Un paio di decenni di brainwashing mediatico ci hanno insegnato a pensare alla vita come a una competizione. Non semplicemente come una metafora, ma come un modo di guardare il mondo. Bisogna studiare più degli altri, lavorare più degli altri, essere più produttivi, più interessanti, più realizzati. E se non riusciamo a stare al passo, tendiamo a concludere che il problema siamo noi.
I social network non hanno creato questa logica, ma l’hanno resa permanente. La vita degli altri è diventata il nostro principale termine di paragone. Non ci chiediamo più soltanto chi siamo, ma quanto valiamo rispetto a qualcun altro. E poiché ci sarà sempre qualcuno più ricco, più bello, più amato o più realizzato, la sensazione di essere in ritardo finisce per trasformarsi in uno stato quasi continuo.
Kierkegaard sosteneva che la disperazione nasce quando smettiamo di essere noi stessi per diventare ciò che crediamo di dover essere. Oggi quella disperazione assume spesso la forma del confronto costante. Così il fallimento non viene vissuto come un’esperienza, ma come un’identità. Non pensiamo di aver fallito, pensiamo di essere dei falliti. E intorno a questa sensazione si è sviluppato un enorme mercato pronto a offrirci strumenti per ritrovare fiducia, correggere i nostri limiti e tornare competitivi. La cosa interessante è che la competizione non risparmia neppure chi vince.
Siamo abituati a pensare che il successo sia l’opposto del fallimento, ma a volte il successo è soltanto una forma più sofisticata di insoddisfazione. Gli psicologi parlano di “fallacia dell’arrivo”, l’illusione secondo cui, raggiunto un certo traguardo, saremo finalmente soddisfatti. Eppure molte persone di successo scoprono che le cose non funzionano così. Dopo anni trascorsi a sacrificare tempo, amicizie, relazioni e interessi personali per costruire una carriera, si ritrovano davanti a una domanda che nessuno aveva insegnato loro ad affrontare: «E adesso?»
Può accadere allora che il personaggio abbia avuto successo, mentre la persona sia rimasta indietro. Manager, imprenditori o professionisti stimati possono sentirsi improvvisamente soli, incapaci di fermarsi e privi di uno scopo che non coincida con il continuare a produrre risultati. Quando per anni il proprio valore è stato identificato con la performance, smettere di produrre sembra quasi equivalente a smettere di esistere. In questo senso, il titolo provocatorio di questo articolo contiene una parte di verità.
Naturalmente è una semplificazione. Esistono coach seri e preparati e, se utilizzato per ciò per cui è nato, il coaching può essere uno strumento utile. Una persona psicologicamente sana può attraversare un periodo di incertezza, voler cambiare lavoro, migliorare l’organizzazione del proprio tempo o avere bisogno di qualcuno che la aiuti a rendere conto dei propri obiettivi. In questi casi una guida può essere preziosa.
L’aspetto più interessante del fenomeno del life coaching, però, è soprattutto culturale. Molte persone di successo fanno fatica a rivolgersi alla psicoterapia non perché non soffrano, ma perché la parola “terapia” continua a evocare l’idea di una malattia o di una sconfitta.
Chi ha costruito la propria identità sulla performance tende a vivere la vulnerabilità come una debolezza. Il life coaching, invece, utilizza un linguaggio più compatibile con la cultura della prestazione. Non parla di dolore, ma di crescita. Non parla di fragilità, ma di potenziale. Non parla di crisi, ma di ottimizzazione.
È più facile dire: «Sto lavorando sulla versione migliore di me stesso» che ammettere: «Sto male». Il problema, quindi non è il coaching in sé. Il problema nasce quando una depressione, una crisi esistenziale o una profonda solitudine vengono trattate come semplici problemi di organizzazione o di mentalità. In questi casi non basta imparare a gestire meglio il tempo o fissare nuovi obiettivi. Prima di tutto bisogna comprendere ciò che sta accadendo.
Esiste poi un altro rischio. Il mondo del life coaching è un mercato enorme, ma anche poco regolamentato. Accanto a professionisti seri convivono figure improvvisate che riducono problemi complessi a slogan semplicistici. «Se vuoi, puoi.» «Il limite sei tu.» «Basta cambiare mindset.» Queste frasi funzionano bene sui social, ma rischiano di trasformare ogni sofferenza in una colpa. Se sei triste, devi essere più resiliente. Se sei stanco, devi ottimizzarti. Se ti senti vuoto, devi darti nuovi obiettivi. La domanda è sempre la stessa: cosa devi fare di più? Molto più raramente ci chiediamo che cosa ci stia succedendo.
C’è poi un altro paradosso. Le persone di successo sono spesso profondamente sole. Hanno collaboratori, clienti, follower e conoscenze, ma poche persone davanti alle quali sentirsi libere di mostrarsi fragili. Temono il giudizio, l’invidia o semplicemente si convincono di non avere il diritto di lamentarsi. Così finiscono per comprare ciò che un tempo veniva offerto spontaneamente dalle relazioni umane: ascolto, tempo, attenzione ed empatia.
