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Una delle mie perversioni più longeve e preferite è staccarmi la crosticina che si forma quando una ferita tenta di rimarginarsi. Niente di originale, così comune da far gorgogliare i conformisti più incalliti. Eppure questa nenia, infantile e testarda, nasconde il desiderio di rimanere aperti e segnati o forse solo di abbattere la noia attraverso un microdolore controllabile. Avendo sempre gatti attorno, a due o a quattro zampe, la situazione si ripropone quasi a ciclo continuo.
In un certo senso mi ricorda la geologia, le aperture del suolo, i ribaltamenti, la Moho e la quinta superiore. Smuovere un terreno per impedirgli di riconfigurarsi in rocce sedimentarie o metamorfiche e concedergli solo la sfacciataggine di quelle ignee, ecco cosa si prova a tormentarsi la pelle. Poi, di solito, finisce che passa. Hai altro da fare che osservarti il polso, le dita o le caviglie e noti che quella righetta rossa è svanita. Tra scrub, cambi di pigmentazione stagionale, misteri della dermatologia e dei geometri del catasto pagati dall’ENI non ne è rimasta traccia alcuna, su di te o sulla terra.
Eppure quella ferita è parente di tutte le aperture del mondo e dell’universo abitato da santi, poeti, navigatori, cerotti, Betadine e Super Attack[1]. Un accesso ad altri mondi, anche senza e prima del dualismo di Stranger Things, che ci affabulano con la promessa di farci afferrare l’essenza, i meccanismi intrinsechi delle macchine umane e non.

A braccetto con la fascinazione troviamo una ben vestita logica, la lenticolarità, noiosissima amica per la pelle della conoscenza scientifica. E chi meglio di quel titano di Rembrandt può aiutarci in questo panorama? Nessuno. Sì, Leonardo pure, e pure prima, ma oggi vi tocca Mr. Ritratto.
Nella celeberrima tela “Lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp” viene ritratta una folta schiera di studenti di anatomia nell’Amsterdam del XVII secolo. Nel dipinto, commissionato dalla gilda dei medici della città, il cadavere, irrealmente perfetto, viene osservato con ammirazione, quasi i personaggi fossero partecipi di un miracolo. Si tratta di un realismo edulcorato, infatti Rembrandt reintegra la mano al malcapitato, già mancante, e non menziona visivamente i segni poco gradevoli dell’eviscerazione.

Dobbiamo tenere conto del fatto che nel Milleseicento non erano disponibili i sistemi di refrigerazione di oggi quindi queste operazioni, a lungo ritenute blasfeme nella Cristianità, potevano essere svolte nei mesi più freddi e a ridosso della morte dei soggetti analizzati. Ma i cadaveri da dove arrivavano? Dalle esecuzioni, non si trattava certo di cittadini rispettabili. Uniche eccezioni di ravanamento corpi erano le autopsie (come accadrà a Maria Teresa d’Asburgo, prima moglie del Re Sole), laddove fosse necessario, da un punto di vista giuridico, stabilire la causa di un decesso importante, generatore di conseguenze commisurate al rango.
A noi però, impavidi osservatori di croste e relative emozioni, le teste mozzate e le mani inzaccherate di interiora, non toccano, ci interessa piuttosto l’approccio che questi personaggi guarniti di invidiabili gorgiere e faccia di bronzo hanno al cospetto della magia messa in atto dalla collaborazione di due uomini, uno vivo e uno morto, per mostrare che “Siamo fatti così“. Tendini, muscoli e piccole ossa sono la porta verso l’infinito del sapere!

