tutti a Fort Margarita, un fortilizio olandese posto sulla riva nord del fiume Sarawak che taglia in due la città di Kuching. Il museo di famiglia è sull’altra sponda, all’interno di un interessante complesso architettonico risalente alla metà dell’800, oggi centro culturale polivalente.
Al fianco della struttura c’è un caotico mercato cinese mentre alle spalle si espande Merdeka square, cuore commerciale e amministrativo della città. Un delizioso museo della tessitura completa l’area più interessante della città. Proprio di fronte, ancora sulla riva nord del fiume, c’è l’Astana Negeri, oggi sede del Governatore come in passato lo fu della dinastia dei Brooke.
A nord della città di Kuching, seguendo il fiume Sarawak che via via si arricchisce di molti affluenti, si arriva al delta che sfocia nel mar Cinese Meridionale, dove una splendida foresta pluviale degrada fino alle spiagge deserte di Bako. Piccole barche veleggiano tranquillamente sul mare sempre leggermente increspato.
Non c’è il rischio di incontrare yacht o velieri in quest’area, oggi integrata nel Parco Nazionale di Bako per proteggerne la biodiversità. Su queste acque si vedono navigare solo imbarcazioni di affabili pescatori aiutati nel lavoro dalle loro donne, una solida e interessante tradizione locale. Anche se un tempo questo era un mare infestato dai pirati, come del resto l’entroterra lo era dai tagliatori di teste, oggi l’atmosfera è rilassata e piacevole.
Se Sandokan fosse esistito per davvero, è molto probabile che si sarebbe scontrato proprio in quel tratto di mare con Sir Charles Brooke, che della lotta allo schiavismo e alla pirateria aveva fatto una ragione di vita. E qualcosa mi dice che le cose sarebbero andate diversamente da come le ha immaginate Salgari.
Avvocato e giornalista, coltivo un’antica passione per l’America Latina e l’Europa Orientale. Ma resto comunque convinto che non esista un paese che non valga la pena di essere visitato. E mi sono regolato di conseguenza. Siccome arriva sempre il momento in cui ti rendi conto di sapere meno di quanto pensi, mi sono rimesso a studiare e quelle quattro cose che so ho deciso di spacciarle su Deep Hinterland. Senza pretese che esse siano risolutive dei dubbi di chi legge, anche perché penso che ognuno farebbe bene a tenersi stretti tutti i suoi affanni. Alla fine, sono convinto, tornano sempre utili.

