Istanbul, Atatürk Airport, già uno dei più grandi e trafficati d’Europa, è uno scalo oramai in corso di dismissione. La smania di grandezza del nuovo impero ottomano suggerisce di sostituirlo con un altro ancora più grande, a simboleggiare l’egemonia della Turchia, nuova potenza politica ed economica mondiale.
Un tempo, una volta atterrati al vecchio scalo di Atatürk (a me è successo una trentina di anni fa), era facile che venissero in mente le immagini dello straordinario film di Alan Parker, Fuga di mezzanotte (1978), che raccontava la storia vera di un turista americano incarcerato nelle segrete di Istanbul, dopo un processo sommario, per aver tentato di portarsi a casa in aereo due chili di hashish legati al petto. Ambienti bui, puzza di sigarette, poliziotti baffuti ed occhiuti: in quell’aeroporto tutto contribuiva a rendere l’idea di un paese oppressivo ed autoritario.
Il film, in realtà, fu girato a Cipro e provocò un incidente diplomatico tra la Turchia e gli Stati Uniti di Richard Nixon, particolarmente attento alla questione dei diritti umani in Anatolia, assai meno a quelli dei popoli latinoamericani. Proprio in quegli anni, infatti, prendeva forma il Plan Condor, promosso da Henry Kissinger, futuro premio Nobel per la pace, per contrastare l’avanzata del comunismo nel cosiddetto «cortile di casa» degli Stati Uniti, come Washington considerava l’America Latina. Altra epoca.
Di quegli hangar sgangherati non resta più nulla se non il nome di Kemal Atatürk, il padre della moderna Turchia, che trasformò il regime teocratico degli ottomani nella Repubblica laica che è stata sino a pochi anni fa. Esattamente sino all’avvento di Erdogan, un sultano moderno che, strizzando l’occhio alla pancia musulmana del paese un po’ come tentano di fare i movimenti ultraconservatori cristiani di matrice populista in Occidente, esercita oggi un potere dispotico, pur con un indubbio consenso popolare.
Un misto di paternalismo autoritario, tipico delle satrapie levantine, condito da un sovranismo nazionalista che sta adombrando gli sforzi che fecero Ataturk ed i suoi Giovani Turchi per trasformare il paese in una moderna democrazia laica. A parte questo, Istanbul resta comunque una straordinaria città, il più grande melting pot dell’Asia minore, dove convergono gli appetiti di tante realtà turcofone. Parliamo di diversi milioni di persone, provenienti in gran parte dalle ex repubbliche sovietiche.
Sono i volti scuri con gli occhi a mandorla di Tagiki, Kirghizi, Turkmeni, quelli che si vedono uscire dalle porte di servizio dei ristoranti o scendere dai mezzi della nettezza urbana. Umile manodopera spesso arrivata in Turchia perché cacciata dalla Russia di Putin che, al pari dell’URSS, gli islamici dell’Asia Centrale li ha sempre considerati solo come mera forza lavoro da utilizzare e, quando non più necessaria, da scacciare.
La presenza di tanti migranti testimonia la crescente forza economica della Turchia, una ricchezza oramai visibile ovunque, ad Istanbul soprattutto, che in verità le ha fatto un po’ perdere quell’aura di mistero che l’ha sempre caratterizzata.
Quartieri come Besiktas o Taksim in realtà potrebbero trovarsi in qualsiasi città d’Europa o d’America. Ristoranti di lusso e centri commerciali si alternano ad eleganti condomini dove sono visibili gli agi di una classe alto borghese con gusti europei, anche se geograficamente impiantata nella parte asiatica della città.
Dall’altra parte del Bosforo, le antiche vestigia di Costantinopoli e di Bisanzio testimoniano il ricco passato della capitale dell’Impero Romano d’Oriente, con chiese cristiane trasformate in moschee, come è accaduto a Santa Sofia, ed antiche cisterne, lascito dei Romani che senza acqua e bagni termali non potevano sopravvivere. Ed ancora, gli ebrei, con le loro sinagoghe pacificamente coesistenti da sempre con le moschee. O le testimonianze degli Italiani, come la straordinaria Torre di Galata regalo dei Genovesi che hanno contribuito a rendere magnifica e potente Istanbul, contrapposta ai rivali di Venezia.
Italiani, che da qualche anno accorrono a frotte sulle sponde del Bosforo. Tanti non sono turisti, hanno (quasi) tutti intorno ai trent’anni e la loro visibilissima caratteristica comune è un cranio punteggiato da evidenti lesioni cutanee dall’aspetto non proprio gradevole. Le lesioni sono dovute all’auto-trapianto di bulbi piliferi, che assicurano la ricrescita della perduta chioma a questi ex calvi nella misura di 4-5 capelli per bulbo.
Vengono dolorosamente impiantati su giovani uomini che non riescono a sopportare una incipiente e prevoce calvizie e ricorrono sempre di più agli specializzati chirurghi turchi per porre fine ad un destino tricologicamente avverso e gramo. Poche migliaia di euro il costo dell’intervento, volo, alloggio e pasti inclusi, in una delle numerose cliniche specializzate locali, prezzo mediato per lo più da agenzie di viaggio italiane che evidentemente in tempo di crisi hanno diversificato la loro offerta turistica.
La formula è “soddisfatti o rimborsati” e, almeno a giudicare dai numeri, sembrano di più quelli felici di poter tornare a pettinarsi che quelli pronti a fare causa ad un ospedale turco (e ad una agenzia italiana) per i danni provocati alla cute glabra del cranio.
Persone a cui sarebbe forse da consigliare la lettura di Sinesio di Cirene, autore romano, che, nel secolo IV secolo d.C., scrisse un delizioso trattatello dal significativo titolo “Elogio della calvizie“. Un’opera che, in verità, più che di folte chiome e mascoline bellezze, dissertava sulla necessità di accettare se stessi.
Il che non è affatto poco.
Avvocato e giornalista, coltivo un’antica passione per l’America Latina e l’Europa Orientale. Ma resto comunque convinto che non esista un paese che non valga la pena di essere visitato. E mi sono regolato di conseguenza. Siccome arriva sempre il momento in cui ti rendi conto di sapere meno di quanto pensi, mi sono rimesso a studiare e quelle quattro cose che so ho deciso di spacciarle su Deep Hinterland. Senza pretese che esse siano risolutive dei dubbi di chi legge, anche perché penso che ognuno farebbe bene a tenersi stretti tutti i suoi affanni. Alla fine, sono convinto, tornano sempre utili.

