Buona fine e buon principio: antropologia del Capodanno

Alla mezzanotte del 31 dicembre, ogni anno, succede qualcosa di apparentemente insignificante: ci fermiamo. Ci fermiamo tutti, o quasi. È un arresto minimo, fragile, spesso imperfetto, ma riconoscibile da ogni singolo individuo, persino al di là della specifica società di appartenenza. In mezzo a cene che si raffreddano, bottiglie già pronte e televisioni accese come se fossero focolari domestici, qualcuno dice “ci siamo”, qualcun altro guarda l’orologio, qualcun altro ancora inizia a contare. Dieci, nove, otto, sette, sei. Il conto comincia sempre così, con una sequenza nota, prevista, condivisa.

Contare insieme, in gruppo, è un gesto elementare, semplice, eppure densissimo. È uno dei modi più antichi attraverso cui le società rendono il tempo visibile, percepibile, dicibile. È un modo per farlo esistere (il tempo, la sua percezione) non come flusso astratto e ribelle, ma come oggetto comune e condiviso. La condivisione ci rassicura? Ci rende forse più umani? Probabilmente. Quel che è certo è che il tempo, così, diventa palpabile, quasi materiale, ma anche vissuto in compagnia, nella frenesia del vivere, nella gioia pervasiva. Il tempo smette di essere una forza anonima e diventa oggetto di attenzione collettiva, congiunta.

Questa sospensione del tempo, interstizio in bilico tra una cosa e l’altra, tra il passato e il futuro che approssima, non produce trasformazioni concrete e nemmeno processi strabilianti, ma apre uno spazio simbolico centrale all’interno del quale si rinegozia il rapporto con “ciò che sarà” (che altro non è che una ricategorizzazione concettuale). Di fatto, le frasi rituali che ci si ripete a Capodanno (“quest’anno”, “l’anno scorso”, “l’anno prossimo”, “Auguri!”) sono parte integrante di questo dispositivo linguistico, discorsivo e culturale: non sono semplici indicatori cronologici, ma categorie pratiche, profondamente incorporate dall’individuo che, al di là del concetto, se ne serve in pratica.

L’individuo, infatti, sa cosa fare per Capodanno senza pensare alle complicazioni teoriche che questa pratica culturale comporta. Il gesto di contare, in questa prospettiva, è significativo. Ma, dettaglio di rilievo, non si conta in avanti. Si conta sempre all’indietro. Il conto alla rovescia capovolge la temporalità ordinaria. Sospende il tempo che scorre e lo riconfigura come attesa concentrata, tesa verso un punto preciso, verso una sorta di azzeramento da cui ricominciare. Per pochi secondi, il futuro non è incerto: è già noto. Perché? Perché sappiamo che sta per arrivare. È lì, a portata di voce, brindisi e abbracci che ne conseguiranno.

È una delle pochissime esperienze in cui il futuro non sorprende, ma si lascia anticipare completamente, quindi addomesticare socialmente. In questo senso, il conteggio alla rovescia non misura il tempo soltanto: soprattutto lo doma, lo addestra, lo rende obbediente. È uno dei modi più pregnanti per pensare il tempo come inizio (come tempo, per così dire, discretizzato) e non come un flusso ribelle ed evanescente a cui sottoporsi supinamente. È un inizio e si riparte con l’anno nuovo.

Ma si riparte doverosamente insieme. E proprio questo stare insieme, questa co-presenza sincronizzata, è uno degli elementi centrali del Capodanno. Il Capodanno quindi non è solo un rito di passaggio, ma anche un rito di sincronizzazione. In una società in cui i tempi di vita sono sfasati, individualizzati, disallineati, il Capodanno produce un riallineamento simbolico e, almeno in apparenza, sociale (se non altro per un breve lasso di tempo). Non importa cosa sia stato fatto prima, né cosa si farà dopo. Importa essere lì, in quel momento, in quel posto, con quelle persone. È una “messa in fase” collettiva, fragile ma potente, che restituisce l’illusione di un tempo comune, socializzato.

