Antropologia del denaro: al supermercato con Georg Simmel

Qualche giorno fa mi è capitato un episodio molto semplice al supermercato. Ero alla cassa e, mentre aspettavo il mio turno, ho iniziato a osservare le persone intorno a me. C’era chi controllava il prezzo dei prodotti, chi confrontava due confezioni quasi identiche, chi rinunciava a qualcosa perché costava troppo. Anch’io, in realtà, mi sono trovato a fare la stessa cosa. Prima di chiedermi se un prodotto mi piacesse o se ne avessi davvero bisogno, mi sono chiesto quanto costasse e se valesse la pena acquistarlo.

Mentre osservavo quella scena, mi sono reso conto che, al supermercato, non scegliamo semplicemente tra prodotti diversi: siamo continuamente chiamati a confrontarli attraverso il prezzo, la qualità e la convenienza. Guardiamo le offerte, controlliamo il prezzo al chilo, valutiamo se convenga acquistare una confezione più grande oppure se sia meglio scegliere un prodotto meno costoso. Anche quando due prodotti sembrano simili, cerchiamo di individuare una differenza che ne giustifichi il prezzo. E così, quasi senza accorgercene, iniziamo a tradurre le nostre preferenze in una serie di valutazioni economiche.

La cosa interessante è che questo modo di ragionare non riguarda soltanto gli acquisti più importanti. Anche davanti a una piccola spesa quotidiana ci troviamo a decidere se qualcosa meriti il prezzo che ha, se sia davvero conveniente o se quei soldi potrebbero essere utilizzati meglio. A volte finiamo persino per rinunciare a un prodotto che ci piace, non perché non lo desideriamo, ma perché il suo costo ci sembra eccessivo.

Altre volte, invece, acquistiamo qualcosa perché è in offerta, anche se non avevamo davvero intenzione di comprarlo. Il prezzo, insomma, non interviene soltanto dopo che abbiamo deciso che cosa vogliamo: contribuisce a determinare che cosa desideriamo, che cosa consideriamo utile e a che cosa siamo disposti a rinunciare. Pensandoci, è curioso che prodotti molto diversi tra loro possano essere messi sullo stesso piano attraverso il denaro. Il sapore di un alimento, la qualità di un prodotto, il piacere di concedersi qualcosa o la necessità di risparmiare appartengono a dimensioni differenti. Eppure, davanti allo scaffale, tutto finisce per entrare in un unico calcolo.

Ci chiediamo quanto costa una cosa, quanto possiamo risparmiare e se il suo prezzo sia proporzionato a ciò che offre. Questo non significa che smettiamo di considerare le nostre preferenze personali, ma che queste si intrecciano con una valutazione quantitativa. E forse è questa la cosa colpisce di più: un gesto così ordinario come scegliere cosa mettere nel carrello contiene già un modo particolare di rapportarsi alla realtà. Non ci limitiamo a desiderare qualcosa o a riconoscerne le qualità, ma cerchiamo anche di stabilire quanto valga rispetto ad altro. Il denaro diventa, così, una sorta di misura comune capace di rendere confrontabili cose che, per molti aspetti, sono diverse.

Quello che mi stava accadendo al supermercato era, in piccolo, un esempio di un fenomeno molto più ampio: il denaro non serve soltanto a permetterci di acquistare qualcosa, ma finisce spesso per diventare un criterio attraverso cui valutiamo persone, oggetti, esperienze e persino le nostre stesse scelte. Questa è, all’ingrosso, l’ipotesi del grande sociologo tedesco Georg Simmel (1858-1918), uno di quelli che dovrebbe essere studiato nelle scuole dell’obbligo. Con l’affermazione dell’economia monetaria, il denaro smette di essere soltanto uno strumento che facilita gli scambi e può trasformarsi in un fine autonomo. Per capire come si arrivi a questo punto, bisogna però partire dalla funzione originaria del denaro e dai vantaggi che ha introdotto nella vita quotidiana.

