La destra vince inventando nemici, la sinistra può farlo indicando quelli veri

Se c’è una cosa che ormai sanno anche i sassi è che il centro politico, quel rassicurante e un po’ noioso salotto buono che ha dominato la scena per tutto il dopoguerra, ha fallito. È un dato di fatto. Ha creato un vuoto profondo, un cratere in cui ribollono frustrazione, ansia economica e senso di impotenza. E in questo vuoto, come ci insegna la storia, non rimane il nulla. Si affacciano idee forti, semplici, quasi brutali nella loro chiarezza. L’economista ed ex trader Gary Stephenson, uno che la finanza l’ha vista dal di dentro prima di diventarne critico feroce, ha messo il dito nella piaga con lucidità disarmante. In pratica, dice Stephenson, oggi sul tavolo ci sono solo due opzioni. Da una parte, l’estrema destra nazionalista e xenofoba. Dall’altra, una proposta altrettanto radicale: tassare i ricchi.

Ora, mettetevi nei panni di un miliardario. Da un lato, vedi crescere un movimento che vuole mettere le mani sul tuo patrimonio per finanziare servizi pubblici e ridurre la disuguaglianza. Dall’altro, c’è un’alternativa che, dietro una facciata di “difesa del popolo”, ti promette un paradiso fiscale. Che fai? La risposta, dice Stephenson, è scontata: “Finanzierai l’estrema destra, e lo stanno facendo in modo aggressivo”. Questa non è un’ipotesi, ma la chiave di lettura fondamentale per capire la politica di oggi.

L’economista ed ex trader britannico Gary Stevenson. Photo credit: The Statesman.

L’egemonia conservatrice degli ultimi decenni, in particolare nel mondo anglosassone da cui spesso importiamo i trend, si basa su un trucco da prestigiatore vecchio anche più del corporativismo di cui parlava Mussolini: la creazione di un “nemico interno”. Si tratta di una strategia grossolana ed emotiva e in quanto tale semplice da far funzionare: si prende la rabbia, la genuina frustrazione economica di una classe lavoratrice e media che si sente schiacciata, e la si dirotta altrove. Non verso le cause strutturali della disuguaglianza, ma verso capri espiatori. L’immigrato, le minoranze, il femminismo, le élite “woke”.

Questo permette un doppio risultato. Primo, si trasforma la frustrazione economica in risentimento culturale. Secondo, si offre una copertura politica perfetta per un’agenda economica che serve esclusivamente gli interessi di chi sta al vertice. Mentre la gente si azzuffa sui nemici inventati, i partiti di estrema destra, dalla Germania all’Italia, lavorano per tagliare le tasse ai più ricchi.

Ma c’è di più. Questa fabbrica di nemici ha bisogno di soldati. Come abbiamo discusso nel nostro pezzo sulla mascolinità tossica, la destra reazionaria lavora attivamente per costruire un modello di uomo che si crede forte e realizzato ma è in realtà fragile, risentito e, soprattutto, obbediente. Fenomeni come la “manosfera” e la cultura della performance a tutti i costi non sono casuali: creano un individuo perennemente insicuro, bisognoso di un leader forte e pronto a sfogare il proprio risentimento sul nemico di turno. È così che si crea un esercito per una guerra culturale, distogliendo lo sguardo dai veri responsabili della propria precarietà.

Photo credit: The Guardian.

Di fronte a questo scenario, la sinistra finora completamente incapace non solo di agire ma anche di comprendere la dialettica delle destre estreme fino a diventarne succube, sta finalmente tentando una contromossa strategica. Per capire come stia prendendo forma, è utile guardare a cosa sta succedendo negli Stati Uniti, che spesso funzionano da laboratorio politico per l’Occidente. Non si tratta di un’invenzione dal nulla, ma dell’evoluzione di un percorso iniziato da Bernie Sanders.

