Il Bhutan è un piccolo stato situato in una zona remota dell’Asia meridionale, sulla catena dell’Himalaya, il tetto del mondo. Incastrato tra le potenze della Cina e dell’India, misura un’area di meno di 50.000 chilometri quadrati, comparabile a quella del Piemonte combinato con la Lombardia. Ma è a un passo dal cielo: qui la Pianura Padana non è contemplata. Visitare questo piccolo regno significa veramente entrare in una favola. E’ come precipitare di colpo in un altro pianeta.
Anche il nome ufficiale del paese ci immerge nei racconti. Il nome ufficiale del Bhutan è DrukYul, la terra del “drago tuonante”. Un nome che evoca subito storie fantastiche: quella di Thorn, che scomparve a Chiardiluna e apparteneva alla linea dei draghi, quella del temibile drago Smaug, che tanto spaventò Bilbo Baggins[2], o quella di Forteventre, il drago che aiutò Harry, Ron e Hermione a fuggire dalla Banca di Gringotts per portarli poi in volo a Hogwarts[3]. Nel regno di DrukYul, in verità, i draghi erano cavalcati dai maestri buddisti per sconfiggere gli spiriti maligni.

Anche gli altri nomi con cui il paese è conosciuto evocano luoghi chimerici: Lho Pho Mon, la terra meridionale dell’oscurità, Lho Tsendenjong, la terra meridionale del cipresso (ovvero l’albero nazionale), Lhomen Khazhi, la terra meridionale delle quattro entrate, insieme a molti altri nomi costruiti su visioni incantate, fra cui “Terra Santa Nascosta”, “Valle Meridionale delle Erbe Medicinali”, e “Giardino di Loto degli Dei”.
Ma il Bhutan non è solo la terra dei draghi. Si dice che qui lo Yeti esista ed abbia i piedi girati al contrario, per confondere gli inseguitori. Qui è chiamato Migoi ed occupa un posto centrale nel folklore bhutanese: le leggende vogliono che possa rendersi invisibile e che sia il salvatore dei bambini dispersi nei boschi.

Anche il takin, l’animale nazionale del Paese, ha tratti fantastici, anche se è reale. La mitologia locale racconta che quando il grande lama sacro (“il folle divino”) giunse in Bhutan per mostrare ai fedeli i propri poteri, prese una testa di capra e la infilzò sul corpo di una mucca, ordinando poi alla bestia di andare a pascolare nelle montagne. In effetti, il takin è davvero uno strano mammifero, dalle forme inconsuete e dal lungo pelo. Imbattibile dagli altri predatori delle montagne, di cui è signore e padrone.

Il Bhutan è un paese mozzafiato, magico, unico, aspro sulle cime e sui bordi. Il Gangkhar Puensum, la montagna più elevata del paese (7.570 metri), ha la vetta ancora mai scalta più alta del mondo. Narra una leggenda che in queste montagne, da qualche parte, vi siano scale che conducono al regno degli immortali. Sono montagne sacre. A nessun uomo è concesso scalarle[1].
La bellissima scena dei fuochi progressivi di Amon-Din, quella che al crepuscolo fa correre la speranza su un bruno crinale di vette innevate, evoca le incontaminate montagne del Bhutan[2].
Alcuni laghi sono ritenuti dimora di creature divine e una fiaba, raccontata ai bambini di tutte le generazioni, è il simbolo stesso del Paese: la storia dei quattro amici. Once upon a time in una terra molto lontana, vivevano quattro animali: un pavone, un coniglio, una scimmia e un elefante. Inizialmente rivali, discettavano su chi fosse il più anziano e autorevole, onde vantare diritti sugli altri.
Ben presto, però, compresero che con tutte le loro discussioni non erano in grado di sfamarsi, e così decisero di unire le proprie forze per garantirsi la sopravvivenza. Il pavone trovò un seme e lo piantò, il coniglio lo annaffiò, la scimmia lo concimò e l’elefante gli fece la guardia. Un albero crebbe rapidamente ma divenne così alto che i frutti non potevano essere raggiunti. Gli amici non si persero d’animo: salendo ciascuno sulla groppa dell’altro, arrivarono a cogliere persino i frutti più lontani.
Questa storia, profondamente amata dal popolo e spesso raffigurata sulle pareti dei templi, sui thangka (gli stendardi buddisti dipinti) e sulle decorazioni domestiche, reca in sé un profondo significato spirituale. Enfatizza i valori della cooperazione, del rispetto reciproco e della vita in armonia con gli altri. Il racconto illustra anche il principio buddista del karma: le nostre azioni, non importa quanto piccole, hanno un impatto significativo sul mondo che ci circonda.

