I fatti di Rieti: l’omicidio, il basket, la mia città

L’omicidio potrebbe definirsi in maniera più efficace, se questa fosse letteratura, come un Pasticciaccio. La piccola Rieti, che s’apprestava ad andare a dormire, si ritrova invece nella piazza digitale, sgomenta ed incredula. Hanno ucciso un uomo. Le notizie sono poche, confuse. Ma vengono rilanciate dall’Ansa nazionale e dall’Adnkronos, quindi è roba grossa per una provincia poco abituata ai riflettori della cronaca nazionale. Forse è morto di infarto, si dice a un certo punto. Per la paura. Che poi non cambierebbe molto, nella morale finale. Forse giusto per gli avvocati, quello sì. Ma per tutti gli altri no. È morto per un sasso scagliato sull’autobus in corsa che riportava a casa i tifosi del Pistoia dopo la partita di basket giocata, e vinta, contro Rieti, nel campionato di Lega 2.

Una volta da queste parti c’erano due o tre bar che facevano il notturno. Si parlava, guarda caso, soprattutto di pallacanestro. Sigarette e cappuccini scandivano le chiacchiere degli insonni, di quelli che andavano a lavorare, di quelli che tornavano dal lavorare, di quelli che cercavano un posto nel mondo e non smettevano di dire che l’unica cosa da fare era andarsene via. Come diceva Ligabue? Che se hai voglia di scappare da un paese di ventimila abitanti, in fondo vuoi scappare da te stesso. Eccola la sensazione stasera, in questo presente dove han chiuso i bar e ci si ritrova sui social. La voglia di scappare. Perché di colpo le certezze vanno crollando come quei castelli di carte del nonno che dal tavolo andavano a puntare verso il soffitto. Li credevamo pronti a sfidare il cielo e invece di colpo, bastava giusto un due di denari messo con poca delicatezza, tutto andava giù. Che cosa è successo a Rieti? Dove è finita la città tranquilla dove si viveva un tempo?

Qualcuno ci prova, a dirlo. La città tranquilla non è mai esistita. È un’idea su cui ci siamo crogiolati, come quando da bambino scopri che Babbo Natale sono mamma e papà ma fai finta di crederci ancora, perché ritieni che convenga così. Esiste una città che ribolle e schiuma rabbia, da anni. I segnali vi sono tutti. Ma certe voci vengono silenziate dalla narrazione comune. Rieti, fino ad ora, è stata una città tranquilla. E così sia.

L’omicidio potrebbe definirsi in maniera più efficace, se questa fosse letteratura, ancora una volta, come un pasticciaccio. Lo hanno architettato talmente malamente che da subito si fa strada una sensazione, ancor prima che la stampa dia un nome alla vittima. In questo libro scritto male, come direbbe Guccini, in questa notte che Rieti allora non è più quel posto tranquillo dove vivere e morire nel proprio letto, ricorre una parola che credevamo confinata nel passato, all’omicidio del babbo di Pascoli penso io: imboscata. Chissà se il povero autista, teneva nelle saccocce un pensierino per le persone amate che lo attendevano a casa.

Nel frattempo che aspettiamo che ci dicano chi era (chi aveva a casa, le sue passioni, di certo pure la squadra del cuorem, insomma il solito lavoro di scavo che i giornalisti fanno perchè il lettore si immedesimi nelle vittime) diciamo che stava solo lavorando. Diciamo che aveva tre figli. E ci scandalizziamo, guardando i nostri, di figli. E in fondo siamo contenti di essere così simili a lui, ma fortunatamente non estratti a sorte nella Lotteria degli Omicidi Insensati. Ci diciamo che li prenderanno presto, i responsabili.

Di una cosa siamo già tutti certi qui a Rieti: sono più di uno. Roba da branco. Chi ha compiuto l’imboscata era al PalaSojourner e con ogni probabilità era protagonista del clima incandescente già verificatosi durante la partita. Il Palazzo, luogo di passione e di storia sportiva e identitaria cittadina, è comunque un palazzetto di provincia che tiene al massimo tremila persone, specie dopo che alcuni anni fa hanno messo i seggiolini sui gradoni a rubare spazio. Ricordo una partita mitica, una finale playoff persa contro il Castelmaggiore, in cui saremmo stati almeno cinquemila. Altri tempi. Comincio ad invecchiare. La gente fumava e bestemmiava, sui gradoni del PalaSojourner.