Con le sue campagne presidenziali del 2016 e 2020, Sanders ha rotto un tabù decennale, riportando la lotta di classe (quella che già i super ricchi hanno riconosciuto di stare vincendo) e un linguaggio para-socialista al centro del dibattito americano. Ha creato uno spazio politico che prima non esisteva. Ora, una nuova generazione di candidati sta attraversando quella porta, adattando il messaggio sandersiano a contesti e strategie diverse. Tra questi, figure come Zohran Mamdani a New York, Graham Platner nel Maine e James Talarico in Texas, incarnano perfettamente questa evoluzione.

Mamdani è l’erede diretto della “political revolution” di Sanders. La sua stessa politicizzazione, come lui stesso ammette, è scaturita dalla campagna per le elezioni primarie portata avanti da Sanders nel 2016. Figlio di immigrati, musulmano e membro orgoglioso dei Democratic Socialists of America (DSA), Mamdani rappresenta l’applicazione coerente e senza compromessi del socialismo democratico a livello locale. La sua politica nasce dall’esperienza sul campo come consulente per la prevenzione dei pignoramenti nel Queens, dove ha toccato con mano le conseguenze devastanti di un sistema che mette i profitti davanti alle persone.

La sua piattaforma è una traduzione letterale del programma nazionale di Sanders in soluzioni concrete per New York, città per la quale si è candidato a sindaco. Propone il blocco degli affitti, trasporti pubblici gratuiti, asili nido universali. Mamdani non annacqua il messaggio. Al contrario, lo radicalizza, saldando in modo inscindibile i benefici per la collettività (l’universalità dei servizi) con la tassazione dell’oligarchia (“Millionaire Tax”). Incarna l’evoluzione ideologica: prendere il testimone di Sanders e dimostrare che quella visione può vincere e governare, partendo dalle città.

Se Mamdani è l’erede ideologico, Graham Platner è l’evoluzione strategica. Rappresenta il tentativo di portare il nucleo del messaggio di Sanders (la lotta contro un’oligarchia corrotta) in territori dove l’etichetta “socialista” è un ostacolo insormontabile. Platner si spoglia di ogni orpello ideologico e si presenta come un “populista economico”. La sua immagine è un meticoloso esercizio di branding politico per riconnettersi con la classe lavoratrice maschile, bianca e rurale: è un veterano con quattro missioni di combattimento e oggi fa l’allevatore di ostriche.

Laddove Sanders era il professore un po’ burbero, Platner è il lavoratore che si è rotto le scatole. La sua estetica “super butch” e la sua retorica diretta (“Non ho paura di nominare un nemico. E il nemico è l’oligarchia”) sono studiate per parlare un linguaggio di autenticità e forza a un elettorato che si sente tradito da tutti, compreso l’establishment democratico. Platner prende il “noi contro loro” di Sanders, ma lo traduce in un codice culturale diverso, dimostrando che la lotta di classe può essere combattuta con parole e simboli differenti a seconda del campo di battaglia.

Un altro esempio eloquente di questa nuova ondata è James Talarico (classe 1989), un democratico progressista e attuale membro della Camera dei Rappresentanti del Texas. Ex insegnante di scuola media e seminarista presbiteriano, Talarico incarna una fusione unica di principi cristiani e politiche progressiste. La sua critica al nazionalismo cristiano, che definisce “un cancro”, si accompagna a un profondo impegno per i più vulnerabili, radicato nel suo credo di “amare Dio e amare il prossimo”. La sua carriera politica, che lo ha visto passare dall’insegnamento alla legislatura statale e ora candidato al Senato degli Stati Uniti, è caratterizzata dal rifiuto di finanziamenti da PAC aziendali, a sottolineare la sua indipendenza dagli interessi delle grandi corporation.

Nel video di seguito, James Talarico arringa una folla di 3.000 persone in Texas, esponendo le sue idee sulla disuguaglianza.

