Questo è un articolo che non serve a niente, ma che in calce contiene una storia di quelle che ti fanno svoltare la serata, tipo l’aneddoto in base al quale il vetro che si sente nella registrazione in studio di Yellow Submarine venne infranto da Brian Jones degli arcinemici Rolling Stones, che nel frattempo aveva litigato con Jagger e Richards per questioni di soldi. Anche il suono dell’ocarina, fra l’altro, è il suo. Ma veniamo a noi: oggi parliamo di sequel.
Ogni sequel è una maledizione per noi amanti del cinema. Ma è comunque una maledizione che difficilmente resisti alla tentazione di vedere. Se prendi le dita di una mano, ne puoi contare cinque o sei decenti. Ancor meno sono i sequel capaci di superare di livello la pellicola originale. Intendiamoci da subito: questo è un articolo non per quelli dell’essai. È un articolo scritto per chi ama il cinema grasso, trasbordante, esagerato e, diciamocelo pure, di genere blockbuster. È infatti questo tipo di film che normalmente dà vita ai sequel.
Escludiamo subito dal novero delle fetenzie alcuni dei sequel della saga di Rambo. Rambo: First Blood 2 del 1985 (tradotto pedestremente in Italiano com “Rambo 2: La vendetta”), per esempio, nel suo essere un film d’azione, ha una sua intimità, un livello di riflessione elevato sul tema della solitudine e dello straniero. Per il resto lasciamo perdere, il terzo film della saga è roba da far impallidire gli uffici della propaganda di Goebbles con la sua sfacciata morale antisovietica. Altro discorso a parte merita Rocky, l’intera saga, che per noi di Deep Hinterland è sempre un discorso in separata sede e prima o poi ci decideremo a metterci mano una volta per tutte.
Tra i sequel nettamente migliori degli originali mettiamo Terminator 2 (1991) e Arma Letale 2 (1989). Il primo per questioni legate principalmente al ritmo narrativo e un utilizzo degli effetti speciali che ancora oggi fa luccicare gli occhi, tipo quando al cyborg cattivo si apre la testa e non c’è verso per Arnold di farlo fuori. Per il film di Donner invece, un Riggs donnaiolo e libero dal pessimismo mette un certo brio al sequel. Poi vabbè, i cattivi gli ammazzano la nuova fidanzata e gli dicono che anche la precedente moglie l’hanno assassinata loro (fino ad allora la sapevamo morta in un incidente). Così lui tira giù le palafitte con la jeep, ammazza una trentina di razzisti sudafricani e ritrova finalmente una certa serenità. Ma in fondo è proprio questo che ci piace del cinema grasso: le nevrosi personali si superano prendendo i cattivi a calci nel sedere. Elementare.
Tra i sequel che hanno retto botta si inserisce di norma Ghostbusters 2 (1989), con una trama avvincente ed un villain memorabile, ma che sconta un Bill Murray svogliato come un bambino alla recita dell’oratorio. A proposito di Murray, aveva sostituito John Belushi nell’iconico ruolo del Dr. Dr. Peter Venkman. Belushi rimase comunque presente nella saga di Ghostbusters sotto forma di Slimer, il fantasma grasso e verde che mangia e beve tutto il tempo. Fu una concessione fatta a Dan Aykroyd, che aveva originariamente immaginato il film per lui e il suo amico John.
Salto nel tempo rimanendo in tema: Blues Brothers 2000 (che, a dispetto del titolo, è stato prodotto nel 1998, per poi essere tradotto in italiano, ancora una volta a capocchia, come “Blues Brothers – Il mito continua”) è un film discreto, ma che non andava comunque girato. E’ un po’ come se Verdi avesse messo in scena la Traviata 2. Vuoi che viene male con una musicista del genere? Chiaro che no, signor Landis, ma non si fa.
Oggi però vorrei parlarvi del peggior sequel mai girato, senza troppi dubbi: Il Gladiatore 2 (2024). Il primo film della saga fa parte ormai dell’immaginario collettivo e posso garantirvi che Massimo Decimo Meridio ha inorgoglito parecchi amici romani, secondo giusto forse a Francesco Totti e al Marchese del Grillo. Il meccanismo psicologico messo in moto dal film nei confronti di chi abita a Roma è perverso, perché nel film il vero romano è quel fijo de ‘na madre ignota di Commodo, mentre Massimo viene dalla Spagna.
Comunque i romani sono stati presi da altri problemi nell’ultimo mezzo secolo: la Metro C ha finalmente aperto i battenti e ancora qualcuno in giro si azzarda a mettere la cipolla nell’amatriciana, cosa che li manda in bestia e je fa salì er Massimo Decimo Meridio. Se provi a dirgli che Massimo era un generale spagnolo messo nei guai da Roma e dai romani, entrano in crisi esistenziale e si mettono a girare in tondo sul raccordo anulare ascoltando le canzoni di Lando Fiorini.
Quindi siamo che, alla fine del primo film, Massimo muore nell’arena. Commodo pure muore e, mentre Massimo riceve gli onori che si merita, l’imperatore lo buttano alle pantegane. Veridicità storica zero, ma tutto molto bello. Dopo qualche e qualche anno, ecco l’annuncio. “Stiamo girando il Gladiatore 2”, dicono gli americani. Io sperai in un prequel, che magari raccontasse le battaglie di Massimo a fianco di Marco Aurelio. Siccome però gli americani, se devono fare ‘na cazzata, la fanno sempre fino in fondo, ecco che hanno realizzato proprio un sequel.