Prima della diffusione della moneta, gli scambi potevano avvenire attraverso il baratto, cioè mediante lo scambio diretto di beni. Ma questo sistema presentava diversi limiti. Immaginiamo, per esempio, un allevatore che possiede delle pecore e vuole procurarsi del grano. Per concludere lo scambio, deve trovare qualcuno che abbia del grano e che, nello stesso tempo, sia disposto ad accettare delle pecore in cambio. Inoltre, bisogna stabilire quante pecore corrispondano a una certa quantità di grano, oppure a un altro bene, come una mucca, degli attrezzi o un vestito. Non sempre, quindi, è facile trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti. Il denaro permette di superare queste difficoltà. Invece di scambiare un bene con un altro, possiamo vendere ciò che possediamo e utilizzare il denaro ricevuto per acquistare ciò di cui abbiamo bisogno.

Georg Simmel (1858-1918). Photo credit: Wikepedia

Inoltre, grazie ai prezzi, beni diversi possono essere confrontati attraverso una misura comune. Una pecora, una certa quantità di grano e un attrezzo non sono la stessa cosa, ma possono essere valutati in termini monetari e acquistati o venduti sulla base di tale valutazione. Il denaro, dunque, rende gli scambi più agevoli, amplia le possibilità di scelta e ci permette di entrare in rapporto con persone che non conosciamo, senza dover necessariamente stabilire con loro un legame personale.

È proprio questa sua capacità di semplificare e rendere più flessibili le relazioni economiche a spiegare perché il denaro sia diventato così importante nella società moderna. Tuttavia, c’è anche un altro aspetto da considerare: quando il denaro diventa la misura comune di beni e servizi molto diversi, la possibilità di confrontarli può estendersi anche al nostro modo di valutarli. Ciò che, inizialmente, rappresenta uno strumento utile per facilitare gli scambi può così finire per influenzare il nostro modo di attribuire valore alle cose, fino a diventare un criterio che utilizziamo anche al di fuori della sfera economica.

Proprio qui emerge un aspetto ancor più problematico. Se il denaro ci permette di acquistare beni, soddisfare bisogni e scegliere come utilizzare le nostre risorse, possederne significa anche disporre di una serie di possibilità future. A differenza di un bene specifico, serve a uno scopo preciso, il denaro ha una funzionalità aperta: possiamo utilizzarlo per comprare cibo, vestiti, una casa, un viaggio oppure per affrontare una necessità che ancora non conosciamo. Accumulare denaro, quindi, significa anche conservare la possibilità di scegliere più tardi, senza dover decidere immediatamente come impiegarlo.

Questo può essere certamente utile e ragionevole. Risparmiare ci permette di affrontare gli imprevisti, progettare il futuro e sentirci più sicuri. Ma il problema nasce quando il risparmio non è più orientato a uno scopo e diventa una ricerca che tende a proseguire indefinitamente. Se il denaro è desiderabile perché consente di ottenere molte cose, può finire per essere desiderato anche indipendentemente da ciò che permette di acquistare. In altre parole, non accumuliamo più soltanto per soddisfare i nostri bisogni o realizzare i nostri progetti, ma anche per il semplice fatto di potere e volere accumulare ancora.

Quest’ è proprio uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Simmel. Il denaro, che inizialmente rappresenta un mezzo per raggiungere determinati obiettivi, può trasformarsi in un obiettivo autonomo. E poiché non esiste una quantità di denaro che, di per sé, stabilisca definitivamente quando ne abbiamo abbastanza, la ricerca della ricchezza può diventare potenzialmente senza fine. Il rischio è che il possesso del denaro finisca per occupare uno spazio sempre maggiore nella nostra vita, sottraendo tempo e importanza ad altre esperienze e relazioni che non possono essere ridotte all’economia. Pensandoci, quindi, anche un episodio banale come quello della spesa mostra quanto il denaro possa modificare i nostri rapporti con le cose e le altre persone.

Come ci insegna Paperon de Paperoni, il denaro spesso non dà la felicità. Photo credit: Luciano Bottaro (per Topolino).

Al supermercato, per esempio, prodotti molto diversi tra loro vengono messi a confronto attraverso un unico criterio: il prezzo. In questo senso, qualcosa di qualitativamente diverso può essere ricondotto a una quantità numerica e quindi confrontato con tutto il resto. Secondo Simmel, questa centralità del denaro incide anche sulla natura dei rapporti sociali. In una società caratterizzata dal continuo scambio di denaro, le relazioni tra gli individui tendono a perdere una parte della loro dimensione personale, perché sempre più spesso vengono mediate da transazioni economiche e rapporti regolati contrattualmente.