La vera radicalità di candidati come Mamdani, Platner e Talarico, però, non risiede solo nel loro messaggio, ma anche in come scelgono di finanziarlo. Qui affrontano di petto un problema che ha paralizzato la sinistra tradizionale in America come in Italia. Per un partito con ambizioni di governo, specialmente nel sistema politico statunitense dove le campagne costano cifre astronomiche, è virtualmente impossibile raccogliere fondi senza rivolgersi a donatori facoltosi e lobby aziendali. Questo crea un circolo vizioso: i finanziatori non hanno alcun interesse a sostenere politiche che, per incrementare il welfare, aumenterebbero le loro tasse. Questa dipendenza finanziaria spinge quindi, quasi fisiologicamente, la sinistra istituzionale verso il centro liberale, annacquando ogni proposta di cambiamento.

Questi nuovi candidati rompono questo schema. Per mantenere la credibilità del loro messaggio anti-oligarchico, rifiutano il modello dei grandi donatori e si affidano a un finanziamento alternativo, dal basso. Le loro campagne sono alimentate da migliaia di piccole donazioni di cittadini comuni, dal lavoro di volontari e dal supporto di organizzazioni basate sull’attivismo, come i DSA nel caso di Mamdani.

Questo modello non è solo una necessità, ma un’arma politica. Li rende autenticamente indipendenti, perché non sono ricattabili dagli interessi economici che dicono di combattere. Trasforma le loro campagne da semplici operazioni di marketing a veri e propri movimenti popolari, creando una base di sostenitori che investono, letteralmente, nel loro successo. È l’unica via per costruire una forza politica che possa sfidare la plutocrazia senza esserne cooptata.

Il finanziamento privato ai partiti in Italia, attualmente incentrato sul sistema del 2×1000 e delle donazioni private. Photo credit: Lumsa News.

Definire i super-ricchi come “nemico”, intendiamoci, non è solo populismo, ma una diagnosi economicamente accurata. Come ho affrontato nell’articolo sul “Grande Squeeze Out“, questo concetto descrive come la disuguaglianza estrema non sia un effetto collaterale del capitalismo, ma un meccanismo naturale al suo interno. La crisi esplode quando il reddito passivo dei ricchi cresce più dell’economia reale. Se i rendimenti del capitale sono al 5-7% e la crescita del PIL all’1-2%, la ricchezza si concentra al vertice per inerzia, non per merito. I ricchi diventano più ricchi solo perché sono già ricchi.

Questo processo “spreme” (squeeze) la classe media e lavoratrice, che vede i prezzi degli asset (come le case) diventare inaccessibili mentre i salari stagnano. Si tratta di un vero e proprio “Capitalismo cannibale”: un sistema che divora le proprie risorse umane, portando a collasso demografico e fughe di cervelli. In questo quadro, la classe dei miliardari non è un semplice gruppo di persone fortunate, ma l’agente attivo di un processo di espropriazione che impoverisce la stragrande maggioranza della popolazione. Sono il nemico perché il meccanismo stesso della loro accumulazione di ricchezza è la causa diretta della precarietà di tutti gli altri. E diciamocelo chiaro, molti di loro non sono neanche abbastanza svegli da rendersene conto.

James Talarico articola questa stessa critica in modo potente, sostenendo che la società si sta concentrando sull'”1% sbagliato”. Egli fa notare come spesso l’attenzione sia dirottata su minoranze (come le persone transgender, i musulmani o gli immigrati privi di documenti, che spesso costituiscono circa l’1% della popolazione) usate come capri espiatori. Per Talarico, il vero problema risiede nell’1% più ricco, i miliardari, che manipolano il sistema. Questi ultimi, secondo il politico texano, sono i veri responsabili del taglio alla sanità pubblica, del definanziamento delle scuole e della riduzione delle tasse per sé stessi e i loro facoltosi amici. La sua tesi è che la divisione politica non sia “destra contro sinistra”, ma “l’alto contro il basso” (top versus bottom), e che i potenti usino i mezzi di comunicazione e gli algoritmi per seminare rabbia e divisione, impedendo l’unità che minaccerebbe il loro potere.