Ricordo un Capodanno in particolare, quello dell’anno in cui morì mio padre. Io avevo dodici anni, mio fratello otto. La sera del 31 dicembre eravamo già a letto, io, lui e mia madre, con la televisione accesa più per compagnia che per reale attenzione. Eravamo stanchi, insonnoliti, ancora immersi in un tempo diverso, appesantito dal lutto. Quando arrivò la mezzanotte, ci alzammo quasi senza parlarci. Andammo in cucina, brindammo in modo rapido, composto, senza entusiasmo e senza parole superflue. Subito dopo tornammo a letto e ci addormentammo. Non c’era gioia, né attesa, né proiezione verso il futuro. Eppure, quel gesto minimo lo facemmo. Ci alzammo e brindammo. Non perché credessimo davvero nell’inizio di qualcosa di nuovo, ma perché il rito chiedeva almeno questo: segnare il passaggio, anche nella stanchezza e nel dolore.

Non ci è dato sapere cosa accada al di fuori di questa tavola attrezzata per un brindisi di fine anno. Pur esistendo concretamente nello spazio di un’abitazione, il rito che vi si svolgerà avverrà, sempre simile a se stesso, all’interno di una bolla d’esperienza sospesa nel tempo. Photo credit: Stefano Montes.

A distanza di anni, mi sembra che proprio in quella notte il Capodanno abbia mostrato la sua funzione più essenziale: non necessariamente quella di celebrare, ma sicuramente quella di rendere attraversabile il tempo, anche quando il tempo pesa e il dolore ottunde la ragione. Per Capodanno, infatti, come anticipato, “si deve” stare insieme, partecipare seguendo un copione. L’individuo è quasi costretto a diventare corpo sociale, tirato nel “gioco” del rito senza tanti fronzoli o considerazioni. Questa prescrizione è tanto forte quanto implicita. Non ha bisogno di essere enunciata come norma e non è nemmeno un obbligo dichiarato, sventolato ai quattro venti. Agisce come evidenza, agisce per sé.

Per Capodanno si sta insieme, si brinda insieme. E, proprio per questo, il Capodanno rende visibile, paradossalmente, anche il suo contrario: quella solitudine che, in questa notte di gioia e attesa collettiva, pesa ancora di più. Non è una condizione di poco conto: è una deviazione dalla norma rituale. Chi non partecipa, chi resta fuori, chi lavora, occupa una posizione che richiede qualche spiegazione (“io non c’ero perché dovevo lavorare”; “io non c’ero, peccato, perché stavo male”) o, comunque, una sorta di giustificato estraniamento dall’atmosfera di festa collettiva. Il Capodanno, insomma, non produce solo inclusione: produce anche una “misura” implicita della normalità sociale e di ciò che va generalmente fatto in questi casi.

Accanto a queste forme di esclusione o marginalità involontaria, tuttavia, esiste anche un’altra posizione, meno evidente ma non meno significativa: quella di chi resiste al Capodanno per scelta, non perché escluso per qualche ragione, ma perché deliberatamente refrattario al rito. È una resistenza che non nasce dalla mancanza, bensì da una presa di distanza consapevole. Alcuni vivono il Capodanno come un dispositivo normativo fastidioso, una coreografia obbligata che impone emozioni, ritmi e presenze che non si desiderano davvero. In questa prospettiva, il problema non è la solitudine, ma l’eccesso di prescrizione simbolica: l’obbligo di essere felici, di brindare, di condividere, di attribuire significato a una soglia temporale che si percepisce come arbitraria. E, rifiutando il Capodanno, si intende altresì rifiutare questo obbligo.

Altri rivendicano esplicitamente il 1° gennaio come un “giorno qualunque”, rifiutando l’eccezionalità rituale. In questo modo, rivendicano parimenti il valore dell’ordinario, forse facendone persino l’elogio. In questo gesto, apparentemente banale, si cela una critica più profonda all’idea stessa di inizio convenzionale. Trattare il primo giorno dell’anno come tutti gli altri significa sottrarsi alla narrazione dell’anno come unità morale, come contenitore di bilanci, promesse e aspettative. È un modo per affermare che il tempo non ha bisogno di essere spezzato per essere vissuto e che la continuità, lungi dall’essere una minaccia, può essere una forma di resistenza alla retorica del nuovo a ogni costo.

