Avrete forse già sentito le notizie da New York a giugno di quest’anno: Zohran Mamdani, un candidato giovane, socialista ed immigrato (nonchè bello come un Apollo) ha vinto a sorpresa le primarie democratiche per scegliere il nuovo cadidato a sindaco della città. Non solo Mamdani ha vinto, ma lo ha fatto con un margine considerevole contro un veterano del fronte democratico newyorkese: l’ex-governatore Andrew Cuomo.

Cuomo non è stato proprio capace di andarsene con grazia. Forse, non appena avrai sentito il suo nome avrai pensato: “Apetta un attimo, ma Cuomo non era quello che si era dimesso per una brutta storia di molestie sessuali quattro anni fa?” Se è così, hai pensato bene. E’ proprio lui.
E se sei proprio informato/a/ǝ sulla politica statunitense, forse ti ricorderai anche dell’altro grande scandalo che ha caratterizzato le vicende di Cuomo come governatore: quello dei morti di Covid nelle case di riposo. Nel marzo del 2020, Cuomo ha infatti dato ordine che le case di risposo dello stato di New York dovessero ammettere anche i pazienti positivi al Covid, con i risultati letali che potete immaginare.

Insomma, pare che Cuomo non si sia ancora stufato di fare da protagonista per i titoli di prima pagina. Non avrebbe potuto invece ritirarsi con tutti i suoi milioni, andare a vivere in in campagna e smettere di rompere le palle, molestare le donne e far morire i nonni? Invece ha lasciato la sua casa a Westchester (una contea benestante fuori città) e si è trasferito nell’appartamento di lusso a Manhattan dove prima abitava la figlia per spostare la sua residenza ufficialmente a New York e potersi candidare a sindaco. E tutto ciò pur avendo perso (e di brutto) le primarie. Il che dimostra che di sicuro è una persona tenace; non sa proprio darsi per vinto.
A New York, come in tutte le grandi metropoli del mio paese, la stragrande maggioranza dei votanti è democratica, e quindi le primarie democratiche sono spesso decisive (anche se la città ha avuto due sindaci repubblicani come Rudy Giuliani e Michael Bloomberg). Questa volta no: Cuomo ha deciso di candidarsi come indipendente, sfidando Mamdani ancora una volta.
Assieme a loro in lizza ci sarà anche l’attuale sindaco, Eric Adams, un ex-repubblicano eletto come democratico ed ora ricandidatosi come indipendente, per ora al quarto posto nei sondaggi (con il repubblicano Curtis Sliwa al terzo posto). Sondaggi che finora danno ancora Mamdani in vantaggio, anche se da qui a novembre, il mese delle elezioni, molte cose possono ancora accadere.

Ma, anche se rimane ancora molta strada da fare, qualche motivo per essere ottimista il nostro Zohran ce l’ha. Ma cosa possiamo leggere in un’elezione come questa, in un momento politico così precario, volatile ed estremo come quello che stiamo vivendo attualmente qui in America? Io, come chi mi legge in Italia, guardo il fenomeno Mamdani un po’ da fuori, visto che vivo a Philadelphia dove un sindaco socialista ce lo possiamo solo sognare. Ma, da osservatrice del mio paese, spero comunque di poter offrirvi almeno tre riflessioni.
1. Una cosa così non potrebbe mai succedere al livello nazionale, ma è un inizio
Un sondaggio del CBS ha scoperto l’acqua calda: dice che gli elettori trovano troppo cara la vita a New York, e per questo scelgono il candidato che promette di occuparsene. Mamdani vuole ridurre il costo della vita, creare asili nido gratis e proteggere i diritti dei lavoratori. E sono queste le stesse posizioni che potrebbero far vincere un candidato di sinistra anche al livello nazionale.
Ho già scritto qui su Deep Hinterland che Trump ha vinto parlando del costo delle uova (mentendo) e Harris ha perso parlando dei principi astratti della democrazia (in fondo mentendo anch’essa, ma questa è un’altra storia). Per riconquistare il voto della working class, la sinistra americana deve essere pronta a parlare del costo delle uova. E della casa. E delle medicine. E di inflazione. Mamdani ha vinto le primarie facendo esattamente così.