Io stessa ho comprato un disegno dei Quattro Amici fatto a mano nella Scuola Tradizionale di Arte di Thimphu, capitale del Bhutan, nata con la missione di preservare le arti ed i mestieri tradizionali del paese e consentire ai giovani una possibilità di sostentamento. Non riesco a dimenticare questi ragazzi giovanissimi, vestiti poveramente forse perché privi di mezzi, intensamente concentrati a dipingere sulle pergamene o a creare magnifici intarsi di mosaici o raffinati intagli nel legno, con una cura e un amore davvero commovente.
Ricordo una ragazzina in uno stato di prostrazione, che piangeva sommessamente, aggrappata alla balaustra delle scale, accucciata nei suoi singhiozzi, come un piccolo riccio. Probabilmente era stata appena bocciata agli esami, in corso in quel momento. Nello scendere le scale, avrei voluto fermarmi e cingerle le spalle, mentre ricordavo il panico tagliente dei tanti esami della mia vita, andati bene e andati male. Mi sono limitata a tendere una mano verso la sua curva schiena scossa di pianto nel suo abito tradizionale, senza che lei se ne accorgesse. Che tu possa oggi aver superato quell’esame che ti ha fatto tanto soffrire, mia piccola sconosciuta.
Il Bhutan è un luogo di fiaba immerso nelle fiabe, nelle leggende, nei miti e nei racconti fantastici. Da una fiaba prende il nome il più iconico monastero del paese, il Taktshang Goemba, la Tana della Tigre.
Narra la leggenda che una tigre, distrutta dal dolore per la perdita dei suoi cuccioli soppressi dai cacciatori, uccideva la popolazione, scatenando il terrore nei villaggi. L’imperatore, per mettere fine a quelle stragi, le offrì in sacrificio suo figlio, il principe Wen. La tigre adottò il bambino invece di divorarlo, e lo crebbe educandolo all’amore, alla libertà e al rispetto per la natura. Divenuto adulto, il principe fu un messaggero di pace tra tutti gli esseri viventi e, in particolare, tra il mondo umano e quello animale.