C’è poi chi sceglie consapevolmente la non-partecipazione al rito: niente conto alla rovescia, niente brindisi, nessun augurio rituale. Questa posizione non va confusa con l’indifferenza. Al contrario, è spesso una postura riflessiva, che prende sul serio il potere simbolico del Capodanno proprio nel momento in cui lo sospende. Non partecipare diventa allora un gesto carico di senso, una micro-tattica attraverso cui l’individuo riafferma il controllo sul proprio rapporto con il tempo, sottraendosi almeno per una notte alla sincronizzazione collettiva. Eppure, anche queste forme di resistenza confermano l’efficacia del rito. Il fatto stesso che il rifiuto debba essere dichiarato, giustificato o tematizzato mostra quanto il Capodanno agisca come evidenza sociale. Non partecipare non è mai un atto neutro. E’ una presa di posizione che esiste solo in relazione a ciò da cui ci si sottrae.

In questo senso, il Capodanno funziona anche contro se stesso. Include il dissenso, lo rende leggibile, lo costringe a misurarsi con la norma rituale che pretende di sospendere. La resistenza non lo indebolisce, ma ne rivela la forza: se persino il rifiuto ha bisogno di essere spiegato, significa che il rito continua a operare come orizzonte simbolico condiviso. Le domande, quindi, tornano a porsi: come ci si comporta a Capodanno? Cosa si fa? Tenuto conto delle eccezioni menzionate, la regola vuole che si stia in compagnia. Niente solitudine, allora, perché peserebbe!

Ma la solitudine pesa anche per un’altra ragione. Non sono soltanto le famiglie che si riuniscono per Capodanno. Questa festa è qualcosa di più ampio, di più diffuso. Intere collettività, nel mondo intero (se non altro quello globalizzato), vivono lo stesso passaggio ritualizzato, grazie ai media, alla televisione, alle dirette, ai collegamenti che consentono di essere “ovunque”, astraendosi da una sola dimensione spaziale specifica. Questa simultaneità globale non nasce da valori condivisi, ma da un accordo minimo sul calendario. Si potrebbe dire che si forma, per l’occasione, una comunità d’ordine temporale più che culturale. È una comunità debole, ma estesa. Una comunità che esiste nel suo insieme per un istante e proprio per questo lascia tracce.

Vale la pena notare, tuttavia, che il Capodanno come lo conosciamo in genere in Occidente non è universale. In alcune culture, il passaggio d’anno cade in date completamente diverse, regolato da calendari lunari o agricoli: il Capodanno cinese, il Rosh Hashanah ebraico e il Nowruz persiano sono esempi di iniziazioni temporali che si collocano in momenti dell’anno vari. Questo semplice fatto mette, ancor di più, in evidenza quanto il 31 dicembre sia arbitrario: il rito occidentale funziona perché è condiviso, non perché “la data” scelta per celebrarlo sia intrinsecamente significativa. Il senso del rito non risiede nella data in sé, ma nella possibilità di sospendere, narrare e abitare il tempo in modo collettivo.

In ultima istanza, il Capodanno è un rito bell’e buono (a carattere globale ma sicuramente non universale) e su questo non c’è dubbio. Ed è anche vero che è un rito particolare. È infatti un rito senza centro. Non c’è un’autorità che lo presiede o lo istituisce dall’alto (come direbbe Bourdieu), nessun officiante necessario, nessun luogo obbligatorio a cui attenersi. Può svolgersi in piazza o in cucina, in silenzio o nel rumore, con entusiasmo o con stanchezza. Può essere celebrato male, distrattamente, persino controvoglia. Eppure, funziona. Funziona perché è acefalo, perché non può essere invalidato. È un rito che non ha bisogno di un riconoscimento effettivo per riuscire. È scontato come risultato: si sancisce il passaggio senza colpo ferire.

E poi non lo abbiamo imparato da qualcuno in particolare. Non ci è stato spiegato nei dettagli. Lo abbiamo assorbito, anno dopo anno. Lo abbiamo incorporato prima ancora di poterlo descrivere e “capire con la testa”. Il Capodanno insegna cos’è un anno prima ancora di saperlo definire davvero in termini concreti. È una grammatica temporale preriflessiva. Qui, il concetto di habitus espresso dal sociologo Pierre Bourdieu è cruciale: non decidiamo di fare il Capodanno, sappiamo farlo. Aspettare, contare, brindare, augurare, abbracciarsi, baciarsi, ballare sono tutte disposizioni che si attivano, quasi automaticamente, quando arriva la data giusta. Il rito di Capodanno, lo apprendiamo per immersione, sin da bambini, incorporandolo nei nostri corpi prima ancora che nelle nostre convinzioni e credenze cognitive di adulti.

