“Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America hanno concluso un accordo con il Regno di Danimarca e con la Groenlandia, che conferisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza“, ha scritto Donald Trump in un post su Truth, la sua piattaforma social. “D’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà mai avere una base in Groenlandia, una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra espressa autorizzazione scritta”.
È dal mese di gennaio che sono cresciute le tensioni sull’isola dell’artico. I toni sono saliti alle stelle da quando il presidente americano ha parlato esplicitamente dell’annessione dell’isola agli USA. Non a caso, Ursula von der Leyen si è recata lo scorso 6 settembre a Nuuk (la capitale), ove ha annunciato una partnership che prevede 200 milioni di euro di investimenti europei in Groenlandia per il 2026-2027. Evidentemente, le prese di posizione di Trump hanno spinto la Commissione Europea a prendere qualche contromisura.
Alla fine, non è accaduto nulla di tutto ciò. Non vi è stata nessuna annessione.
Pochi giorni fa, il 22 settembre, invece, Donald Trump ha firmato a New York un accordo sulla sicurezza della Groenlandia insieme alla premier danese Mette Frederiksen e al premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen. “Sarà un rapporto fantastico e di lungo periodo“, ha detto Trump.
A quanto sembra, l’accordo prevede che i paesi che non fanno parte della NATO non possano avere accesso a risorse strategiche dell’isola. Non male come accordo per gli Stati Uniti, anche se in effetti, almeno sul piano militare, questo accordo ricorda molto da vicino quello già in atto fra USA e Damimarca in merito alla difesa groenlandese dal 1951.

Ma perché la Groenlandia è al centro dell’interesse internazionale? Almeno in gran parte, perché è un luogo unico al mondo.
Anzitutto va precisato, anche se può sembrare banale, che la Groenlandia non è un ghiacciaio sotto il quale si muove il mare artico. La Groenlandia è un’isola. E’ il deserto di ghiaccio più esteso del mondo, sotto il quale giace la terra ferma. È l’isola più grande della Terra, ricoperta di ghiacci per l’80%.

La Groenlandia ontiene il 78% di tutta l’acqua dolce del pianeta. In alcune aree, lo spessore del ghiaccio supera i tre chilometri, misurando in media misura un chilometro e 600 metri. L’idea stessa atterrisce: pensare di camminare per oltre un chilometro e mezzo nella profondità del gelo, prima di arrivare al terreno.

L’isola ospita un vero e proprio ecosistema microscopico attivo e ciò smentisce il vecchio mito secondo cui il ghiaccio sia sterile. I microrganismi che abitano qui non solo sopravvivono a temperature estreme, ma giocano un ruolo cruciale nel cambiamento climatico globale.
Nel 2024, un team guidato da Laura Perini, ricercatrice italiana presso l’università di Aarhus, ha compiuto un’eccezionale scoperta riguardante l’esistenza di virus giganti, attivi direttamente sulla superficie ghiacciata groenlandese e nella cosiddetta “neve rossa”, un fenomeno atmosferico locale causato dalla presenza di alcuni batteri nelle acque.
Si tratta di virus enormi, che, differenza di quelli comuni (grandi 20-200 nanometri), possono raggiungere i 2,5 micrometri, possendo un genoma immenso composto da circa 2,5 milioni di paia di basi. Questi virus sarebbero in grado di infettare e uccidere tutte le microalghe della calotta. Ovviamente, la possibilità di sfruttare commercialmente tali sostanze attrae enormi interessi e giustifica immensi impieghi di denaro.

Quanto ai minerali, la Groenlandia possiede un vero e proprio tesoro: nel suo sottosuolo sono stimati enormi giacimenti di terre rare, minerali strategici e idrocarburi. In particolare, l’isola possiede depositi rilevanti di cerio, lantanio, neodimio e ittrio, fondamentali per la transizione digitale ed ecologica, in quanto elementi chiave per la produzione di microchip, batterie e magneti permanenti. Vi sono poi riserve stimate di petrolio e gas naturale oltre a giacimenti di oro, rame e zinco.
Ma questi patrimoni preziosi sono tutt’ora celati in profondità, sotto una compatta calotta di ghiaccio che è difficile spezzare. A ciò si aggiunge la mancanza di strade, reti di energia elettrica e porti adeguati. Ecco perché la Groenlandia, la cui posizione geografica, fra l’altro, è fortemente strategica sul piano geopolitico e militare, interessa tanto ai potenti della Terra, disposti ad investimenti miliardari, perduranti anche per decenni, pur di raggiungere cotali rare ricchezze. E pensare che ancora oggi la Groenlandia è uno dei territori più selvaggi e inospitali del mondo.

