Falso d’autore: l’Eco di Ascione e il salotto dei Nobel

Ermes Maiolica intervista Ciro Ascione, autore (fra molte altre imprese) del falso articolo di Eco divenuto virale in questi giorni. Due tra i più noti troll digitali italiani a confronto sull’arte della beffa e sulla capacità di smascherare le vanità dell’intellighenzia nostrana nell’era dell’intelligenza artificiale. 

Nel 2016 ho risuscitato Umberto Eco per far rabbrividire la pancia del Paese durante il referendum costituzionale. All’epoca mi occupavo di trolling digitale, costruendo bufale e cortocircuiti narrativi per mettere alla prova i meccanismi di circolazione e credulità dei social: così misi in bocca a Eco, morto pochi mesi prima, un falso endorsement per il Sì e parole sprezzanti contro chi sosteneva il No, confezionando una bufala che sui social venne presa sul serio da molti.

Dieci anni dopo, tanto per citare un filosofo famoso, la storia non si è ripetuta come tragedia né come farsa, ma come puro esperimento di sovversione semiotica. Ciro Ascione, una delle figure più riconoscibili del trolling digitale nostrano, ha ripreso esattamente quel fantasma, l’ha fatto masticare a un’Intelligenza Artificiale e ha confezionato una finta pagina dell’Espresso contenente un editoriale appartenenete alla famosa rubrica “La Bustina di Minerva”, a cura dello stesso Eco. L’articolo era datato 2010 ed era intitolato La macchina che avrà letto tutto, predicendo in tutto e per tutto l’invenzione delle Intelligenze Artificiali parecchi anni prima che quesa avvenisse. Il risultato? Il perfetto cortocircuito mediatico contemporaneo.

La foto fasulla di Umberto Eco associata alla fake news sul suo (del tutto inventato) endorsement al fronte del Sì durante la campagna referendaria del 2016. Oltre che da ANSA, questa foto venne pubblicata come vera dal Corriere della Sera e da La Stampa. Photo credit: Ermes Maiolica

Mentre i cosiddetti esperti discutono dei rischi apocalittici dell’Intelligenza Artificiale per la democrazia, è bastato un prompt ben studiato per far cadere nella rete alcune delle figure più importanti dei salotti intellettuali italiani: premi Nobel, specialisti nello studio delle culture digitali, accademici, scrittori e persino ricercatori del CERN. Tutti pronti a condividere con entusiasmo la “profezia definitiva” del Professore per antonomasia sull’IA, senza fermarsi tre secondi a controllare se quella domenica del 2010 L’Espresso fosse davvero uscito in edicola.

Questa non è disinformazione: è il situazionismo di Debord applicato all’Italia contemporanea. È la dimostrazione che l’iper-realtà di Baudrillard, dove le rappresentazioni mediatiche finiscono per confondersi con il reale, e le intuizioni di Eco in Baudolino sul potere delle storie inventate di diventare credibili non sono solo teorie da biblioteca, ma dinamiche vive ed attuali. L’élite culturale italiana, terrorizzata dalla macchina, è rimasta vittima del proprio vizio principale: la vanity fair accademica e il bisogno quasi nevrotico di appropriarsi di un’autorità esterna per dare valore alle proprie idee e al proprio ego.

Quando la realtà diventa una simulazione permanente, il trolling concettuale smette di essere uno scherzo e diventa l’unico bisturi rimasto per anatomizzare il Re nudo. Proprio per questo ho deciso di intervistare Ciro Ascione, autore e protagonista di questa performance, in cui una pagina impossibile, un modello linguistico e una buona dose di inganno diventano strumenti per mettere alla prova il modo in cui oggi produciamo, riconosciamo e condividiamo ciò che chiamiamo realtà.

L’articolo fasullo di Umberto Eco creato da Ciro Ascione e divenuto virale sui social nei giorni scorsi. Photo credit: Ciro Ascione

Nel 2016, io avevo colpito la “pancia” dell’elettorato italiano con un falso Eco che dava degli imbecilli al fronte del del No referendario, nonostante il famoso semiologo fosse già scomparso da mesi. Dieci anni dopo, tu hai riproposto lo stesso fantasma per colpire dritto alla “testa” della nazione, facendo abboccare premi Nobel, filosofi e professori universitari. La domanda è inevitabile: perché l’intellettuale medio italiano, che passa le giornate a metterci in guardia dalle fake news, abbocca a una trappola così elementare? 