È in questo scarto che il rito mostra la sua efficacia: non convince, ma dispone. Non argomenta, ma orienta. Il Capodanno funziona perché si appoggia a un sapere del corpo, a una familiarità con il tempo che non passa per deliberazione, bensì per abitudine. Così, l’anno nuovo non viene tanto “pensato” quanto attraversato: lo si entra facendo ciò che si è sempre fatto, e proprio per questo il passaggio riesce. E questo per quanto riguarda il rapporto tra dimensione cognitiva e dimensione somatica, tra regola codificata e pratica incorporata, tra ciò che si può enunciare come norma e ciò che si esercita come competenza tacita.

Un altro elemento importante su cui riflettere è il tempo. Il Capodanno non cambia il tempo in sé. Lo interrompe simbolicamente. O meglio: ne mette in scena l’interruzione. Nella vita quotidiana, subiamo il tempo come pressione (scadenze, orari, urgenze). Qui, invece, lo aspettiamo, lo contiamo, lo nominiamo. Il Capodanno lo si attende con partecipazione: è intessuto di piccole e grandi attese. Ma il tempo resta lo stesso, continuo, indifferente. Attraverso il rito del Capodanno, però, esso viene spezzato, narrato, reso dicibile e desiderato. Questa interruzione ha anche un effetto etico. Per una notte, la responsabilità si sospende. Ciò che è stato può essere chiuso. Ciò che verrà può essere rimandato. Il presente diventa allora una zona franca: un interstizio in cui il giudizio si attenua.

In questa sospensione temporanea del giudizio si apre anche una sospensione, altrettanto significativa, della logica produttiva. Il Capodanno istituisce un tempo socialmente legittimo in cui non si deve produrre nulla: né risultati, né prestazioni, né efficienza. È un tempo improduttivo per definizione, difficilmente valorizzabile in termini economici, perché sottratto alla misurazione ordinaria del rendimento. La notte di Capodanno non serve a nulla e, proprio per questo, è consentita. Ma questa inutilità è fragile e transitoria. Subito dopo, infatti, il rito tende a essere riassorbito nel linguaggio della performance: i buoni propositi, gli obiettivi, le liste di ciò che “quest’anno devo fare”.

La tregua non elimina la logica produttiva, semplicemente la rinvia. E, tuttavia, anche questo rinvio ha un valore politico minimo ma reale: mostra che un’altra organizzazione del tempo è pensabile, seppure solo per una notte, e che la produttività non è l’unica grammatica possibile del vivere. Accanto a questa sospensione del tempo e alla sua addomesticazione simbolica, il Capodanno mette però in scena anche un’altra dimensione, meno tematizzata ma strutturalmente decisiva, quella della dissipazione controllata. Il rito dell’inizio non si limita a segnare una soglia, infatti, ma richiede che qualcosa venga deliberatamente consumato, sprecato, perduto.

Il cibo in eccesso, le bottiglie svuotate, i fuochi d’artificio che bruciano senza lasciare traccia, il denaro speso, il sonno sacrificato, le regole quotidiane sospese: nulla di tutto questo è accidentale. Perché l’inizio sia credibile, il vecchio anno non deve solo essere narrato come concluso, ma deve essere in qualche modo, come direbbe Georges Bataille, dissipato come energia da sciupare. Il tempo viene simbolicamente dominato solo al prezzo di una perdita materiale. In questo senso, il Capodanno non è soltanto una finzione dell’inizio, ma anche una finzione della perdita. Affinché qualcosa possa ricominciare, qualcosa deve essere consumato, lasciato andare non solo simbolicamente, ma anche concretamente. La tregua che il rito produce non è mai gratuita per chi la vive.