Nelle aree interne, la temperatura può arrivare anche a 60 gradi sottozero. Qui le condizioni sono davvero estreme: gli obliqui raggi del sole si disperdono di sbieco su un’enorme superficie ghiacciata. La neve e il ghiaccio formano un fenomeno, chiamato albedo, per cui la luce solare si riflette sul manto bianco e non consente l’accumulo di calore nel terreno. Le slavine di neve polverizzata, nel frattempo, si spostano a 200 chilometri all’ora e si trascinano dietro un vuoto d’aria fatale.
Dominano i vortici polari, dal cupo suono, che intrappolano l’aria fredda e non consentono il passaggio del caldo dalle latitudini minori. Ciò fa sì che il ghiaccio, pesante per sua natura, si dilati e si allarghi verso l’esterno, ove si fonde velocemente sulla costa. Da questo incredibile processo di frantumazione nascono gli iceberg, cose straordinarie e inimitabili da qualsiasi scultore.
La parte interna della Groenlandia è un luogo dove gli esseri umani non resistono. E’ una landa completamente spopolata. Qui vive l’orso polare, colossale, tre quarti di tonnellata di muscoli, ossa e zanne. E’ l’orso bianco dello stemma della Groenlandia, ritratto con una zampa alzata perché la tradizione popolare lo vuole mancino. Anche io sono mancina: come siamo in pochi.

Quando un essere vivente, esseri umani compresi, affronta una minaccia fisica, irrigidisce automaticamente il corpo. Dal punto di vista fisiologico è antieconomico, ma è una legge di natura. Fa eccezione l’orso polare: può stare ore in agguato, completamente rilassato, senza abbandonare per un istante il massimo tono di prontezza muscolare. Un formidabile predatore, che esiste da appena 20.000 anni, e che, in questo periodo, ha conosciuto solo due categorie di mammiferi: la sua specie e le sue prede, ovvero il suo cibo.
Ecco perché nella mitologia e nella cultura Inuit l’orso polare è così profondamente radicato. Per gli Inuit, gli orsi non sono solo predatori, ma esseri spirituali dotati di potere e saggezza. Un esempio emblematico è Nanuk, spirito guida e protettore degli orsi polari che svolge un ruolo centrale nell’ecosistema fisico e in quello spirituale delle comunità locali.

Poi c’è il mito del Corvo, la storia artica della creazione: brancolò nel buio nella sua cecità e le sue azioni furono casuali finché non gli venne rivelato chi era e quale era il suo compito, portare la luce in Groenlandia. Scoprire il proprio compito, avere la sensazione che ci sia uno scopo. Bisognerebbe fermarsi e chiederselo mentre siamo in corsa, un po’ come ha fatto il corvo, tanto per capire il senso di questo giro di ruota.
La cultura Inuit è impregnata di interrogativi come questo, anche perché lo stile di vita locale è durissimo: le distanze si misurano in sinik, cioè in sonni, in base al numero di pernottamenti che il viaggio richiede. Il numero di sinik può cambiare a seconda del momento: una tempesta di neve, il ghiaccio nuovo, la nebbia marina che si posa semplicemente su tutto. Come una cosa che è già lì.

In Groenlandia esiste un solo carcere, a Nuuk, la capitale, di recente costruzione. Molto spesso, lì si punisce con la sanzione pecuniaria comportamenti che altrove causerebbero la detenzione. L’inferno groenlandese non è il girone di fuoco con le pozze di zolfo della cultura occidentale. L’inferno groenlandese è lo spazio chiuso. La vita è fuori.
Al 69° parallelo Nord, c’è invece il villaggio di Oqaatsut, che in lingua Kalaallisut significa i cormorani. Qui vivono circa 200 persone, che in inverno calano fino a 50. Non c’è conduttura d’acqua né strada per arrivare. I cani inselvatichiti, a metà con i lupi, sono il doppio degli abitanti. Le zanzare in estate sono milioni: senza retìna sul volto e senza copertura sul corpo non si vive.
La popolazione Oqaatsut dipende dall’arrivo delle provviste. Via mare, ovviamente, mica ci sono le strade. Se ti vuoi spostare via terra devi usare le slitte con i cani. Per sopravvivere in inverno, qui sono tutti cacciatori. Cacciano per mangiare. “La vita è migliorata, oggi è molto più difficile che gli Inuit muoiano di fame” ha detto il pilota della nave che mi ci ha portato.