A tal proposito se empatizzate e siete interessati a palpare visivamente alcune delle meraviglie prodotte dalla nostra tensione verso la macchina umana vi consiglio una visita alla Specola di Firenze, il museo di Scienze Naturali dell’Università della città. Oltre ad essere ul luogo meraviglioso è anche quasi sempre godibile perché vuoto, immune alla fama che subissa le altre, ben più instagrammabili, aree culturali della città.
Qui si possono infatti ammirare delle cere meravigliose che riportano nel dettaglio cosa succede nel corpo umano durante la gestazione o il movimento. Il risultato, esteticamente fedele e impeccabile, di anni e anni di osservazione impavida e indefessa. Com’è facile immaginare, accanto alla passione per il funzionamento della specie umana, si sviluppa, ab urbe condita direi, anche la passione per il bizzarro, per lo strano e l’inusuale. Un assaggio di quanto detto è ammirabile presso il Museo di anatomia umana Luigi Rolando di Torino.
Questi approcci allo studio di ciò che appare differente dalla norma in termini anatomici, sono altri araldi del fiume di curiosità e illuminismo che ci ha spinto fino alle risonanze magnetiche applicate alle nostre ginocchia ma hanno il sé il desiderio di afferrare un’unicità spesso derubricata come oggetto di voyeurismo, non solo nella scienza ma nell’arte stessa. Dal mio punto di vista, le prospettive di cui sopra portano in sé un che di bambinesco, in positivo, ed una spinta genuina verso la scoperta di quel che accade dentro e che non è prevedibile o regolabile.
Questo desiderio, per essere soddisfatto, ha bisogno di una finestra, di una ferita, poi messa in vetrina per capire meglio, e assaporare. Qualcosa che conosce benissimo un famigerato artista contemporaneo che ha dominato le scene di fine anni Novanta e Duemila grazie all’anatomia generativa, sua e concettuale: “Siore e siori, Matthew Barney“.

Barney, quasi da subito, vince tutto, va dappertutto, divide la critica e fa coppia con un (vero) genio, quasi mitologico, Björk. Il corpus di opere che lo consacra al pubblico, anche non sempre rivolto all’arte contemporanea, è la serie dei suoi video The Cremaster Cycle, iniziato nel 1994 e terminato all’inizio del millennio.
Questo suo mondo in movimento ha creato (o riassunto?) e interpretato un’estetica tremenda, ricca di personaggi famosi e distorti (Ursula Andress, Norman Mailer, Dave Lombardo), dando loro nuova vita in questa narrazione sfrontata, solo sua e così efficace, indipendentemente dai guidizi.
Dotato di uno spiccato gusto massimalista e tendenzialmente sessualizzante per i corpi, se mutilati e unici meglio, si impone sulla scena internazionale col suo gusto barocco e soverchiante, esagerato e netto, fatto di divise, nettezza e riscrizione identitaria.
L’universo estetico di Cremaster comprende film, fotografie, disegni, sculture e installazioni. Il titolo sta per cremastere, cioè il nome del muscolo che regola la posizione dei testicoli in base alla temperatura. Il numero degli episodi corrisponde alle fasi della discesa delle gonadi durante lo sviluppo embrionale. L’opera riflette, e agonizza, sui momenti iniziali della differenziazione sessuale, sugli attimi che simboleggiano la condizione vitale di pura, assoluta potenzialità.

Tredici anni dopo Björk e Barney si lasciano. Lei si butta a capofitto nel lavoro e, nel 2015, partorisce il suo nono capolavoro, Vulnicura, che in latino significa proprio “Cura per le ferite”. Entrambe le copertine dell’album rappresentano lei con un gigantesco taglio-vulva sul petto. Possiamo assumere che il suo cuore le sia stato sottratto senza troppa accortezza e contro la sua volontà, anche lo avesse fatto lei stessa?
In Vulnicura si riaffacciano i suoni tanto amati in Homogenic. Ma lei non torna indietro, piuttosto si riscopre, e introduce vere e proprie magie, incluso il suo esplosivo potere seduttivo, ferito ma pur sempre radiante, come il giallo, colore che sceglie per rappresentare l’universo curativo in cui si muove consapevole e ispirante.

Mentre scrivo mi chiedo a quali dimensioni stellari arriverebbe, e a quale peso, un’ipotetica crosta che vada a coprire il petto ricco e inesauribile di musica di Björk. Al contempo, mi sovviene un saggio meme inviatomi da un’amica di recente.