Con il Castelmaggiore giocava Roberto “Picchio” Feliciangeli, poi divenuto nostra bandiera. Qualcuno scrisse che quella sera s’era vestito da Scottie Pippen. Forse lo scrisse Gigi Ricci, il più grande giornalista di pallacanestro locale. Uno che se lo incontri ad Agosto a mangiare un gelato e gli chiedi informazioni sul mercato, lui stringe gli occhi e ti dice cose tipo: “Arnold Willis, ala tiratrice, Chicago. Partito in quintetto l’ultima stagione all’Università. Per quello che costa un affare. Temo che però all’inizio si prenderà diversi fischi per passi in partenza”. Come se lui questo Arnold Willis lo avesse visto davvero tre o quattro volte giocare, a Chicago.

Roberto “Picchio” Feliciangeli. Photo credit: Rieti Life.

Scusate la divagazione. Ecco cos’è il basket, comunque. È una cosa che ci traversa l’esistenza qui a Rieti, e che forse stasera abbiamo perso per sempre. Essendo stati tutti lì dentro, sappiamo bene comunque, riannodando i nodi del Pasticciaccio, che la Curva tiene neanche un 10% degli spettatori totali, considerando anche gli adolescenti in età scolare, compresi quelli che ancora vanno alle medie. Chissà che non ci sia anche qualcuno di loro, nel branco. I tempi dei sold out, tra l’altro, sono lontani. Quindi da subito sappiamo che gli assassini sono da ricercarsi in un gruppo ristretto di massimo un centinaio di persone, a dirla lunga. Questo lo sappiamo noi. Ma di certo la Polizia, che la curva la attenziona ogni partita, avrà già ristretto ulteriormente la lente.

Da subito quindi sappiamo che c’è un morto ammazzato, ma che non ci sarà un vero investigatore in questa vicenda brutta. Ci sarà giusto bisogno di aspettare un po’ di ore, una mezza giornata, tutta stanotte e forse domani a dirla lunga, il tempo che gli inquirenti mettano un po’ di ordine tra gli elementi sparsi qua e là per ritrovare la firma che c’è sulla pietra che ha colpito il povero autista, in servizio di appoggio, ammazzandolo e cambiando per sempre questa città. Perché Rieti, fino ad ora, è stata una città tranquilla. E così sia.

E anche nel 2025 le cose non vanno molto meglio. Photo credit: Italia Oggi.

L’omicidio potrebbe definirsi in maniera più efficace, se questa fosse letteratura, ancora una volta, come un Pasticciaccio. L’hanno architettato in maniera talmente tanto grossolana che, svegliandomi da un sonno dormito male, per un attimo credo e spero di aver sognato. Invece è tutto vero. Con me si risveglia Rieti, con Rieti l’Italia, e in Italia adesso non si parla d’altro. Era già successo, nove anni fa, ma quella volta c’aveva pensato il terremoto, in cui l’uomo non ha colpe. Concetto questo relativo, perché nelle case che cadono giù invece le colpe spesso ci sono, ma lasciamo perdere.

Oggi la natura non c’entra. C’è un povero Cristo innocente, a cui nel frattempo hanno messo un nome e un cognome: Raffaele Marianella. Di lui sappiamo che ha tre figli e una seconda moglie; e quindi anche una prima. Una vita vissuta, come ognuno di noi. Più tardi ci diranno che gli mancava poco per la pensione e che sognava di trasferirsi in Giappone, ché la seconda moglie viene da lì. Che viveva a Firenze, ma che era nato a Roma. Che su quel bus non doveva manco starci. Era andato in appoggio ad un collega più giovane per insegnargli un po’ il mestiere. Tutti pensiamo che se avessero colpito il guidatore, forse piangeremmo più morti. Tentata strage, dicono al tribunale del bar. Stiamo vivendo in un libro di Stefano Benni, nel capitolo che non ha mai scritto, quello che fa piangere.

Mentre si ricostruisce la vita della vittima, tutto tace rispetto ai responsabili. Le voci però girano. Città piccola, tutti sanno. In Questura è tutta la notte che vanno interrogando. Avremmo voglia di non uscire di casa, di starcene sdraiati a mettere ordine ai pensieri, mentre in tv questa città in genere dimenticata è su tutti i canali. Il nome di Rieti è rilanciato dalle testate di tutta Europa. Si associa ad una cosa che ad oggi ci ha sempre rappresentato, la pallacanestro, e ad un’altra che da oggi identificherà il basket reatino e tutta la città: un omicidio senza capo né coda.