Arroccato su un dirupo a oltre 3.000 metri di altezza, il monastero della Tana della Tigre, è raggiungibile per una salita angusta, che affronta il crinale con ripidi tornanti. Sono ben 900 metri di dislivello. Per sottomettere il demone della zona, il maestro Guru Rimpoche[3] ci arrivò in volo a cavallo di una tigre, e ancorò il tempio allo strapiombo con i capelli delle dakini, le entità celesti femminili.
È davvero uno dei luoghi più straordinari del pianeta, sia perché è un territorio sacro, sia per la sua posizione spettacolare. L’ascesa, non banale, avviene in modo collettivo, insieme agli altri pellegrini, bhutanesi e non. Nascono così fugaci discorsi e piccoli sorrisi e scambi di cioccolata e braccia tese in aiuto nei punti scivolosi. È facile parlare: in Bhutan tutti conoscono l’inglese, lingua insegnata nelle loro scuole, che sono gratuite. E quando finalmente si arriva in cima il “suono del silenzio” ci avvolge e ci si sente in cielo. Il mondo scorre in basso con tutti i suoi affanni.
Nel salire la montagna della tigre ci si accorge di quanto in Bhutan l’ambiente sia rispettato se non addirittura venerato; le foreste devono ricoprire almeno il 60 per cento del territorio ed è vietato tagliare gli alberi, così come è vietato uccidere qualsiasi animale. La vita è basata sul buddismo, che ispira anche le leggi dello Stato.
La bandiera nazionale, come si legge sulla brochure delle linee aeree bhutanesi, è divisa diagonalmente in due parti uguali: quella superiore gialla rappresenta il potere secolare del re. La parte inferiore, color “arancione zafferano”, simboleggia la pratica religiosa e il potere del Buddismo. Il drago, al centro, riproduce il nome e la solidità del paese mentre i diamanti tra gli artigli ne ritraggono la purezza e la perfezione.
E ancora a un mito è legato il bellissimo dzong[4] di Punaka, l’antica capitale del Bhutan. L’edificio, da taluni considerato il più bello del paese, è posto alla confluenza dei fiumi Pho Chhu (fiume maschio) e Mo Chhu (fiume femmina).
I due fiumi, con i loro splendidi ponti, si uniscono proprio in prossimità dello dzong creando un effetto cromatico sorprendente, in quanto il Pho Chhu è di colore chiaro mentre il Mo Chhu è di colore scuro. I due corsi d’acqua proseguono poi come un unico fiume chiamato Sankosh che attraversa Bhutan e India e per confluire, infine, nel grande sacro fiume indiano Brahmaputra.

Il Bhutan, in definitiva, è un paese ove il mondo spirituale gioca un ruolo fondamentale nella vita degli abitanti. Ogni cosa, o quasi, ha un significato simbolico e trascendente. La divinità permea tutta la società bhutanese e vive nella commovente fede del suo popolo.
Una fede in cui ci si imbatte in ogni momento: dalle offerte votive, ai cippi religiosi, ai filari di colorate bandierine di preghiera che rappresentano gli elementi. Bianca è l’aria, rosso è il fuoco, verde è l’acqua, gialla è la terra mentre blu il vento. Sembra che mai nessuna sventoli verso il basso.
Anche l’astrologia in Bhutan gioca un ruolo importantissimo: è parte integrante della vita quotidiana, guida le decisioni politiche più importanti e persino le campagne sanitarie.
A pochi chilometri dalla capitale del Bhutan è costruito l’importante College dell’Astrologia Tradizionale. Proprio in questo istituto scolastico, autorevolissimo per i bhutanesi, si decidono le date dei più importanti eventi nazionali del paese, di politica interna e di economia. Gli astrologi bhutanesi sono spesso i più valorosi monaci buddisti in quanto l’astrologia è strettamente legata al buddismo Vajrayana.
Il Bhutan rappresenta la riscossa di tutti gli studiosi di astrologia, i quali, in certi ambienti italiani, sono costretti a ritrarsi: basti pensare a serissimi studi professionali, importanti studi legali, società finanziarie, ambienti bancari e imprenditoriali. L’astrologo viene qui considerato come un subumano, un parassita. “Lei è un’astrologa!” si sente dire con ironica sufficienza, al malcelato fine di sminuire le capacità professionali.
La comunità scientifica e la Chiesa cattolica, spesso su posizioni contrapposte, sono unitissime nella loro avversione verso gli astrologi. Per gli scienziati l’astrologia è superstizione ciarlatana. Per la chiesa è un peccato, credo piuttosto grave. Eppure, lo studio dei segni zodiacali è un’arte molto antica, risalente alla civiltà araba e a quella romana, come il bellissimo complesso di Villa Adriana di Tivoli dimostra, solo per fare un esempio tra mille. Quanto al cattolicesimo, in una delle più eleganti chiese romane, Santa Maria degli Angeli a Piazza della Repubblica, c’è la raffigurazione dei dodici segni zodiacali.