Ormai lo stanno scrivendo un po’ tutti, anzi la risposta è quasi più virale del falso articolo di Eco: HA STATO IL CONFIRMATION BIAS!!!! In realtà non ci trovo niente di particolarmente grave nel fatto che illustri intellettuali abbiano scambiato per vero l’articolo. Non c’è nulla di assurdo nell’essere convinti che Eco fosse una persona molto intelligente e che abbia avuto una visione quasi profetica del futuro dell’informazione. Il falso, insomma, confermava qualcosa di perfettamente plausibile. Il problema del fact checking, secondo me, diventa molto più serio quando una notizia falsa conferma pregiudizi che producono conseguenze reali: “gli immigrati sono criminali”, “i vaccini uccidono”, roba del genere.

Non tutte le falsità hanno lo stesso peso e non tutte richiedono lo stesso grado d’allarme. Comunque la tua distinzione tra colpire la pancia e il cervello funziona benissimo. Tu hai agito con il linguaggio immediato del meme, trasformando Eco nel santino che catechizzava gli incolti: un prodotto letale ed efficacissimo, perfettamente costruito per il referendum costituzionale del 2016. Io invece non avrei mai immaginato che la falsa Bustina di Eco potesse diventare così virale. È un lungo articolo, tutt’altro che immediato, roba vintage che pensavo potesse funzionare solo sulla Usenet degli anni Novanta. E invece ha spopolato su Facebook e ha acceso un dibattito nazionale proprio su un social che sembrava ormai avviato verso il cimitero degli elefanti digitali.

Lo scrittore, insegnante e troll digitale Ciro Ascione. Photo credit: Ciro Ascione

Nei tuoi post hai notato come tutti abbiano attribuito il tuo falso d’autore all’Intelligenza Artificiale, dimenticandosi completamente che dietro a ogni prompt c’è sempre una persona reale. Secondo te, perché per l’élite culturale italiana è così rassicurante pensare di essere stata fregata da un algoritmo demoniaco e alieno che ricorda da vicino lo Skynet della saga di Terminator, piuttosto che ammettere di essere stata presa in giro da un cazzone con un portatile e mezz’ora di tempo libero?

Smentisco tassativamente di aver realizzato il fake su di un portatile: ho adoperato un desktop. Confermo però che il resto è vero. È molto più comodo pensare all’AI come all’ignoto, qualcosa di immenso che fagociterà la nostra umanità, una specie di Moby Dick metafisica dalla quale possiamo persino accettare di essere divorati, perché è una cosa tanto epica. In questo caso, invece, Achab è scivolato dal ponte perché il mozzo di bordo gli ha dato una culata.

Ho persino letto cose del tipo: “Fare un falso Eco con l’AI non è una novità: già un anno fa alla Sorbona, durante un congresso di semiotica, avevano dimostrato che l’intelligenza artificiale era perfettamente in grado di imitarlo, ed è persino apparso il fantasma di De Saussure che agitava le catene in segno di approvazione. Il punto è che io insegno alle medie e, da quando ChatGPT è comparsa alla fine del 2022, mi diverto con i miei alunni dodicenni ad imitare con l’AI le voci e gli stili dei vari autori. Non serviva mettere in mezzo la Sorbona: bastava la scuola dell’obbligo.

La AI per come se la immagina gran parte dell’intelligentsia nostrana. Photo credit: Nightcafe

David Puente, su Open, ha dovuto fare un fact-checking ufficiale per dimostrare che l’11 aprile 2010, ovvero la data di uscita del falso articolo di Eco, era una domenica e che L’Espresso quel giorno non usciva in edicola. In pratica, debunker e cacciatori di bufale sono diventati comparse inconsapevoli e non retribuite di una tua opera d’arte, nella fattispecie una fake news prodotta con grande creatività, contribuendo alla sua diffusione. Non trovi che il fact-checking contemporaneo abbia ormai la stessa funzione comica e rassicurante dei finali di Scooby-Doo: si toglie la maschera al mostro, si scopre l’inganno e tutti possono tornare a casa tranquilli, mentre nel frattempo il paese è già andato a fuoco?