È in questo spazio che prende forma l’inizio e il Capodanno può realizzarsi come vertigine del tempo da consumare/consumato. Ma non bisogna, per questo, fraintendere e associare l’inizio all’origine. Edward Said ci ricorda che gli inizi non sono mai originari. Sono atti interpretativi. Il Capodanno lo mostra con particolare chiarezza. Nessuno crede davvero che tutto ricominci veramente da zero. Eppure, “magicamente”, tutti accettano di comportarsi come se fosse possibile. È una finzione consapevole, condivisa: una finzione che funziona proprio perché tutti sanno che lo è. Diciamolo pure, ancora più apertamente: il 31 dicembre è una data del tutto arbitraria, benché storicamente e culturalmente determinata.

Ma il rito non nasconde questa arbitrarietà: la rende praticabile. I buoni propositi e gli auguri abitano questo spazio interstiziale. Non contano per la loro realizzazione, ma per il gesto che li enuncia. Dire “quest’anno” significa aprire una possibilità, anche sapendo che potrebbe chiudersi presto. Il fallimento futuro, sempre possibile, non annulla il rito. Lo prepara e rende necessario un nuovo inizio. Il Capodanno diventa, così, una gestione socialmente accettabile dell’eventuale fallimento, una forma di dilazione morale incorporata nel calendario oppure un mezzo di applicazione tattica.

È qui che l’antropologia del quotidiano, nella scia di Michel de Certeau, offre un ulteriore strumento di lettura. Il calendario è una struttura “imposta”, ovviamente uguale per tutti all’interno di una comunità. Ma le pratiche minute e le tattiche personali tendono a destrutturarlo: un brindisi anticipato, un augurio mandato in ritardo, un pensiero non detto. Attraverso queste micro-pratiche, le persone si riappropriano di un tempo che non hanno scelto, piegandolo alle proprie storie personali, riformulandolo. Il linguaggio dell’inizio consente tutto questo.

E tuttavia, nonostante il linguaggio ossessivo dell’inizio, il Capodanno è anche un rito della ripetizione. È il rito della ripetizione e della speranza che il nuovo anno porti bene. Ogni anno è nuovo, ma ogni Capodanno è uguale. Si ripetono i gesti, le frasi, le attese. Il rito non promette il cambiamento, ma la possibilità di attendere di nuovo il cambiamento. Forse è una pedagogia della continuità da addomesticare più che della rottura vera e propria. È sicuramente un addestramento a vivere nel tempo che passa senza spezzarsi.

Quel che, più di tutto, rende eccezionale il Capodanno è che trasforma il tempo da forza anonima e oggetto di attenzione collettiva. Quando, dopo mezzanotte, tutto riprende quasi identico a prima, resta comunque la sensazione di aver attraversato una soglia. Forse è proprio questo il senso del Capodanno: non ricominciare davvero, ma rendere la continuità del tempo meno ostica. Come altri inizi, è forse una finzione. Ma è comunque una finzione necessaria: un atto narrativo collettivo che non cancella ciò che è stato, ma lo dispone in una forma che consente di andare avanti, sperando che le cose vadano bene in futuro.

In sostanza, il Capodanno è un rito complesso, con tutto ciò che questo comporta in termini di categorizzazione linguistica del tempo, di riproposizione della condivisione e di rilancio di speranze individuali e collettive. Tutti ne sono al corrente. Tutti cercano di festeggiarlo. Tutti lo vogliono (o quasi). E sono chiamati a farne parte. C’è la magia nell’aria e, anche volendo, viene difficile sottrarsi alla festa. Viene altresì difficile sottrarsi al desiderio, per quanto implicito, di controllare la continuità, di arrestarla: la continuità non viene interrotta, come succede nell’arco dell’anno, per effetto del caso o per un incidente esterno che si impone alla volontà pianificatrice dell’essere umano. È la festa stessa che interrompe la continuità e lo fa, ovviamente, in modo gioioso, riportando il tempo alla portata dell’umano.

È una occasione unica che viene concessa all’essere umano: poter fermare il tempo e affermare il valore della pianificazione a discapito della prepotenza del caso e del caos. In questo modo, meglio insistere su questo punto, anche la speranza si fa avanti. Con l’anno nuovo, molti (se non tutti) sperano che le cose cambino positivamente. Gli auguri, implicitamente, hanno proprio questo significato: che le cose vadano per il meglio producendo una discontinuità con il passato e una valorizzazione del futuro.