Ma la vera fiaba del Bhutan è nella sua gente, delicata e intatta. I bhutanesi sono un popolo pacifico e cordiale, franco e disponibile verso il prossimo. Vivono in meravigliose case tipiche e indossano uno splendido abito tradizionale dai colori vivaci, il gho per gli uomini e la kira le donne.
Oggi il Bhutan si avvia con fiducia verso la modernizzazione, intesa dal suo punto di vista, proteggendo fieramente la sua antica cultura, le sue risorse naturali ed il suo stile di vita profondamente buddhista. Resta un paese in equilibrio delicato, tra tradizione e modernità, tra ruote di preghiera e internet, tra lavoro nei campi e nuovi alberghi in costante aumento, con una moderata apertura al turismo, pur nella conservazione della tradizione.
Riguardo al turismo in Bhutan, non sono permessi viaggi individuali o collettivi in cui non sia presente una guida bhutanese. Dago Dorji, una guida autorizzata di un’importante agenzia di Thimphu, spiega che il Bhutan offre paesaggi mozzafiato e una cultura ricca di esperienze spirituali. Con la sua politica di “Alto Valore, Basso Volume”, il Bhutan preserva la propria specificità come un fiore, mentre accoglie i viaggiatori, in quali possono esplorare monasteri, fortezze e festival con la pace nel cuore.
E, come una fiaba, nasce il tema della felicità. C’era una volta un re (“ah beh, si beh”, direbbe Enzo Jannacci) di soli 18 anni. Si chiamava Jigme Singye Wangchuck. Correva l’anno 1974 e, nella terra del drago, come prima cosa,il giovane sovrano invitò i suoi sudditi a respingere le convenzioni e le abitudini della maggior parte del mondo, quello cosiddetto civilizzato. Nel suo discorso di insediamento, affiancato dal capo spirituale del buddismo, disse semplicemente “sarò felice se i bhutanesi saranno felici”.
E così in Bhutan il Pil (prodotto interno lordo) fu sostituito dalla Fil (felicità interna lorda), ritenuta dal re molto più importante. La Fil (in inglese, la Gnh, ovvero gross national happiness), che in Italia non esiste[5], valuta le esigenze della gente. Il governo, attraverso questionari distribuiti al popolo, verifica ossessivamente i bisogni di felicità dei cittadini: dalle fonti di stress alle ore dedicate al sonno e al lavoro, dalle visite mediche alla qualità dell’aria, dalle consultazioni con astrologi e sciamani alla conoscenza dei politici locali, dai libri letti all’alcol bevuto.

In realtà, nonostante la mistica della ricerca della felicità, il Bhutan resta uno dei paesi più poveri dell’Asia. La popolazione apparentemente sembra non curarsi dei soldi perché nel paese nessuno muore di fame, a differenza dei grandi colossi vicini. Tutti hanno un’esistenza dignitosa. Ma resta il fatto che l’emigrazione è in aumento, pur se il legame con la terra d’origine resta fortissimo[6].
Oggi il Bhutan si fa notare perché sta producendo Bitcoin, la criptovaluta più scambiata al mondo, insieme a paesi molto più potenti, come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Il sistema di produzione permette di operare transazioni con una criptovaluta e produce, come contropartita, una frazione di moneta virtuale. Il processo di convalida richiede esatte capacità di calcolo e necessita l’utilizzo di numerosi computer collegati a server che consumano significative quantità di energia. Ma questo per il Bhutan non è un problema perché il paese ha a disposizione un’enorme quantità di energia idroelettrica: c’è una natura meravigliosa, con montagne innevate e splendidi fiumi.

