Carrie e lo sguardo di Flanagan: tradurre King sullo schermo oggi

È ben nota l’enorme influenza culturale esercitata dalle decine di romanzi scritti da Stephen King, così come sono altrettanto note le difficoltà legate ai loro adattamenti cinematografici e televisivi. Basti pensare ai celebri dissidi tra King e Stanley Kubrick durante la produzione di Shining (1980), o alle diverse trasposizioni di IT, spesso rivelatesi fallimentari.

​Osservando la filmografia tratta dalle opere dello scrittore, si possono individuare tre grandi blocchi. ​Ci sono in primo luogo gli adattamenti pedissequi: ottimi film e trasposizioni fedeli, quasi alla lettera, ma talvolta penalizzati dal passaggio al medium audiovisivo, come Stand by Me (1986), Il Miglio Verde (1999) e Le ali della Libertà (1994).

​Si incontrano poi i capolavori cinematografici, pellicole d’autore che sfruttano sapientemente il linguaggio del cinema, arrivando però a “tradire” la fonte originaria e a stravolgerne il testo per sviluppare un discorso autonomo. Fra questi non possiamo non citare di nuovo lo Shining di Kubrik, così come Carrie (1976) di Brian De Palma.

Troviamo infine i flop clamorosi, ovvero opere in cui la trasposizione in un altro medium comporta una riduzione drastica della portata e della complessità narrativa del testo di partenza, fra cui le varie versioni di IT, ma anche i più recenti Il gioco di Gerald (2017), Doctor Sleep (2019), così come Pet Sematary (1983) ed i suoi vari remake assieme a svariate serie TV uscite nel corso del tempo.

Negli ultimi anni, tuttavia, un regista è riuscito a tracciare un percorso inedito sulle piattaforme televisive, compiendo un’operazione mai riuscita prima: interiorizzare la poetica di King per riadattarla con un estro nuovo e personale, rileggendone l’immaginario per fondarne uno inedito.

​Il regista in questione è Mike Flanagan, che esordisce nel 2013 con Oculus, un film indipendente di modeste dimensioni distribuito in Italia l’anno dopo, in cui la narrazione riprende già meccanismi ben collaudati dallo scrittore del Maine, come la capacità di muoversi armoniosamente tra linee temporali differenti per raccontare un’unica vicenda e l’approfondimento psicologico dei personaggi. Fin da questa prima opera, il talento di Flanagan risiede nell’utilizzare il montaggio con grande sapienza per tradurre sullo schermo una tecnica che, sulla carta stampata, si affida a dinamiche del tutto differenti.

Dopo il successo di Oculus, Flanagan si dedica poi, nel 2016, a tre film dalle velleità “commerciali” e dalla resa che passa dal mediocre al discreto, con i quali si fa conoscere ulteriormente al grande pubblico. Ma è negli anni successivi che il rapporto con l’opera di Stephen King si fa sempre più stretto: viene infatti scelto per la regia degli adattamenti de Il gioco di Gerald e di Doctor Sleep, il sequel di Shining.

Purtroppo, anche in questo caso, la trasposizione dei testi di King risente delle difficoltà tipiche del passaggio a un altro medium. sebbene Flanagan inizi a definire un’estetica più precisa e un maggiore virtuosismo registico, così come a costituire una sua fidata rosa di attori ricorrenti, le sue opere non riescono mai a catturare del tutto sul grande schermo la grandezza affabulatrice caratteristica dello scrittore statunitense.

È però nel mezzo televisivo che Flanagan riesce a trovare quel respiro narrativo che meglio si addice alla vastità interiore ed esteriore dei racconti e dei personaggi partoriti da King. Ha inizio così il biennio 2018-2019, che vede l’uscita su Netflix di The Haunting of Hill House e The Haunting of Bly Manor, serie antologiche dedicate a vicende incentrate su una casa maledetta.

Finalmente, grazie al formato seriale, Flanagan può far suo uno degli elementi cardine della drammaturgia kinghiana: la coralità. Ad ogni personaggio viene così dedicato il giusto spazio, costruendo una fitta rete di esistenze interconnesse. A questo si aggiunge una maggiore enfasi sul rapporto tra passato e presente, che cementa un discorso genealogico sulla famiglia, sulle generazioni e sugli orrori ereditati, trovando nella casa maledetta il fulcro da cui dipanare la narrazione. Un orrore quotidiano, familiare ed emotivo, che eredita in tutto e per tutto la poetica di King.

Un percorso che trova il suo culmine in Midnight Mass (2021), momento in cui il sodalizio con lo scrittore del Maine si fa davvero concreto. L’opera, esplicitamente ispirata a Le notti di Salem, riflette sul racconto di una certa America profonda, dove il confine tra fede e fanatismo religioso si fa sottile, incarnando perfettamente lo spirito più autentico della narrativa kinghiana.

​L’ispirazione si sposta invece verso Edgar Allan Poe ne La caduta della casa Usher (2023). Pur attingendo a piene mani dall’immaginario del grande autore gotico, però, l’impronta del Flanagan “kinghiano” rimane intatta. Ritroviamo qui infatti la medesima attenzione nel cesellare i personaggi, nell’indagare il peso delle generazioni e nel riaffermare, ancora una volta, la forza della coralità narrativa.

Si giunge così al recente adattamento di Carrie (2026), prodotto e distribuito da Amazon. Si tratta della prima trasposizione seriale della storia di Carrie, ma anche della prima serie di Flanagan tratta direttamente da un romanzo di King. Con quest’opera, il regista rilegge un consolidato cult letterario e cinematografico attualizzandolo nel presente, coniugando lo spirito originario del testo con il suo personale e ormai inconfondibile stile.

​Spostandosi dal celebre e ineludibile film di Brian De Palma, la visione di Flanagan si riavvicina profondamente alla matrice letteraria del romanzo, riposizionando il genere dell’opera meno sul versante dell’orrore puro e più su quello del teen drama. Se il sovrannaturale e il fantastico mantengono un ruolo chiave, scompare del tutto dalla serie la componente più marcatamente macabra, a favore di un’indagine intima e psicologica.

Nel tracciare questo nuovo racconto, Flanagan intercetta e riflette i mutamenti radicali dell’America contemporanea: la figura dei genitori muta profondamente, facendosi oggi asfissiante, iperprotettiva e ingombrante, in netto contrasto con il vuoto e la totale assenza descritti all’epoca di King e di De Palma.

Queste riflessioni sulla genitorialità contemporanea si intrecciano inestricabilmente con il ruolo pervasivo e tossico svolto oggi dalla tecnologia, dei social media e dalle tensioni sociali della provincia americana nell’era trumpiana, satura di guerre culturali, paranoie diffuse e teorie del complotto. Encomiabile anche la volontà di rintracciare certe estetiche ed influenze nelle teen stories più di tendenza degli ultimi anni: Euphoria, Stranger Things, 13 Reason Why ed addirittura il videogioco del 2014 Life is Strange.

È proprio ispirandosi a queste saghe che l’adattamento introduce un’importante novità: la serie si conclude infatti con un finale aperto, lasciando spazio alla possibilità di una seconda stagione. Una scelta che rivela l’originalità dell’approccio di Flanagan, disposto a spingere Carrie oltre i confini narrativi tracciati da King e a esplorarne sviluppi inediti, assumendosi tutti i rischi che un simile scarto dall’opera originale comporta.

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