Photo credit: One Home Planet.

Se il meccanismo economico non bastasse, c’è un secondo livello, più diretto e politico, che qualifica la classe plutocratica come avversario. Come anticipato, non sono solo i beneficiari passivi di un sistema ingiusto. Quelli tra loro più consapevoli di quale sia il meccanismo che gli consente l’egemonia sono gli attivi e strategici finanziatori dei movimenti politici che seminano divisione e odio per mantenere quello stesso sistema. È una relazione simbiotica, un “circuito chiuso di denaro e influenza”.

È ora più che mai chiaro, strategico e generosamente finanziato da parte di un segmento significativo dei super-ricchi per sostenere i movimenti di estrema destra come baluardo politico e ideologico contro la crescente ondata di politiche fiscali redistributive. E anche qui, il caso americano è emblematico.

La traiettoria di Elon Musk da donatore moderato a “kingmaker” del movimento MAGA, con centinaia di milioni di dollari spesi per sostenere Trump, è la perfetta incarnazione della tesi di Stephenson. Ma non è solo lui. È un’intera architettura di potere, fatta di “dark money”, think tank come la Heritage Foundation e reti di donatori come quelle costruite dai fratelli Koch, che da decenni lavora per spostare la politica verso un’agenda anti-tasse e anti-regolamentazione.

Elon Musk arringa la folla ad un comizio elettorale in supporto di Donald Trump. Photo credit: Wired.

E non è un fenomeno solo americano. In Europa, dinamiche simili si manifestano attraverso canali più opachi: prestiti da banche russe al Rassemblement National in Francia, complessi schemi di finanziamento svizzeri per l’AfD in Germania, e fondazioni statunitensi che finanziano i think tank pro-Brexit nel Regno Unito.

I super-ricchi, quindi, sono il nemico non solo per il danno economico che il loro modello di accumulazione provoca, ma perché usano attivamente quella ricchezza per finanziare le forze politiche che inventano i “nemici interni”, che avvelenano il dibattito pubblico con xenofobia e nazionalismo, e che in ultima analisi lavorano per distruggere la democrazia e la coesione sociale, tutto per un unico, semplice scopo: evitare di pagare più tasse.

 

Photo credit: Corriere della Sera.

Insomma, il quadro è abbastanza chiaro. La sinistra si trova a un bivio. Continuare a balbettare nel deserto centrista, cercando un compromesso che non esiste più, oppure accettare la natura del conflitto e combattere. La strategia di ridefinire il nemico, spostando il focus dalla guerra culturale a quella di classe, non è un’opzione tra le tante, ma forse l’unica via d’uscita (e cultura e classe in tempi di intersezionalismo non sono neanche concetti mutualmente escludenti). È una mossa rischiosa, certo. Sferrare un pugno contro il gruppo sociale più potente del pianeta è infinitamente più difficile che prendersela con i più deboli come fa la destra (ve la state prendendo con l’1% sbagliato, urlano gli attivisti).

Ma è una mossa fondata sulla realtà materiale. Si basa su un’analisi economica e politica che identifica con precisione la fonte del malessere sociale. Per tornare a essere rilevante, la sinistra deve smettere di avere paura di nominare il suo avversario. Deve abbracciare una radicalizzazione “para-socialista” non per vezzo ideologico, ma come risposta logica e necessaria a un sistema che, altrimenti, è destinato a divorare tutto. Deve offrire una narrazione alternativa forte, capace di unire chi è stato diviso e di dare un nome e un volto a chi trae profitto da quella divisione. Altrimenti, l’unica opzione che resterà sul tavolo sarà quella che i plutocrati stanno già finanziando. E sappiamo tutti dove porta.

 

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