Per dimostrare la falsità dell’articolo di Eco, i debunker hanno dovuto analizzare gli errori dell’immagine artificiale, i refusi, l’ombra del dito che regge il foglio, oppure attaccarsi a dettagli come il fatto che la data dell’articolo corrispondesse a una domenica mentre l’Espresso usciva di venerdì. La cosa interessante è che non sono riusciti a trovare nel falso testo di Eco qualcosa che, da solo, ne dimostrasse la falsità. Il testo risultava perfettamente plausibile. E allora mi viene una domanda: se domani chiedessi all’AI di re-impaginare un autentico articolo di Eco, introducendo però qualche difetto grafico, qualche refuso e una data sbagliata, quanti lo dichiarerebbero falso? È qui che il fact-checking diventa quasi parte involontaria della performance.

Inoltre, mi sembra evidente che il fact-checking non uccide il fake. Questa è forse la parte più divertente. Una volta smascherato, il falso continua tranquillamente a circolare. Mentre da una parte si pubblicano articoli che spiegano dettagliatamente perché è falso, da un’altra qualcuno lo incontra per la prima volta, lo legge, dice “Eco era un genio” e lo condivide. La smentita e la bufala finiscono così per vivere contemporaneamente, in due universi paralleli che ogni tanto si incrociano senza produrre particolari conseguenze. E poi, come sempre, regna la sovrainterpretazione. Roberto Maragliano sostiene per esempio che il dito che regge la pagina ne tradisca la falsità, mentre Luca Sossella sostiene esattamente che quel dito la umanizzi.

Il frontespizio dell’articolo di Open, a cura di David Puente, dedicato al fact-checking del falso articolo di Eco creato da Ciro Ascione. Photo credit: Open

Umberto Eco diceva (per davvero!) che il falso crea la realtà che descrive. Il tuo testo inventato parlava proprio dell’incapacità dell’uomo di distinguere il vero dal verosimile di fronte a una citazione colta. Risuscitandolo tramite l’AI per farlo parlare di AI, non credi di aver regalato proprio a Eco l’immortalità definitiva, trasformando il Professore da autore defunto nel primo algoritmo vivente della cultura italiana?

No, credo semplicemente che l’AI sia una tavoletta Ouija, a patto di saperla usare. Ti dà l’impressione di parlare con i morti, ma sulla planchette ci sono sempre le dita di qualcuno. Non ho trasformato Eco in un algoritmo vivente e non l’ho nemmeno resuscitato: ho costruito un prompt abbastanza sofisticato da permettermi di fargli dire qualcosa che avrebbe potuto dire. Se invece non sai usare l’AI, la tavoletta Ouija diventa una di quelle statue parlanti a forma di chiaroveggente meccanico dei luna park: ci metti dentro una moneta e ti dice “Domani avrai fortuna, ma attento agli invidiosi”.

Oggi che chiunque con un account da venti euro al mese può generare saggi di filosofia, quadri rinascimentali o video di politici che ballano la tarantella in modo credibile, dove si sposta il confine del vero trolling? Quando la macchina può simulare tutto, qual è l’ultimo tabù rimasto da far saltare per aria?

Anche il semplice linguaggio può simulare tutto. Con le parole possiamo scrivere l’Infinito di Leopardi o “buongiornissimo caffè”, inventare Dio, una nazione, una teoria filosofica o una stronzata su Facebook. Eppure nessuno si domanda quale sia l’ultimo tabù della lingua, tranne qualche studioso di Sade. L’AI non cambia questa cosa: aumenta enormemente la velocità, la facilità e la varietà delle simulazioni, ma il problema resta umano.

Il vero trolling non consiste nel dimostrare che una macchina sa fare un falso quadro rinascimentale o un video di Vannacci che sfila al gay pride. La cosa interessante è sempre capire quale convenzione puoi rompere, quale automatismo mentale puoi mettere in corto circuito, quale autorità puoi costringere a prendere sul serio qualcosa che non dovrebbe. I tabù dell’AI, insomma, sono gli stessi del linguaggio.

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