Vorremo che questa sensazione, questa onta che ci coinvolge tutti, scomparisse velocemente. Perché questo succeda, c’è bisogno che gli assassini siano il più lontano possibile da noi. Che non ci diano maniera di sentirci simili a loro. Per potersi esercitare, il disprezzo ha bisogno di distanza. Ma a qualcuno dovranno pur somigliare. Sono certamente persone che stavano al PalaSojourner. Come tanti ieri sera. Come un po’ tutti noi, che nel corso della vita tante volte abbiamo risalito quei gradoni, incitato la squadra, pianto e gioito, affrontate trasferte su e giù per l’Italia per quei due punti per andare ai play off.

Questa somiglianza viene progressivamente scacciata attraverso una frase fatta. La gente che ha ucciso, chiunque essi siano, con lo sport non c’entra niente. Non sono come noi. Niente di più vero, ma si fa strada un’altra sensazione, legata forse al concetto di banalità del male. Dentro al PalaSojourner, i mostri portatori di morte sono entrati e noi, che ci consideriamo la Rieti sana, non abbiamo usato nessuna arma a disposizione per scacciarli. Anzi, probabilmente abbiamo anche cantato i loro cori.

Spengo tutto ed esco fuori, a scacciare questa sensazione di corresponsabilità. In giro per la città non va meglio. Il dolore è comune. Ripenso ad un’espressione che esce fuori da uno di quei cassetti della memoria chiusi a chiave: alba plumbea. Sono sicuro di averla letta o ascoltata rispetto al risveglio di morte di Longarone la notte dopo i fatti del Vajont. Forse l’ha pronunciata Paolini nella sua orazione. Ma forse era di Buzzati. Non lo so. Concedetemi il lusso di non risalire alla fonte, non me ne vogliano Eco e la Fallaci. Comunque, mi pare l’atmosfera di questa mattina, qui a Rieti. Incroci volti stanchi, che non hanno dormito o hanno dormito male. Gente cresciuta a pane e pallacanestro, al bancone del bar, che ha la faccia di quello che gli hanno rubato i ladri a casa.

Inutile dirlo che il basket e il tifo, non entrandoci nulla, c’entrano al contempo molto con i fatti. L’assalto è maturato al termine di una partita segnata da tensioni tra tifoserie. Ci si domanda un po’ tutti quando è successo qualcosa alla Curva, tanto da cambiarla in maniera così radicale? Quando i vecchi tifosi hanno ceduto il passo, perché non abbiamo capito che c’era qualcosa di storto? Qualcosa evidentemente si è rotto. Sì, ricordiamo le battaglie a suon di sfottò e di bandiere rubate con Caserta e Montegranaro, ma ancora ci piace pensare che Rieti, fino ad ora, è stata una città tranquilla. E così sia.

L’omicidio potrebbe definirsi in maniera più efficace, se questa fosse letteratura, ancora una volta, come un Pasticciaccio. E’ accaduto in prossimità di un anniversario suggestivo (anche se, chiaramente, gli omicidii non accadono, ma vengono fatti accadere). Le cronache nazionali lasciano alla locale il privilegio di maturare suggestioni con il ventennale della morte di Willie Sojourner, l’uomo che ha reso la pallacanestro reatina grande. Il suo nome è associato ad un’aneddotica infinita che qui da noi è Vangelo. Il suo arrivo a Rieti al posto del fratello. La prima partita con la mano buona fasciata e quei 32 punti che segnarono l’inizio di un amore grande consumato dal 1976 al 1982.

Sarebbe bello, se questo fosse un pezzo su Willie. Anche perchè, per dirla tutta, un articolo su quello che lui significa per Rieti l’ho già scritto. Una vita da film, poi continuata dopo Rieti con il ritorno negli Stati Uniti e la scomparsa in povertà da qualche parte vicino a Albuquerque. Ritrovato dopo un giro di telefonate, colui che fece grande la nostra città tornò nel 2005 durante il rinascimento della Sebastiani a marchio Papalia. Gli affidarono i bambini. Una bella idea, il più grande di tutti che si occupa dei campioni di domani. E anche di quelli che ci proveranno e basta. Perché lo sport, è importante anche per le schiappe. Soprattutto per loro.