Attenzione: Spoiler! Ma se “Il Gladiatore 2” non l’avete ancora visto, fatevi un favore e non vedetevelo, visto anche che l’ho già fatto io per voi. Piuttosto andate a vedere le trote alla troticoltura, che è più divertente. Allora la storia è che a Lucio, figlio di Lucilla e nipote di Commodo, nel frattempo la vita gli è andata uno schifo e, per una serie di peripezie, si ritrova anche lui a fare il Gladiatore sotto falso nome, pure con un certo successo. Arrivato in tour a Roma, che per un Gladiatore è come San Siro per Vasco, sua madre lo riconosce dal modo che ha di toccare la sabbia e di citare Virgilio.
Scopriamo che Lucilla se l’era fatta con Massimo ben prima della morte di Marco Aurelio e che, quindi, Lucio non è figlio di Lucio Vero, ma del solito ed unico Gladiatore. Una delle cose peggiori del film, infatti, è stare dietro a gente che si chiama tutta con lo stesso nome. Nel frattempo, Caracalla e Geta sono gli imperatori di Roma, matti come i cavalli matti di Nerone, e Lucio manco a dirlo si ritrova immischiato nella lotta per riportare in città la legalità, duemila anni prima di Gualtieri e di Roma Capitale.
Il film non ha capo né coda e, tra l’altro, sporca l’immagine da famiglia del Mulino Bianco di Massimo Decimo Meridio, che sulla vendetta per la moglie violentata e il figlio crocifisso aveva basato tutta la sua carriera nell’arena. Non serve essere fan di Sal Da Vinci per rimanerci male quando scopri, dopo vent’anni, che Massimo aveva avuto un altro figlio da una scappatella. Oltre a queste evidente contraddizione nella caratterizzazione del personaggio principale della saga, nel sequel non funziona davvero nulla. La trama ha più buchi di una groviera mangiata dai topi e lo spettatore spera solo che arrivi l’astronave di Indipendence Day a distruggere il Colosseo, assurdo per assurdo.
Ridley Scott forse credeva che teste mozzate in stile splatter horror, improbabili animali esotici realizzati con la CGI ed il talento attoriale del solito Denzel Washington sarebbero bastati, ma si sbagliava. Ci fossero ancora i VHS, “Il Gladiatore 2” sarebbe finito nel giro di un anno nei cestoni degli autogrill. Dove, tra l’altro, prima che scomparissero per sempre, una volta trovai un cult: Bambola (1996), con Valeria Marini, di Bigas Luna. C’è però un ma riguardo a “Il Gladiatore 2”. E’ esistita una versione del copione che avrebbe fatto uscire un film completamente diverso e che io pagherei tre biglietti al Multiplex per vedere.
Si tratta di un film che sarebbe iniziato alla fine del primo, con la morte di Massimo. La sceneggiatura era stata abbozzata da Nick Cave, chiaramente un poco drogato. In base a questo copione, l’hispanico dunque muore e si ritrova bloccato in una specie di limbo perché gli Dei dell’Olimpo sono in sciopero in quanto un tale Gesù Cristo sta mettendo su una nuova religione. Marte, Giove e Saturno allora chiedono al Gladiatore di tornare sulla terra per andare ad uccidere il Cristo e i suoi seguaci per metterci una pezza sopra e salvare il mos maiorum. Massimo accetta, ma poi sulla terra succede un casino e finisce per allearsi con i cristiani mentre, nel frattempo, si apre una porta spazio-temporale e Decimo Meridio si ritrova a combattere tutte le guerre della storia compreso il Vietnam.
Questa era grosso modo l’idea di Cave. Una cosa a metà tra Hollywood e Ciprì e Maresco. Tra l’altro lui avrebbe voluto far girare il film a Russel Crowe, che nel frattempo ha raggiunto una stazza tale che più che il Gladiatore avrebbe potuto interpretare l’oste di Porta Metronia. Follia? Forse sì, ma almeno, come un vero gladiatore, questa versione del film ci avrebbe, per una volta, fatto provare l’ebrezza di vedere un sequel coraggioso.

Ingabolato da molti anni fra l’Italia, il Nord America e l’Olanda, Salvatore Giusto lavora come ricercatore presso l’Università di Amsterdam, dove si occupa di antropologia politica, antropologia dei media, criminologia sociale ed antropologia digitale. Salvatore è autore di articoli scientifici pubblicati da varie riviste Italiane, Canadesi, e Statunitensi (Visual Anthropology, Antropologia, Global Crime, Polar: Political and Legal Anthropology Review).
Ha inoltre pubblicato la raccolta di poesie “Ritzomena: cose che danzano” (2000) ed è co-autore del film etnografico “Good Time for a Change: un documentario di emigazione italiana in Canada” (2014). Quando non butta via il tempo facendo ricerca e insegnando corsi universitari, Salvatore è solitamente impegnato a guardare film horror, a cercare la pietra filosofale ed a perfezionare ulteriormente la ricetta della parmigiana di melanzane che la sua famiglia si tramanda da generazioni. Da marzo 2020, è il direttore editoriale di Deep Hinterland.