È come se, tutti noi, dicessimo in coro: adesso ne abbiamo abbastanza, lasciamoci alle spalle il “vecchio” e abbracciamo il “nuovo” che ci darà altro slancio vitale. È come se ci proiettassimo in avanti, con determinazione, superando la soglia fittizia del 31 dicembre. Ma è anche utile ricordare, con uguale insistenza, che, con il Capodanno, si mette in gioco la forza dell’ambivalenza. E su questo aspetto si deve sottolineare un effetto: pur sancendo il valore della discontinuità e l’apertura al nuovo, Il Capodanno è quel momento in cui la famiglia tutta si ritrova e rinforza la memoria del passato, la solidarietà e il legame instaurato nel tempo, ogni volta come se fosse l’ultima.

Così, se da un lato il Capodanno promette apertura e possibilità, dall’altro è carico di memoria e radici. È come se il Capodanno mettesse insieme due cose che vanno in direzioni diverse: le radici e le strade (per richiamare la terminologia dell’antropologo americano James Clifford). Ma questa ambivalenza investe altre categorie. Per esempio, quella di attività e riposo. Mio figlio Emanuele, per esempio, proprio qualche giorno fa mi diceva: “papà, per me il Capodanno e le Feste in genere sono la possibilità stessa della pausa, il momento di riposarsi e non pensare più alla scuola per un certo lasso di tempo.” Da una parte, quindi, ci sarebbe la frenesia dei preparativi e, dall’altra, incontriamo il suo contrario: la sospensione, il rallentamento, quasi una tregua concessa al tempo ordinario.

È come se il calendario, per un istante, smettesse di incalzarci e ci permettesse di sostare, di respirare più a fondo. In questa pausa, si annida qualcosa di prezioso. Non solo il riposo fisico, ma anche una sorta di quiete mentale, uno spazio in cui i pensieri si allentano. Il Capodanno, allora, non è soltanto slancio in avanti o bilancio retrospettivo, ma anche una parentesi, un tempo “altro” che interrompe la linearità dei giorni e tiene conto della pausa. In questo frangente, convivono il rumore del brindisi e dei botti ed il silenzio delle mattine lente, le luci artificiali della festa e il buio raccolto delle case ancora addormentate. È un tempo in cui possiamo permetterci di non essere immediatamente produttivi, di non dover decidere tutto e subito. Possiamo, se vogliamo, persino concederci il lusso di essere pigri.

Il che ci porta ad un ulteriore valore profondo del Capodanno: si tratta di un rito che ci rende consapevoli che il movimento ha senso solo se alternato alla sosta, che il nuovo può davvero emergere solo quando gli si fa spazio. Così, il Capodanno diventa non solo una soglia da attraversare, ma anche un luogo in cui fermarsi, guardarsi intorno e, per un attimo, restare a guardare passivamente.

L’autore di questo articolo allunga le gambe ed incrocia i piedi nei giorni di festa che precedono il Capodanno, in un raro momento di pigrizia. E’ il Capodanno a rendere legittima questa pigrizia oppure è la pigrizia stessa a richiedere il tempo della festa per essere vissuata a pieno e senza rimorsi? Photo credit: Stefano Montes.

In conclusione, riepilogando, abbiamo visto come il Capodanno sia un dispositivo simbolico attraverso cui il tempo viene temporaneamente reso arrestabile, condivisibile, narrabile e, in ultima istanza, socialmente digeribile. Il passaggio di mezzanotte non produce un vero inizio, ma mette in scena una soglia convenzionale (e simbolica) che consente di collocarsi tra ciò che è stato e ciò che verrà. Attraverso gesti interiorizzati come l’attesa, il conteggio e il brindisi, il futuro appare per un istante prevedibile e quindi meno minaccioso.

La forza del rito, inoltre, sta nella sua diffusione non istituzionale: il Capodanno non è imposto né formalmente appreso, ma incorporato nel quotidiano come pratica vissuta. In questo modo, il Capodanno funziona come momento di sincronizzazione collettiva in una società dai tempi frammentati, producendo una comunità temporale fragile ma riconoscibile. Al tempo stesso, il rito stabilisce una norma implicita dello “stare insieme”, rendendo più visibili le posizioni marginali e la solitudine. Il linguaggio dell’inizio apre possibilità: sospende il giudizio, autorizza la speranza, rende socialmente gestibile il fallimento. Più che celebrare la rottura, il Capodanno addomestica la continuità. A questa dimensione, si affianca quella della pausa: una parentesi in cui la pressione del tempo ordinario si allenta e il nuovo non viene prodotto, ma reso sicuramente pensabile.