Ci si mise il destino, di mezzo, 19 di Ottobre dello stesso anno, ad interrompere la terza seconda vita di Sojourner, così come la seconda e la prima. Su di un vialone tra Rieti e la frazione di Vazia, su di un albero dove adesso c’è una targa che porta il suo nome, finì la sua corsa il campione di tutti. Ricordo i funerali, all’ex Palaloniano ora PalaSojourner. La gente piangeva come fosse morto uno di casa. La bara su quel parquet che aveva visto giocare anche John Bryant, poi papà di Kobe, che qui tirò i primi tiri a canestro, non la dimenticheremo mai.

C’è un’enciclopedia parzialmente scritta da Luigi Ricci, memoria vivente del basket reatino, sulla lunga sequela di campioni capitati da queste parti. La sensazione ora è che tutto sia destinato a scomparire. Tutto il bello che è successo in passato, adesso proprio in concomitanza con la morte dello Zio, cancellato insieme ad una vita da dei balordi qualsiasi, ancora senza nome. Che bello che era, quando c’era Sojourner. Sono passati molti anni da quei giorni di gloria. Ma fino a stamattina comunque abbiamo sempre pensato che Rieti, fino ad ora, è stata una città tranquilla. E così sia.

L’omicidio potrebbe definirsi in maniera più efficace, se questa fosse letteratura, ancora una volta, come un Pasticciaccio. Si risolve verso l’ora di cena quando dalla Questura le macchine della polizia portano i tre maggiori sospettati direttamente presso il vicino carcere di Vazia. Non lontano da dove è morto Sojourner. Escono i nomi. Le biografie su Facebook parlano per loro. Nessuno si stupisce appartengano, almeno in due, ad associazioni neofasciste. In una città di destra, la cosa crea imbarazzo. La gente si improvvisa teorica del diritto e tende a sottolineare che non essendo un omicidio politico, la politica non c’entra.

Eppure quei volti, quei giubbotti neri, narrano di qualcosa che infastidisce le viscere e i sonni della parte, questa sì, veramente buona della città. Una larghissima maggioranza. Composta chiaramente anche da rispettabilissimi elettori di centrodestra, gente che vorrebbe giusto vivere le sue giornate in una Rieti tranquilla come (forse) era un tempo. Poche ore fa un consigliere comunale, Angela De Marco, quota Fratelli d’Italia, partito di maggioranza, ha ricondotto l’omicidio all’impunità generale del clima Salis.Verrebbe da lanciarsi sul computer e scrivere di iniziare, piuttosto, a riflettere su parte dell’elettorato di coalizione. Ma lascia perdere, vuoi mica buttarla in politica, ora che è morto un uomo? Si rischia di fare sciacallaggio, ti suggeriscono.

A proposito di sciacalli reatini. Photo credit: Fanpage.

Del resto c’è da pensarla più a fondo, la cosa, questo è vero. Proprio l’altro ieri, Luigi Ricci, ancora lui, il cantore del basket, ha scritto un trafiletto sulla mala movida, passato inosservato su Il Messaggero. Qualche sera fa, un ragazzo in seguito ad una rissa è precipitato giù da un ascensore del centro storico, rimettendoci quasi le penne. Di questo ha scritto, Luigi Ricci. Pensi a quei volti la notte, quando ancora ti capita di uscire. Alle risse fuori dai bar. Alla cocaina, che scorre a fiumi. Qui, come nel resto d’Italia.

Pensi ad un autista di autobus morto non per una partita di pallacanestro, ma perché qualcuno ha reputato logico andare a prendere a sassate un bus di tifosi avversari. Spedizione punitiva, scriveranno. Imboscata, hanno scritto e scriveranno. C’è qualcosa che ha covato un male, una serpe uscita da un uovo. Rieti ora è Derry di King. Ridurre la cosa al neofascismo sarebbe riduttivo. C’è un vuoto, dentro. Che qualcuno lo ha riempito alla peggiore delle maniere. C’è un morto ora all’obitorio. La sua famiglia è venuta a piangerlo dalla Toscana. Sua moglie tornerà in Giappone, forse. da sola. Titoli di coda.

E no, non finiamo scrivendo che Rieti, fino ad ora, è stata una città tranquilla. Non lo era già da un pezzo. Un sasso lanciato ce lo ha fatto finalmente capire.

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