Con un piede nel passato e un altro nel futuro, il Bhutan si avvia quindi verso una decisa modernizzazione, pur senza perdere l’anima. E ricca di anima e di cuore è la gente bhutanese, davvero incantevole e quasi sorprendente per chi sopravvive nella società occidentale, spesso corrosa dalla ostilità e dall’invidia in un epoca in cui ciascuno di noi è “l’un contro l’altro armato”.
Chi ha avuto la fortuna di partecipare a un festival bhutanese sa cosa significa stare a contatto con il suo dolce popolo, che subito ti accoglie. Le celebrazioni religiose, conosciute come Tsechu, sono eventi imprescindibili nella vita di un bhutanese e costituiscono un appuntamento annuale in cui le persone si riuniscono per gioire insieme, indossando gli abiti della festa. Questi festival, che si svolgono in vari dzong e villaggi, sono caratterizzati da danze rituali, canti e rappresentazioni teatrali che narrano storie sacre durante le quali si invocano gli dei Tantrici. Ed è grazie a questa benedizione che il male è annientato e pace e gioia possono regnare.
Quando mi sono trovata ad assistere al Festival di Paro, in un angolo in cui gli occidentali (comunque pochi) erano assenti, le famiglie bhutanesi mi hanno offerto il loro cibo, mi hanno presentato i loro bambini raggianti nell’abitino della festa, mi hanno tentato di insegnare i loro canti.
Il secondo giorno in cui sono andata ho trovato un posto presidiato per me, con due bambinette sorridenti che facevano da guardiane. “La tua presenza qui è una grazia. Che questa festa sia per te una benedizione”, mi ha detto la loro mamma.
E con questa benedizione chiusa nel cuore, unita a un profondo senso d’inadeguatezza, riprendo l’aereo, diretto verso il nostro civilissimo occidente. Si decolla dall’aeroporto a un’unica pista di Paro, il più difficile del mondo. Qui si atterra e ci si innalza in volo intimoriti in quanto le ali sembrano sfiorare, da entrambi i lati, le erte catene montuose. Nel respirare nostalgia, guardo in basso la montagna himalayana che si allontana. E mi capita tra le mani un foglio, in Inglese, dimenticato nella tasca del sedile:
“We are what we think.
All that we are, arises with our thoughts.
With our thoughts we make the world.
Speak or act with a pure mind, and happiness will follow you,
as your shadow, unshakable”.
Note
[1] Del pari, Uluru, montagna simbolo del continente australiano, per gli aborigeni è una montagna sacra e non può essere scalata.
[2] In realtà, la famosa scena dei fuochi di Minas Tirith, nel film Il Ritorno del Re di Peter Jackson, è stata girata sul Monte Ngauruhoe, in Nuova Zelanda.
[3] Venerato dalla scuola Nyingmapa come secondo Buddha, Guru Rimpoche viene considerato il primo e più importante diffusore del buddismo in Tibet, in particolare del buddismo Vajrayāna.
[4] Gli Dzong costituiscono l’elemento architettonico più caratteristico del paesaggio bhutanese. Sono attualmente imponenti monasteri-fortezza nonché centri amministrativi e costituiscono il fulcro delle autorità secolari e religiose.
[5] Sull’inesistenza di un diritto alla felicità nell’ordinamento italiano ci si permette di richiamare: Binda Marina, Note a margine della sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 23 ottobre 2019, in Cultura e diritti, 2-3/2019, Pisa University Press, 2020, nonchè Binda Marina “Il diritto alla felicità” in: “Valetudo et Religio, intersezioni tra diritto alla salute e fenomeno religioso”, Giappichelli, a cura di Beatrice Serra, 2019.
[6] Uno dei pochi film sul Bhutan, Lunana il villaggio alla fine del mondo, narra la storia di un giovane insegnante che coltiva il sogno di espatriare in Australia per diventare una rock star. Il giovane viene destinato dal Ministero nella scuola più remota del mondo, a otto giorni di distanza a piedi da qualsiasi centro abitato. Nel film, tra gli altri argomenti, viene approfondita la relazione ancestrale tra il popolo bhutanese e la musica tradizionale di montagna, legame misterioso e atavico che crea una sorta di imprinting negli abitanti.

Appassionata di diritto ma, soprattutto, innamorata della gente, ho redatto oltre trenta pubblicazioni scientifiche e collaborazioni manualistiche. Ho scritto due libri: il diario di un cammino con i detenuti ed una monografia su detenzione e religione. Vivo tra Roma, Milano e la Toscana e canto, per hobby, in un coro polifonico di musica popolare.