Si potrebbe allora dire, per chiudere, che il Capodanno non serve forse a cambiare veramente la vita di un individuo, ma, certamente, a renderla narrabile, catartica e più gioiosa. È un dispositivo minimo che non promette salvezze né svolte radicali, ma offre una cornice entro cui il tempo diventa dicibile, condivisibile e, soprattutto, sopportabile. In questo senso, il suo valore non sta nell’inizio che annuncerebbe trionfalmente, bensì nella possibilità ben più sottile di continuare senza sentirsi completamente travolti dalla continuità. È una tregua simbolica, fragile e ripetuta, che non elimina l’incertezza ma la sospende quanto basta per riprendere fiato. Il che non è affatto poco!

Riprendere fiato non è forse uno degli elementi costitutivi dell’esistenza? Come scrive Arnold Van Gennep nel suo illuminante volume intitolato I riti di passaggio: “Vivere significa disaggregarsi e reintegrarsi di continuo, mutare stato e forma, morire e rinascere; in altre parole, si tratta di agire per poi fermarsi, aspettare e riprendere fiato per poi ricominciare ad agire, ma in modo diverso” (corsivo mio). Forse è proprio per questo che il Capodanno, pur essendo una finzione, continua a funzionare: perché ci ricorda che abitare il tempo non significa dominarlo, ma trovare, di tanto in tanto, un modo condiviso per attraversarlo e vivere meglio, in quanto essere umani catarticamente ricostituiti.

Infine, per concludere davvero, un punto va chiarito circa il mio approccio al Capodanno. Nel suo importante classico La grande festa, l’antropologo italiano Vittorio Lanternari ha mostrato come i riti festivi di quelle società che una volta venivano definite, fra l’educato ed il razzista, come “primitive” (ovvero le società di cacciatori, allevatori, coltivatori e pastori nomadi caratterizzate da stili di vita preindustriali) funzionino come momenti di rigenerazione collettiva in cui l’ordine sociale e cosmico viene simbolicamente sospeso per essere poi rifondato. La festa di Capodanno, in questa prospettiva, è un evento denso, legato soprattutto a cicli naturali e religiosi, che produce una trasformazione riconoscibile dello stato delle cose: dopo la festa, qualcosa è (o dovrebbe essere) diverso.

Il Capodanno occidentale contemporaneo, così come io l’ho descritto qui in questo articolo, sembra invece funzionare secondo una logica diversa, più debole: una logica a carattere laico che non rigenera il cosmo, nè promette una reale palingenesi. Piuttosto, mette in scena una soglia simbolica, un inizio che forse non trasforma il mondo totalmente, ma rende sicuramente il tempo abitabile ed attraversabile. Se nella grande festa lanternariana la discontinuità è forte e fondativa, nella mia interpretazione del Capodanno delle società occidentale attuale essa è più convenzionale e ripetuta. Se là il rito produce un nuovo ordine, nella prospettiva da me adottata addestra, per lo più, alla continuità.

Se il Capodanno di gran parte delle società occidentali quindi non pretende di cambiare la realtà, consente tuttavia agli individui di attraversare il tempo senza esserne travolti, rinnovando il senso del vivere. Il nostro Capodanno è allora, sì, “sospensione magica”, ma anche strumento di rinnovata discretizzazione del continuum temporale. In questo tentativo di discretizzazione, si ripropongono, durante la festa, anche la valorizzazione dell’attesa (partecipata) e del futuro (riconsiderato). Se è dunque vero che il Capodanno delle società occidentali non salva, è altrettanto vero che aiuta a rendere il “tempo a venire” più sopportabile, forse anche più gioioso e (in quanto tale) pianificato.

In ultima analisi, ciò che rende effettivamente eccezionale il Capodanno è il fatto che categorie usualmente d’ordine oppositivo (passato e presente; memoria e futuro; continuità e discontinuità; sincronizzazione e disallineamento; dissipazione e produzione) vengono ricomposte o, comunque, temporaneamente reinquadrate entro una grammatica rituale che ne attenua il conflitto, dissipandolo in una girandola di fuochi artificiali.

 

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