Insomma, il denaro può diventare un modo per mantenere le distanze dagli altri, perché permette di regolare i rapporti attraverso uno scambio preciso, senza dover creare un legame personale o sentirsi coinvolti nella vita altrui. Quando paghiamo per ottenere un bene o un servizio, per esempio, il rapporto può esaurirsi nella transazione: ciò che conta è che ciascuno riceva ciò che gli spetta, senza che si creino ulteriori obblighi reciproci. In questo modo, il denaro rende i rapporti più impersonali, ma anche più autonomi, perché riduce la dipendenza da legami e da vincoli di reciprocità. Pensiamo a quante delle nostre relazioni quotidiane sono fondate su uno scambio: paghiamo qualcuno per un servizio, acquistiamo qualcosa da una persona che non conosciamo, affittiamo una casa, utilizziamo un servizio online senza avere alcun rapporto personale con chi lo offre.

Da una parte, questo processo crea una maggiore distanza tra le persone. Dall’altra, però, presenta anche un possibile vantaggio: proprio perché le relazioni non sono necessariamente fondate su legami o obblighi personali, queste possono essere modificate, concluse o sostituite con maggiore libertà. In questo senso, la monetizzazione dei rapporti sociali produce contemporaneamente distanza e libertà.

Gli effetti di questa trasformazione, secondo Simmel, diventano particolarmente evidenti nella metropoli. La vita urbana ci espone continuamente a persone, informazioni, immagini, rumori, pubblicità, richieste e stimoli diversi. Se penso anche solo a una giornata trascorsa in città, mi rendo conto di quante sollecitazioni commerciali ricevo continuamente: messaggi sul telefono, pubblicità per strada, vetrine, notifiche, prezzi, offerte, possibilità di acquisto. Di fronte a questa grande quantità di stimoli, l’individuo ha bisogno di sviluppare una sorta di difesa psicologica. Non può reagire emotivamente a tutto ciò che incontra perché sarebbe sottoposto a una pressione continua.

Per questo, tende a prendere le distanze da ciò che lo circonda e a sviluppare una certa indifferenza, che Simmel definisce condizione blasé. L’atteggiamento blasé consiste in una sorta di indifferenza nei confronti delle differenze qualitative tra le cose: di fronte alla continua sovrabbondanza degli stimoli, l’individuo tende a percepire ciò che lo circonda come sempre meno capace di sorprenderlo o coinvolgerlo. Ciò che inizialmente potrebbe sembrarci interessante, particolare o sorprendente finisce per diventare parte di uno sfondo indistinto. La quantità degli stimoli è così elevata che tutto rischia di apparire equivalente.

Ripensando a quella semplice scena al supermercato con cui ho aperto questo articolo, mi rendo conto che, dietro gesti apparentemente banali come confrontare due prezzi, scegliere l’offerta più conveniente o chiedersi se qualcosa “valga” quanto costa”, si nasconde un modo più generale di guardare il mondo. Il denaro ci permette di confrontare cose diverse e di rendere più semplici molte delle nostre scelte, ma rischia anche di diventare il criterio con cui attribuiamo valore a ciò che ci circonda.

È questo, forse, l’aspetto più interessante della riflessione di Simmel: il denaro non modifica soltanto il modo in cui compriamo e vendiamo, ma può cambiare anche il modo in cui guardiamo le cose e ci rapportiamo agli altri. E così, tra un pensiero e l’altro, finisco di mettere la spesa sul nastro, pago e raccolgo le borse. Fuori dalle casse, qualcuno si ferma a salutare una persona che conosce, mentre un altro cliente si affretta verso l’uscita, controllando lo scontrino. Io mi avvio verso casa, pensando a quanto sia curioso che, in un luogo così ordinario, quasi banale, si intreccino continuamente il valore delle cose, il tempo, le abitudini e le relazioni tra le persone.

Mentre pago, penso quanti automatismi nella vita quotidiana ci rappresentano, ci rendono quello che siamo nel bene e nel male. È proprio da qui che dovremmo ripartire per provare a rispondere a una domanda tanto antica quanto attuale: chi siamo? Non soltanto attraverso ciò che pensiamo di essere e le idee astratte che sosteniamo, ma anche attraverso quei gesti ripetuti e ordinari che difficilmente ci fermiamo a interrogare. Gli automatismi, infatti, non sono semplici azioni meccaniche, prive di significato: sono il punto in cui le abitudini individuali incontrano le strutture sociali, le regole economiche e i modi di vivere che abbiamo interiorizzato nel tempo.