Più diventiamo individualisti, più siamo costretti a pagare per ottenere ciò che una comunità offriva gratuitamente. Ed è qui che il mercato mostra la sua straordinaria capacità di adattamento. Se sei povero e disperato ti vende la speranza. Se sei ricco e vuoto ti vende il significato. Cambia il prodotto, ma la logica rimane la stessa.
Ma forse c’è qualcosa di ancora più profondo. La società non ci assegna soltanto degli obiettivi. Ci assegna anche dei ruoli e si aspetta che rimaniamo fedeli a quei ruoli. Ho lavorato molti anni in fabbrica e lì ho osservato una dinamica che mi ha colpito profondamente. Ho visto colleghi molto amici smettere di parlarsi perché uno dei due aveva deciso di licenziarsi. Persone che fino al giorno prima condividevano pause caffè e confidenze diventare improvvisamente ostili. Chi se ne andava veniva percepito quasi come un traditore. Eppure non aveva tradito nessuno. Aveva semplicemente scelto una vita diversa.
Ho visto qualcosa di simile anche nel mondo delle dipendenze, che conosco bene sia per ragioni personali che professionali. Una delle cose più sorprendenti che ho osservato è che molte persone che riescono a uscire dalla tossicodipendenza e a ricostruirsi una vita finiscono spesso per cambiare ambiente e, non di rado, addirittura città. Non soltanto per allontanarsi dal passato, ma perché chi le ha sempre conosciute in un certo ruolo fatica ad accettare che possano occupare un posto diverso.
In fondo siamo spesso più disposti a compatire chi cade che ad accettare che chi era caduto possa rialzarsi e magari reinserirsi meglio di noi. Un ex tossicodipendente viene facilmente accettato finché continua a essere “l’ex tossicodipendente”. Quando invece diventa un professionista stimato, un padre presente o semplicemente una persona serena, quella trasformazione può risultare scomoda. Non tanto perché rappresenti una minaccia reale, ma perché mette in discussione le gerarchie e le immagini che avevamo costruito.
Perché ogni scelta diversa mette implicitamente in discussione le nostre. Se qualcuno cambia vita, significa che forse anche noi avremmo potuto cambiarla. E questa possibilità, invece di liberarci, spesso ci inquieta. Per questo tendiamo a interpretare il cambiamento degli altri come una critica alla nostra esistenza. Lo storico, antropologo e psicologo sociale francese René Girard aveva intuito qualcosa di profondo in merito a ciò. Gran parte dei nostri desideri non nasce spontaneamente. Impariamo a desiderare osservando ciò che desiderano gli altri e, proprio per questo, gli altri diventano facilmente dei rivali.
Oggi non invidiamo soltanto chi ha più soldi o più successo. Invidiamo anche chi ha meno, ma vive meglio. Chi guadagna meno, ma ha più tempo. Chi vive in campagna senza stress. Chi lavora part-time. Chi sembra meno ambizioso ma più sereno. In realtà non stiamo invidiando i suoi soldi. Stiamo invidiando il suo rapporto con la vita.
Ed è qui che la competizione mostra il suo carattere più radicale. Non ci confrontiamo più soltanto sul denaro o sulla carriera. Ci confrontiamo sulla felicità, sul tempo libero, sulle relazioni e perfino sull’autenticità. il filosofo Byung-Chul Han ha definito la nostra epoca “la società della prestazione”. Ma forse il problema è ancora più profondo. Abbiamo creduto che l’individualismo ci avrebbe resi più liberi. In realtà siamo diventati sempre più dipendenti dallo sguardo degli altri. I social network non hanno creato questa dipendenza. L’hanno semplicemente resa continua e visibile.
Desideriamo confrontandoci. Soffriamo confrontandoci. Perfino la felicità è diventata una competizione. Forse la disperazione di cui parlava Kierkegaard consiste proprio in questo: aver dimenticato chi siamo perché siamo troppo impegnati a guardare chi sono gli altri. E forse la libertà non consiste nel vincere questa competizione, ma nel sottrarsi all’idea stessa che la vita sia una classifica.
Perché una vita diversa non è una critica alla nostra. È semplicemente una vita diversa. E forse una società davvero matura non è quella in cui tutti fanno le stesse scelte, ma quella in cui la felicità degli altri non viene vissuta come una minaccia.
Situazionista 2.0, di Terni, Ermes Maiolica è un personaggio-icona che ha utilizzato fake news come strumento di critica radicale al sistema mediatico. Tra il 2013 e il 2016, i suoi esperimenti sociali online hanno smascherato i meccanismi della spettacolarizzazione dell’informazione, anticipando l’era della post-verità ed incarnandone le dinamiche sociali. Dalla decostruzione mediatica è passato recentemente alla costruzione di nuovi immaginari e nuovi diritti nell’era delle intelligenze artificiali, istituendo il DETA (Dipartimento Europeo per la Tutela degli Androidi), la prima organizzazione sindacale per la tutela fisica e sociale dei robot umanoidi. Autore del “Manifesto per una roboetica universale”, propone la robosimbiotica come nuovo paradigma di coesistenza uomo-macchina.