Riguarda appunto la rottura tra Leonora Carrington e Max Ernst, altri due giganti dell’arte che, grazie al loro talento e alla loro fiducia nel surrealismo, hanno rivelato misteri che manco i telescopi. Questa battuta ricorda, un’altra volta, come la cosa più importante sia quel che ci facciamo con la sofferenza e le sue sorelle ferite che, spesso dopotutto, proprio perché letame, sono fertili e possono generare risate, assieme al dolore.
Aspetto questo conosciuto molto bene dai creatori della pagina Medieval Wounds, un pastiche che unisce puntutissima cultura storico-artistica e amore per l’ironia in un carosello di vulve (ferite) medievali in ogni salsa. Ma non apriamo qui un’ulteriore questione riguardo questa attraente immagine universale. Ci basti ricordare come sia ancora in grado di rappresentare un’iconografia a ombrello per tutti i portali, concreti o astratti che riusciamo a immaginare (lo aveva detto anche Lucio Fontana; scherzo).
Sicuramente anche Björk e i suoi collaboratori, più di dieci anni fa, si erano rifatti alle esplicite immagini medievali e, forse, anche alla Strega di Biancaneve, amante di cuori, sangue e specchi. Dopotutto, ognuno di noi cerca di curarsi, volta per volta, da ciò che piove addosso, o dentro, e di farlo come può, spesso in maniera direttamente proporzionale alla profondità dell’arma o dell’accidente che ci ha feriti.
L’iconografia aiuta sempre in questo, con delle immagini tramandate per millenni, modificate sì, ma portatrici, se non di cura, almeno di vicinanza e comprensione. Perché se la ferita, o l’apertura, una volta “visitabile” ci garantisce conoscenza, può anche aver bisogno di essere richiusa, di rimanere lì, con o senza cicatrice, che non siamo mica degli Yakuza.
Cara Björk, mi hai quasi convinto a lasciar perdere le croste, permettendo alle piastrine di proseguire con il loro dovere. E a vestirmi di giallo.
Note
[1] Lo sapevate che la famigerata colla infallibile pare fosse stata inventata in Vietnam durante il conflitto Statuinitense perché la sua presa rapida permetteva di saldare i lembi delle ferite in pochi secondi, evitando il dissanguamento ma anche introducento il malcapitato all’avvelenamento da cianuro? Ah, che cosa meravigliosa la concausalità. E poi noi siamo stanchi di votare sempre per il meno peggio. Come diceva Cioran: “Credo nel futuro dell’umanità, all’avvenire del cianuro.” O qualcosa del genere.
Arianna Tinulla Milesi è un’artista e illustratrice multimediale nata a Bergamo prima della caduta del Muro di Berlino. Si laurea in Arte Bizantina alla Statale di Milano e successivamente in Arti Visive – illustrazione allo IED. Al centro della sua pratica c’è il disegno come forma mentis, un tramite e mai un fine. Collabora internazionalmente con spazi espositivi, gallerie e musei. Dal 2024 collabora con l’Orto Botanico di Toscolano Maderno, parte dell’Università di Milano, per promuovere il disegno sperimentale come approccio libero verso il mondo naturale e non.
Arianna è membro del Council della Society of Graphic and Fine Art, l’organismo che si cura di promuovere l’arte del disegno dal 1919 nel Regno Unito e nel mondo. Ama Piero della Francesca e Paolo Uccello, Raffaello e Pietro Bembo, la gamma di colori dal vermiglio al lampone, i capelli estremamente corti, Adrien Brody, accarezzare gli animali e cantare a squarciagola. Ha adottato un gatto di nome Pilade, ricama e si produce vestiti con alterna fortuna, ascolta Paolo Conte, PJ Harvey, Fred Buscaglione e prova a fare snorkeling nel lago di Garda. Il suo motti sono: “Adoro i piani ben riusciti” e “Ogne melù al g’ha la sò stagiù”.