Pensare all’antropologia del quotidiano significa proprio questo: imparare a guardare ciò che ci è più familiare come se fosse, per un momento, qualcosa di nuovo, chiedendoci perché facciamo determinate cose, quali significati attribuiamo loro e quali modelli culturali orientano i nostri comportamenti senza che ce ne rendiamo conto. In questa prospettiva, anche una semplice spesa al supermercato può diventare un’occasione per comprendere qualcosa di più ampio sulla società in cui viviamo e sul modo in cui essa contribuisce a formarci. Confrontare i prezzi, cercare l’offerta migliore, sono gesti che compiamo quasi spontaneamente, ma che rivelano quanto il denaro sia entrato nel nostro modo di pensare e di attribuire valore alla realtà.

Io, personalmente, non ho mai considerato l’accumulazione della ricchezza un obiettivo della mia vita. Eppure, riflettendoci, mi rendo conto che anche una semplice spesa mi mette di fronte a logiche economiche che orientano le mie scelte. Il fatto di non riconoscermi particolarmente nel desiderio di diventare ricco non mi rende quindi estraneo al sistema di valori culturali in cui vivo.

Proprio perché sono un essere sociale, partecipo a un mondo di relazioni, abitudini e significati che interiorizzo, spesso senza rendermene conto. Posso anche non condividere certi valori, ma questo non significa che essi non influenzino il mio modo di pensare e di agire. Mi sono chiesto, inoltre, se il fatto di non attribuire particolare importanza alla ricchezza significhi davvero essere libero dai giudizi che la società associa al possesso. Anche senza desiderare di diventare ricchi, possiamo ritrovarci a considerare alcune persone più realizzate di altre sulla base di ciò che hanno raggiunto sul piano economico.

È proprio questa possibilità che mi interessa interrogare: quanto dei miei giudizi nasce da convinzioni che riconosco come mie e quanto, invece, da criteri che ho interiorizzato senza accorgermene? E fino a che punto posso considerarmi libero da quei valori che, pur non condividendoli pienamente, continuo a utilizzare per giudicare me stesso e gli altri? È qui che la riflessione di Simmel incontra, per me, il significato più ampio dell’antropologia del quotidiano. Attraverso il suo pensiero sul denaro, ciò che appariva scontato diventa qualcosa da interrogare: dietro una scelta apparentemente individuale possiamo riconoscere logiche sociali più ampie, capaci di influenzare i nostri desideri, le nostre relazioni e il nostro modo di attribuire valore (e quindi significato) alle cose.

Il denaro diventa così un esempio concreto di come la società non agisca sulla cultura degli individui soltanto dall’esterno, attraverso regole e istituzioni, ma anche dall’interno, attraverso abitudini e automatismi che finiscono per sembrarci naturali. Soffermarsi sul banale significa allora riconoscere che le piccole azioni quotidiane non sono prive di significato solo perché le compiamo senza pensarci. Al contrario, proprio la loro ripetizione può renderle particolarmente rivelatrici.

È nelle pratiche più ordinarie che certi valori si consolidano, che determinati modi di pensare vengono trasmessi e che la società, giorno dopo giorno, si riproduce. Ma è anche a partire da queste pratiche che possiamo iniziare a interrogarla. Fermarsi a osservare i propri automatismi non significa rinunciare alle abitudini o mettere in discussione ogni gesto, bensì recuperare la possibilità di comprenderne l’origine e gli effetti, distinguendo ciò che scegliamo consapevolmente da ciò che abbiamo imparato a considerare normale. Osservare i propri e altrui automatismi rende più consapevoli; essere più consapevoli, ci mette in condizioni di meglio scegliere.

Forse, dunque, la domanda “chi siamo?” non riguarda soltanto ciò che diciamo di noi stessi, ma anche ciò che facciamo senza pensarci, i criteri attraverso cui scegliamo, le cose alle quali attribuiamo valore e i comportamenti che ripetiamo ogni giorno. Non possiamo liberarci completamente dei condizionamenti sociali, ma possiamo imparare a renderli visibili e a interrogarli. E’ proprio qui che il banale rivela la sua importanza: quando smette di essere invisibile, diventa una possibilità per comprendere meglio il modo in cui il mondo in cui viviamo contribuisce a fare di noi ciò che siamo.

 

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