Eppure a Oqaatsut sono riusciti a organizzare una visita turistica con una guida locale. “Abbiamo costruito una scuola”, ci dice orgogliosamente, “ma è stato difficilissimo trovare i soldi per farlo”. La scuola è un edificio nuovo, perfettamente mantenuto. Trasuda orgoglio di appartenenza e voglia di sapere. Per un paese assolutamente privo dell’essenziale, quello per la scuola è un investimento straordinario e commovente. Lì vicino c’è anche una chiesa ove, a quanto ci riferisce la guida locale, le funzioni durano tre ore. E c’è anche una doccia comune che gli abitanti possono usare per venti minuti pagando l’equivalente di 5 euro.
Gli abitanti del villaggio sono Inuit, come il 90% di quelli dell’isola. Parlano una lingua che sembra di un altro pianeta, anche nell’alfabeto (Inuit vuol dire uomo: ᐃᓄᐃᑦ). Nella piccola scuola appena costruita impareranno il danese, obbligatorio in Groenlandia. Ma poi parleranno il kalaallisut, la lingua indigena, saldamente ancorati alle loro origini ancestrali, quando si viveva in case di ghiaccio e ci si spostava continuamente, insieme ai cani.
L’inverno è lunghissimo, le ore di sole brevissime o inesistenti fino a primavera, il vento implacabile. La guida ci racconta che il 13 gennaio di ogni anno gli abitanti si riuniscono in una sala e festeggiano i primi due minuti di luce dell’anno, gli unici due che vedranno in quella data. Ed è lì che mi viene da piangere. Piango per l’insensatezza delle diseguaglianze, per chi non invecchia perché muore prima. Piango per la casualità codarda di essere tra quelli che hanno luce, acqua e riscaldamento. Sono dall’altra parte, senza meriti. Avrei potuto nascere altrove.
Poi ci sono luoghi più comodi e più turistici, soprattutto nella parte sudorientale dell’isola ove il clima è temperato dal mare. E qui il turismo, in effetti, è in esponenziale aumento. Fabrizio Dembek, tra i primi occidentali ad esplorare la Siberia ed esperto di territori polari, riferisce che la Groenlandia è oggi più turistica e meglio organizzata, con un aumento del numero di escursioni e un miglioramento delle strutture ricettive. L’aeroporto di Nuuk è nuovo e può accogliere voli di linea da tutta Europa. Il maggior turismo ha un effetto positivo per l’economia groenlandese, ma ha anche un risvolto molto negativo. Dipende sempre dall’angolo da cui si guarda.