Però, non ha vinto necessariamente grazie al voto della classe operaia, o almeno non ancora. Ha vinto fra i votanti democratici registratisi per votare alle primarie di New York, una città già solidamente democratica. Ed ha vinto sopratutto grazie al voto dei più istruiti e degli elettori di reddito medio-alto, i famosi bramini di Picketty. È un inizio, dicevamo, ma c’è ancora tanta strada da fare.
Ciò che rende ottimisti è constatare chi non ha dato il voto a Mamdani: i super-ricchi, che sono incazzati con lui abbestia. Un adetto alla raccolta fondi per i candidati politici ha detto ai New York Times che “che a The Hamptons (luogo di vacanza per ricchi newyorkesi) tutti sono praticamente in terapia di gruppo per colpa di queste elezioni”. Come non sorridere leggendo queste parole? Sembra che questa dichiarazione abbia strappato un sorriso anche a Mamdani, che ne ha postato su Instagram una lettura drammatica.
2. Gli affitti sono al cuore delle divisioni di classe a New York
Mamdani parla costantemente del costo della casa, e per un buon motivo. Il 70% dei newyorkesi vive in affitto, mentre a livello nazionale solo il 35% non ha una casa di proprietà (il 25% in Italia). E chi affitta a New York non paga poco: in media $3.275 (€2.800) al mese per un monolocale o $5.500 (€4.700) per un appartamento con due camere da letto. Quasi metà degli appartamenti a New York sono soggetti a qualche forma di rent control o rent stabilization pubblica, che regola quanto un padrone di casa può aumentare l’affitto da un anno a un altro. Quindi il sindaco di New York ha un peso politico sul tema degli affitti che altri sindaci americani non hanno.
Zohran ha promesso di congelare il costo degli affitti e di fare costruire altre 200.000 nuove case per i meno abbienti durante il suo mandato. Cuomo, dall’altra parte, ha il pieno appoggio delle lobby del settore immobiliare, e le sue proposte rischiano di rendere ostili gli affittatori di reddito medio. Quindi a New York, gli affitti sono cruciali. Non si può trovare una questione più comprensibile alla stragrande maggioranza dei votanti. Quale potrebbe essere una questione equivalente ed ecumenica a livello nazionale? Non so, ma vale la pena pensarci.

3. La leadership del Partito Democratico combatte di più la sinistra che la destra
Visti i suoi scandali precendenti, come mai Cuomo ha il sostegno di molti degli stessi politici che quattro anni fa ne chiedevano pubblicamente le dimissioni? Forse perché l’alternativa è un socialista di trentatre anni che vuole aumentare le tasse per i super-ricchi e che ha dichiarato che i miliardari non dovrebbero neppure esistere.
Raramente è così palese l’ipocrisia del Partito. Il Partito dei diritti delle donne, ma solo se a molestare le donne non è il governatore democratico di New York. Se vogliamo supportare candidati veramente di sinistra, purtroppo dobbiamo aspettarci questa resistenza da questo tipo di persone, come abbiamo già visto con Bernie, come abbiamo già visto con la Ocasio-Cortez (entrambi hanno fatto endorsement per Mamdani). Se crediamo (come io credo) che solo una vera sinistra, una sinistra che promette di migliorare le vite delle persone e non non solamente di non farle peggiorare ulteriormente mantenendo lo status quo, può battere una destra sempre più estrema, abbiamo molta strada da fare.

Ciononostante, nelle ultime settimane, Mamdani ha vinto l’appoggio di figure democratiche importanti, come l’attuale governatrice di New York, Kathy Hochul, una centrista forse più vicina a Cuomo da un punto di vista puramente ideologico. Cuomo invece ha vinto un alleato che forse non vorrebbe: Donald Trump.
Il presidente, preoccupato dalla possibilità di un sindaco socialista nella città più grande del paese, ha offerto posti importanti ad Adams e Sliwa per convincerli di ritirarsi e consolidare il sostegno a Cuomo. Però la mossa forse gli si è ritorta contro, come spesso accade nelle vicende trumpiane. Almeno per ora, Adams e Sliwa rimangono candidati. E poi se c’è una persona a cui i newyorkesi vorrebbero fare il dito medio, quella è proprio Trump.
Quindi speriamo bene per Zohran quest’autunno. Certo, New York è solo una città tra le tante in questo enorme paese di disperazione politica, e c’è ancora tanta strada da fare. Ma è già qualcosa.

Nata in Ohio e vissuta in passato a Bologna e a Genova, Mary Migliozzi attualmente vive vicino a Philadelphia, dove lavora nell’ambito dei programmi internazionali universitari. Per oltre 15 anni ha insegnato e ha fatto ricerca accademica in Italian Studies, concentrandosi sulla letteratura dialettale italiana e sulla musica pop e cantautoriale del Bel Paese. È un’appassionata di romanzi gialli inglesi, romanzi russi troppo lunghi per essere letti tutti d’un fiato, e del Festival di Sanremo.