Tra i luoghi più visitati c’è Kangerlussuaq, villaggio al limitare di un fiordo lungo 160 chilometri. Una manciata di case intorno all’aeroporto, porta di accesso al mondo artico. Si riunisce qui una comunità di esploratori e camminatori. Poco lontano, si erge il maestoso ghiacciaio Russell, gigante antico e custode della memoria climatica del mondo.
È la calotta polare artica, incontaminata e potente, al cui cospetto ci si sente minuscoli. Una vastità orizzontale che si fonde con il cielo e che crepita sotto i passi dell’uomo. In un silenzio irreale, piange il ghiacciaio sotto i ramponi, e mi chiedo se è davvero giusto violare questi luoghi, la cui sacralità intimorisce e commuove: Sua Maestà il ghiacciaio non andrebbe disturbato.
Un po’ più a nord c’è Illulisat, la bella, affacciata sul mare e sul ghiaccio in movimento. Ha strade asfaltate, alberghi, ristoranti e piccoli negozi.
Vanta un promontorio di roccia artica, muschiata d’estate e bianca d’inverno, che si affaccia sulla Baia di Disco e i suoi meravigliosi iceberg. Il sole d’estate non tramonta mai e anche qui sono attive le zanzare, soprattutto nelle ore serali.
A Illiussat si vive in connessione con la natura, che tutto avvolge e tutto relativizza: persino il male dell’uomo. Eppure è proprio qui che, a luglio scorso, si è improvvisamente capovolto un enorme pezzo di iceberg, generando una serie di onde imponenti che si sono propagate rapidamente nel tratto di mare circostante.
A tale capovolgimento, che ha fatto emergere una parte scura e frastagliata dell’iceberg immersa nel mare da secoli, ha fatto seguito, ad agosto, un altro imponente distacco di un’isola di ghiaccio, di un’estensione pari a quella di Pantelleria, nel ghiacciaio Petermann, a nord ovest della Groenlandia.
Questi episodi sono un termometro degli effetti del cambiamento climatico e di come le calotte glaciali reagiscono al riscaldamento terrestre. Non a caso, gli esperti utilizzano anche questi indicatori per affinare le proiezioni sull’innalzamento del livello del mare su scala globale.
Da un’altra parte del mondo, tra il Nepal e la Cina, il 26 agosto di quest’anno, una devastante alluvione-lampo ha colpito il distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet, dopo il crollo di un ghiacciaio e una gigantesca colata di acqua, ghiaccio, rocce e fango. Circa 6.000 morti. Rimarranno per sempre impresse nella memoria le immagini della povera gente, tra la più pacifica e umile al mondo, che corre terrorizzata nel tentativo, vano, di evitare di morire per via del cambiambeto climatico.
Si è dato la colpa al caldo. L’estate del 2026 è stata la stagione metereologica più calda di sempre. La temperatura rovente, estrema, intensa e prolungata ha costretto tutti gli esseri viventi a fare i conti con afa e aria opprimente. Persino al Polo Nord[1].
Ma allora dobbiamo chiederci se questi cambiamenti climatici che producono un impatto così forte sul pianeta e la sofferenza di tanti esseri viventi, non dipendano in tutto o in parte dalla mano dell’uomo e dalla fame di potere e di progresso economico che travolge ogni cosa. Anche se, in fondo, è una domanda retorica: la risposta la conosciamo già.
Alla Biennale di Venezia nel 2026 l’opera forse più interessante è stata quella dell’artista cileno Alfredo Jaar: The end of the world. In una stanza di un opprimente color rosso, vi è un cubo di 4 centimetri ove sono pressati cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino: i materiali oggi più importanti del mondo, essenziali per le tecnologie al centro della transizione ecologica.
Per ottenerli l’uomo è disposto a far scorrere tutto il sangue possibile, quel sangue che invade la stanza e quindi la terra, in un silenzio di morte. L’unico momento in cui il colore rosso sembra recedere è quando si battono le palpebre. Allora, per un minuscolo istante, il blu si sostituisce al sangue, silenziosamente feroce.

La maggior parte delle risorse presenti nel piccolo cubo si trovano in Groenlandia, e fanno gola a molti. Ma voglio credere che la maestosa calotta polare, i bellissimi iceberg e le creature meravigliose che vivono in questa parte del mondo, come gli orsi bianchi e le balene, resistano per sempre, sopravvivendo alla furia delle guerre umane.
Voglio continuare a nutrire speranza. In un battito di ciglia.

Note
[1] In Groenlandia, per esempio, lo scioglimento dei ghiacci sta portando a un deciso aumento di balene megattere, balenottere e altre specie di misticeti in passato assenti dalle acque orientali. La ragione è rinvenibile, secondo gli studiosi, nell’aumento esponenziale della preda preferita di questi cetacei, un piccolo pesce chiamato mallotto o capelin, che si è spostato sempre più a nord a causa dell’aumento della temperatura del mare e dello scioglimento dei ghiacciai.

Appassionata di diritto ma, soprattutto, innamorata della gente, ho redatto oltre trenta pubblicazioni scientifiche e collaborazioni manualistiche. Ho scritto due libri: il diario di un cammino con i detenuti ed una monografia su detenzione e religione. Vivo tra Roma, Milano e la Toscana e canto, per hobby, in un coro polifonico di musica popolare.

